07/03/2026, 13.32
PAKISTAN
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Con la guerra ai talebani, Islamabad rischia di perdere gli aiuti del Fondo monetario internazionale

L’escalation militare tra Pakistan e Afghanistan arriva mentre il Fondo monetario internazionale sta valutando la terza revisione del programma di aiuti a Islamabad. La chiusura dei valichi di frontiera, l’aumento dell’inflazione e la crisi energetica aggravata dalla guerra in Medio Oriente rischiano di compromettere una già fragile ripresa economica.

Islamabad (AsiaNews) – Il conflitto armato tra Pakistan e Afghanistan rischia di bloccare gli aiuti del Fondo monetario internazionale a Islamabad. Gli ispettori dell’ente di credito si trovano infatti nel Paese per la terza revisione del programma di risanamento economico, che potrebbe sbloccare nuovi finanziamenti e rafforzare la fiducia degli investitori. Ma l’escalation militare lungo il confine afghano, che negli ultimi giorni ha provocato decine di morti e centinaia di migliaia di sfollati, rischia ora di compromettere tutto il processo.

Dopo anni di tensioni, Islamabad ha colpito le strutture politiche e militari del regime talebano in Afghanistan, accusato di ospitare e sostenere i gruppi terroristici che colpiscono il Pakistan. 

Negli ultimi mesi l’economia pakistana aveva mostrato segnali di miglioramento: l’inflazione stava rallentando e la fiducia degli investitori, dopo anni difficili, sembrava essere sul punto di poter gradualmente tornare. 

Gli scontri, però, hanno già avuto effetti concreti. I principali valichi di frontiera sono chiusi da mesi, interrompendo importanti rotte commerciali e facendo aumentare i prezzi di molti beni. Il commercio bilaterale tra i due Paesi dell’Asia meridionale ammontava nel 2024 a circa 1,7 miliardi di dollari, pari a circa il 2% dell’export pakistano, ma il volume reale degli scambi è probabilmente molto più alto a causa di una vasta rete di commercio informale.

Con questi canali commerciali ora bloccati, anche l’inflazione ha ricominciato a salire. A febbraio Islamabad ha registrato un tasso annuo del 7%, in aumento rispetto al 5,8% del mese precedente.

La crisi economica si è poi aggravata in conseguenza alla guerra lanciata da Israele e Stati Uniti all’Iran. La chiusura dello Stretto di Hormuz sta mettendo sotto pressione l’approvvigionamento energetico di molti Paesi asiatici.

Nel caso del Pakistan, circa l’80% del greggio che importa transita attraverso lo stretto. Oltre all’aumento dei costi di trasporto e assicurazione delle petroliere, il Paese rischia di ritrovarsi in carenza di carburante. Per questo il ministro del Petrolio, Ali Pervaiz Malik, ha chiesto all’Arabia Saudita (con cui il Pakistan ha firmato un patto di mutua difesa) di valutare una rotta alternativa attraverso il porto di Yanbu, sul Mar Rosso.

Nel frattempo il governo ha già iniziato a introdurre misure straordinarie per ridurre il consumo di carburante, tra cui, per esempio, l’introduzione del lavoro da remoto e della didattica a distanza per limitare gli spostamenti.

Una crisi energetica prolungata rischia di far aumentare velocemente l’inflazione, secondo gli esperti. Il settore industriale potrebbe essere tra i più colpiti: una riduzione delle forniture di gas naturale liquefatto rischia di provocare blackout energetici e di mettere in difficoltà l’industria tessile, uno dei principali motori dell’export pakistano. Diverse spedizioni per i rivenditori internazionali di abbigliamento bloccate nei porti di partenza in Asia meridionale.

La situazione preoccupa anche i partner internazionali di Islamabad. Per Cina e Arabia Saudita è fondamentale il completamento del programma con il Fondo monetario per garantire la stabilità finanziaria del Paese.

Per Pechino, la posta in gioco è particolarmente alta. Il Corridoio economico Cina-Pakistan (CPEC), una rete di infrastrutture da circa 65 miliardi di dollari realizzata nell’ambito della Belt and Road Initiative, attraversa il Belucistan, una delle regioni più instabili del Pakistan che confina con l’Iran ed è più esposta ai rischi di una escalation militare, considerato che già vi operano gruppi armati indipendentisti.

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