24/03/2026, 11.40
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Custode di Terra Santa: ‘Gerusalemme sia voce di chi non si arrende a vendetta e odio’

di Dario Salvi

Ad AsiaNews fra Ielpo racconta l’attesa della Pasqua fra guerra nel Golfo e chiusura dei luoghi santi. La denuncia delle violenze dei coloni in Cisgiordania: "Atti gravi contro persone che vogliono vivere in pace". La testimonianza sul Sud del Libano appena visitato. La preghiera come via “essenziale” per una pace “che viene dall’alto”. L’appello ai cristiani nel mondo per “portare assieme questa ennesima croce”. 

Milano (AsiaNews) - La voce profetica di Gerusalemme resta sempre viva e attuale anche in tempo di guerra “perché in tutte queste tenebre continuano ad esserci dei punti di luce, uomini e donne che non si arrendono alla logica della violenza, della vendetta o dell’odio”. È quanto sottolinea ad AsiaNews fra Francesco Ielpo, Custode di Terra Santa, parlando delle imminenti celebrazioni pasquali fra chiusure e limitazioni imposte a causa dei conflitti in corso. Perché da Gaza al Libano, dalla Cisgiordania all’Iran, sono molteplici i fronti che insanguinano la regione, in particolare dal 28 febbraio scorso con l’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran, che ha portato alla chiusura ai fedeli dei luoghi santi e a modifiche in corsa nelle celebrazioni. E la preghiera resta essenziale, perché ricorda che “la vera pace viene dall’alto” e “aiuta a cambiare i cuori. E quando cambia il cuore delle persone, nel tempo cambia anche la storia” sottolinea il religioso, mentre giungono flebili segnali di una soluzione negoziata dopo le parole del presidente Usa Donald Trump. 

Il 24 giugno scorso papa Leone ha confermato l’elezione del religioso 55enne (è nato in provincia di Potenza, il 18 maggio 1970) a Custode di Terra Santa e Guardiano del Monte Sion. Ordinato sacerdote nel 2000 ha insegnato religione ed è stato dal 2007 al 2010 Definitore provinciale della Provincia lombarda. Dal 2014 è membro del Consiglio direttivo dell’Associazione Pro Terra Sancta e, dal 2022, presidente della Fondazione Terra Santa. È succeduto a fr. Francesco Patton il quale, dopo nove anni, ha concluso la missione.“Le conseguenze di questo ennesimo conflitto - racconta - riguardano tutti. Ciononostante i cristiani mantengono vivo un grande desiderio di speranza, che si alimenta grazie alla fede” e “trova nutrimento dal non sentirsi abbandonati dai cristiani in tutto il mondo” e nel portare assieme “questa ennesima croce”.
Di seguito, l’intervista integrale del Custode di Terra Santa ad AsiaNews:

Fra Ielpo, la Terra Santa si appresa a vivere una Pasqua coi luoghi santi inaccessibili ai fedeli e senza pellegrini. Il patriarca Pizzaballa ha annunciato chiusure e cancellazioni. Qual è la situazione?
Si vive in tempo di guerra, quindi con sofferenza. Oggi la Pasqua è un perpetuarsi del Venerdì Santo, della passione. Il clima è caratterizzato dall’incertezza sul futuro. E anche dalla stanchezza. 

Anche perché, oltre alla guerra con l’Iran vi è il fronte libanese, il conflitto a Gaza è lontano dall’essere risolto e si assiste ad una spirale di violenze dei coloni in Cisgiordania. I fronti di tensione sono numerosi, e gravi. 
Sì, i fronti caldi sono molteplici. L’attenzione, e la preoccupazione, non riguardano un solo ambito o una sola zona. È come se non vi fosse una sola area risparmiata da violenza, ingiustizia e dal dolore. Un dolore che è proprio immanente. 

Si è parlato spesso delle comunità cristiane definendole “pietre vive”, testimonianza diretta della Chiesa di Terra Santa. Come vivono questa fase di profonda drammaticità e cosa chiedono?
Innanzitutto va detto che le “pietre vive” hanno comunque un desiderio grande di rimanere nella loro terra, di poter vivere in pace, far crescere i propri figli in un contesto sereno. Da qui la sensazione diffusa di stanchezza, perché la guerra genera davvero forte tensione e non è certo la condizione ideale in cui far crescere i propri figli. Le conseguenze di questo ennesimo conflitto in Medio oriente riguardano tutti, non solo chi è convolto direttamente, non solo una parte o un popolo in particolare. Ciononostante i cristiani mantengono vivo un grande desiderio di speranza, che si alimenta grazie alla fede, che trova nutrimento dalla vicinanza concreta, dal non sentirsi abbandonati dai cristiani in tutto il mondo. Tutti assieme possiamo portare questa ennesima croce.

Quanto incide la guerra sulla vita quotidiana, sull’economia delle persone e, soprattutto, dei cristiani? Pensiamo anche ai giovani, con la chiusura forzata degli istituti educativi…
La prima conseguenza [della guerra] è che dal 28 febbraio abbiamo le scuole chiuse e la didattica a distanza, con quello che comporta. Perché non tutte le famiglie sono nelle condizioni di poterlo fare, non tutte le famiglie hanno gli strumenti adeguati, anche solo per la presenza di più figli a fronte di risorse ridotte. Vi sono poi ripercussioni sull’economia che, peraltro, era già duramente provata da questi anni di conflitto [a Gaza] e dalla pandemia [di Covid-19] prima. Una economia, parlando nello specifico dei cristiani, che si fonda principalmente sul turismo religioso e stava registrando timidi segnali di ripresa. Ora si prospetta un ritorno nel baratro, con enormi conseguenze sotto il profilo della socialità, della partecipazione. Infine, è evidente la sofferenza di non poter vivere appieno i riti religiosi: le restrizioni sono fonte di fatica, frustrazione e scoramento. Le conseguenze sono su tutti i fronti, a partire da quello psicologico: si fa fatica a immaginare un futuro.

Sembra una catena che fatica a spezzarsi: Covid, Gaza, Iran. La Custodia ha sempre guardato con attenzione alla missione nella scuola, nell’ambito educativo: quanto è forte la vostra preoccupazione per le nuove generazioni?
Per la Custodia di Terra Santa l’educazione rimane sicuramente una priorità, oltre al fatto di dover restare accanto ai fedeli. Il 22 marzo, per esempio, sono stato a Betlemme per l’inaugurazione di una nuova palestra, un nuovo centro sportivo e ricreativo per i giovani della città. Anche questi sono piccoli segnali che servono a restituire speranza, partendo da luoghi che non sono solo educativi ma anche di incontro, dove i giovani e, più in generale le famiglie, possono incontrarsi.

Perché in Terra Santa la Chiesa non custodisce solo luoghi, ma è anche voce di speranza. Dove possiamo trovare, nella Gerusalemme di oggi, questo elemento profetico?
La profezia rimane vera, concreta, perché in tutte queste tenebre continuano ad esserci dei punti di luce, uomini e donne che non si arrendono alla logica della violenza, della vendetta o dell’odio. Vi è una speranza viva che nasce dalla testimonianza, per esempio, dei nostri fratelli cristiani di Gaza quando il patriarca [latino Pierbattista Pizzaballa], dopo una visita, riferisce di persone che affermano che con forza che nel nostro sangue non scorre veleno, non scorre odio. Oppure quando vedi uomini e donne che, nonostante tutto, cercano vie diverse di incontro. Abbiamo molte esperienze e testimonianze che esprimono questa visione. Uomini e donne che nonostante i lutti sono capaci di riconciliazione: un esempio su tutti è “Parents’ Circle” [che riunisce famiglie palestinesi e israeliane che hanno perso familiari a causa del conflitto, ndr] la più evidente, ma ne abbiamo molte altre. Quando vedi gente che continua a non arrendersi, che non si ferma solo alla logica del male, che non cade nella trappola dell’odio, del risentimento, del sangue… tutto questo è fonte profetica di speranza!

Padre, quanto è importante in questo contesto sostenere la colletta di Terra Santa del Venerdì Santo?
La colletta è un gesto che riguarda tutti i cristiani del mondo e diventa manifestazione concreta di solidarietà. Serve non soltanto per la Custodia, ma per tutta la Chiesa di Terra Santa per continuare la propria attività di prossimità e aiuto diretto. Va a sostenere parrocchie, scuole, opere caritative, centri di cura, mantenimento dei santuari ma anche, più banalmente, al mantenimento delle attività dei cristiani. Grazie ai fondi raccolti sarà possibile continuare a garantire uno stipendio a migliaia di famiglie che lavorano per la Chiesa e la Custodia: è fondamentale, perché rappresenta una forma concreta di sostentamento.

Tornando agli elementi di preoccupazione vi è l’escalation di attacchi dei coloni in Cisgiordania, che colpiscono anche i cristiani, come accade a Taybeh. E il più delle volte sotto silenzio… 
Esatto! Questa, attualmente, è una delle situazioni che più mi preoccupa, insieme a quella che stanno vivendo nel sud del Libano. Sono tornato giusto ieri [il 22 marzo, ndr] da questo viaggio lampo, in cui ho visitato le nostre comunità di frontiera. Vi è poi la Cisgiordania in cui il quadro è allarmante, soprattutto per il silenzio su violenze che si stanno perpetuando in maniera sempre più violenta e gratuita. Siamo al cospetto di atti veramente gravi verso persone, non solo cristiani, che vogliono soltanto vivere in pace nella propria terra e col proprio lavoro.

E cosa può raccontare della breve visita nel sud del Libano?
Se devo partire da un aspetto positivo, innanzitutto ho visto una Chiesa che si è subito messa in moto. È davvero bello vedere la comunità cristiana, i diversi riti cattolici all’opera per rispondere a questa emergenza. Ma ho visto anche centinaia di migliaia di persone sfollate che vivevano nelle città e villaggi. Sono stati attivati quasi 600 rifugi però vi è ancora molta gente che non ne ha accesso, mentre i bombardamenti continuano. 

Fra Ielpo, sul piano del dialogo e dei rapporti fra fedi - in particolare ebrei, cristiani e musulmani - che impatto ha avuto questa guerra?
Difficile rispondere a questa domanda, perché si tratta di un tema sensibile. Per costruire un dialogo e una convivenza bisogna partire da un livello più basso, dalle singole persone, dalla base. 

In queste settimane ha richiamato più volte il valore della preghiera. Proiettandoci verso la Pasqua, perché è importante pregare e con quali intenzioni?
La preghiera è importante perché ci ricorda sempre “Chi” è il vero conduttore della storia e aiuta anche ad affrontare questo senso di impotenza, perché poi di fronte a tutto questo male, la domanda che sorge sempre spontanea è: “Che cosa possiamo fare?”. A volte non abbiamo un strumento, non sappiamo cosa fare, ma la preghiera ci ricorda che la vera pace viene dall’alto e anche quando noi non ce ne accorgiamo, aiuta a cambiare i cuori. E quando cambia il cuore delle persone, nel tempo cambia anche la storia.

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