20/01/2022, 11.01
LANTERNE ROSSE
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Cina e Usa puntano sulla cooperazione energetica per favorire il ‘disgelo’

Entra in vigore accordo per ridurre i prezzi dei combustibili liberando parte delle rispettive riserve strategiche di petrolio. Pechino prima acquirente del gas naturale liquido statunitense. Compagnie Usa vanno dove fanno guadagni, una logica che piace alle imprese cinesi. Biden bloccato dal Congresso per maggiori aperture a Xi Jinping.

Pechino (AsiaNews) – È sulla cooperazione energetica che Cina e Stati Uniti provano a ricostruire un minimo di dialogo. Le due potenze si confrontano ormai a tutto campo: futuro di Taiwan e del Mar Cinese meridionale, commercio, primato tecnologico, diritti umani e governo mondiale sono i dossier più scottanti.

Sull’energia Pechino e Washington invece collaborano, e anche con profitto. A quanto riporta Reuters, nei giorni scorsi il governo cinese ha deciso di mettere sul mercato parte delle sue riserve strategiche di petrolio. La mossa, che dovrebbe avvenire intorno al Capodanno lunare (primo febbraio), rientra in un piano coordinato con gli Stati Uniti e altri Paesi per ridurre i prezzi delle energie fossili, in salita negli ultimi mesi soprattutto per la crescita della domanda europea.

Finora i cinesi hanno mantenuto sempre segreti i dettagli sulle proprie riserve energetiche. Dall’intesa con gli Usa risulterebbe che la Cina abbia concordato di liberare una quantità maggiore di petrolio con prezzi sopra agli 85 dollari al barile, e un volume minore con il costo attorno ai 75 dollari. Oggi il greggio WTI vale più di 85 dollari.

Le tensioni geopolitiche non mancano tra Pechino e Washington. E anche quelle commerciali. I cinesi non hanno raggiunto gli obiettivi fissati nella “fase uno” dell’accordo commerciale siglato con l’amministrazione Trump nel gennaio 2020. Secondo dati del Peterson Institute for International Economics, al 30 novembre il gigante asiatico ha importato solo il 63% dei 176 miliardi di euro in beni e servizi Usa aggiuntivi che aveva promesso di acquistare in due anni – la base di riferimento sono le importazioni cinesi del 2017.

Malgrado ciò, gli Usa hanno continuato a vendere gas naturale liquido ai cinesi. Da dicembre gli Stati Uniti sono i primi esportatori mondiali di questa risorsa, sorpassando Qatar e Australia, un primato alimentato in larga parte dalla domanda asiatica. Con una quota del 13%, la Cina è insieme alla Corea del Sud il primo acquirente del gas liquido statunitense. Le compagnie energetiche Usa vanno dove trovano profitti: le promesse di Washington, da Obama in poi, per forniture calmierate agli alleati europei minacciati da un possibile blocco energetico russo non hanno trovato spazio nei ragionamenti dei fornitori americani.

Nelle ultime settimane il trend è cambiato però. Il gas liquido Usa si dirige di più in Europa che in Asia, ma solo perché l’alta domanda dal Vecchio continente ha fatto impennare i prezzi. Per i cinesi questo non è per forza un segnale negativo. Come hanno spiegato ad AsiaNews alcuni imprenditori della costa occidentale cinese, per i loro interessi una dialettica sino-statunitense basata su logiche di mercato e concorrenziali è bene accetta.

Rimane da vedere quanto la diplomazia energetica potrà funzionare come “stabilizzatore” dei rapporti tra Cina e Stati Uniti. Il Congresso Usa è diviso su tutto, ma sul mantenimento di una politica muscolare nei confronti della Cina – tra l’altro per proteggere Taiwan – democratici e repubblicani si trovano d’accordo.

Questa saldatura bipartisan ha spinto Joe Biden a confermare in larga parte la guerra commerciale scatenata da Trump contro i cinesi. Ieri l’inquilino della Casa Bianca ha specificato che è troppo presto per assumere impegni riguardo all’eliminazione o alla riduzione delle tariffe trumpiane sulle esportazioni cinesi: una posizione che deluderà le multinazionali statunitensi, favorevoli a una normalizzazione dei rapporti con Pechino.

Maggiori aperture di Biden appaiono difficili al momento. Con ogni probabilità, l’ostilità del Congresso verso la Cina obbligherà il presidente Usa a prendere decisioni concrete – soprattutto in ambito commerciale – solo dopo le elezioni congressuali di medio termine del prossimo 8 novembre.

 

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