20/03/2026, 13.36
TURCHIA - IRAN - GOLFO
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La guerra nel Golfo accelera i piani di Ankara sul ‘nucleare pacifico’

Il governo pronto a investire fino a 100 miliardi di dollari per realizzare otto nuovo reattori nei prossimi 10 anni. Al vaglio progetti con diversi partner globali, dalla Russia alla Cina, dal Canada alla Corea del Sud. Il Paese è stato sinora lambito dalla guerra, ma il vertice di luglio della Nato può essere occasione per ripensare la presenza nell’Alleanza. Le conseguenze su viaggi e turismo. 

Istanbul (AsiaNews) - In una fase di crisi globale innescata dalla guerra di Stati Uniti e Israele all’Iran, con la chiusura dello Stretto di Hormuz imposto dalla Repubblica islamica alle navi “nemiche”, l’emergenza energetica legata alla carenza di greggio e gas naturale alimenta nuovi investimenti sul nucleare. Fra i Paesi che puntano con decisione all’atomica vi è la Turchia, che è pronta a investire fino a 100 miliardi di dollari nei prossimi 10 anni nell’ambito di un piano energetico che punta alla costruzione di otto nuovi reattori, avvalendosi della collaborazione di partner globali: dalla Russia al Canada, dalla Corea del Sud alla Cina, il governo di Ankara apre le porte agli investitori, rafforzando i piani già avviati nell’ambito del “nucleare pacifico”. Un progetto ambizioso, avvertono gli esperti, che può cambiare radicalmente la bilancia energetica del Paese.

L’urgenza dell’inversione di tendenza è rafforzata dalla vulnerabilità strutturale della produzione energetica nazionale, che va oltre l’emergenza innescata dal conflitto nel Golfo: la Turchia, infatti, importa più dell’80% delle risorse energetiche, rendendola altamente sensibile agli shock dei prezzi legati a crisi geopolitiche. Sullo sfondo dell’aumento dei prezzi dell’energia e dell’instabilità regionale, Ankara sta effettivamente lanciando una trasformazione economica a lungo termine.

Il piano B elaborato dal governo turco prevede infatti un mix di energia rinnovabile e nucleare, per aumentare la sovranità energetica del Paese a cavallo fra Europa e Asia. Il fiore all’occhiello del programma di sviluppo dell’atomica rimane l’Akkuyu NPP in costruzione dalla russa Rosatom. Il costo del progetto è già stimato attorno ai 25 miliardi di dollari, che lo porta a essere già ora uno dei più grandi progetti infrastrutturali della nazione. Gli investimenti totali, tenendo conto della crescita del costo, potrebbero superare i 30 miliardi di dollari, ha osservato Eurasia Review.

Il progetto viene quindi implementato secondo il modello Build-Own-Operate, laddove l’investitore non solo costruisce l’impianto, ma lo possiede anche, recuperando il suo investimento attraverso la vendita di elettricità. Dopo il lancio di tutte e quattro le unità con una capacità di 4,8 GW, l’impianto sarà in grado di coprire fino al 10% del consumo di elettricità della Turchia. I negoziati in corso con Corea del Sud, Cina e Canada mostrano che Akkuyu è solo la prima fase: Ankara prevede infatti di costruire fino a 20 GW di generazione nucleare nei prossimi decenni, compresi nuovi impianti a Sinop e Tracia. Dato che il costo di una grande centrale nucleare è paragonabile al progetto Akkuyu, l'investimento totale potrebbe raggiungere i 100 miliardi di dollari.

Il ministro turco dell’Energia Alparslan Bayraktar ha delineato l’obiettivo strategico dello sviluppo nucleare pacifico: “Ridurre la dipendenza dalle importazioni e garantire energia sostenibile. In caso di successo, il Paese sarà in grado di risolvere diverse sfide chiave per il futuro: ridurre la dipendenza critica dalle importazioni di energia; stabilizzare l’inflazione controllando i costi energetici; rafforzare la sua posizione di centro energetico regionale. Tuttavia, restano due questioni chiave: finanziamento e geopolitica. La Turchia ha investito più di 100 miliardi di dollari negli ultimi tre anni per ricostruire città e province devastate dal terremoto nel sud e sarà difficile disporre, senza aiuti, della somma necessaria a coprire le spese. Di contro, l’esempio di Akkuyu NPP mostra che vi sono modelli diversi di cooperazione che, se applicati, permetterebbero alla Turchia di diventare uno dei pochi Paesi in grado di finanziare la trasformazione energetica per un valore di decine di miliardi di dollari senza pesare sul bilancio. 

Intanto la Turchia, come altri attori della regione, guarda con attenzione al conflitto divampato il 28 febbraio scorso in seguito al lancio dell’operazione militare israelo-americana contro Teheran, che ha incendiato la regione del Golfo mentre, almeno sinora, ha solo lambito il Paese. In un paio di occasioni il sistema di difesa ha infatti intercettato alcuni missili lanciati dall’Iran o dai suoi alleati in territorio iracheno e libanese, senza causare danni o feriti. Vi sono tuttavia diversi elementi in gioco e ai quali Ankara guarda con attenzione, i quali superano la mera questione energetica finendo per riguardare una molteplicità di settori e interessi: dalla questione curda al flusso migratorio (anche dalla Repubblica islamica), dalle rinnovate tensioni con la Grecia su Cipro al traffico aereo internazionale sono diversi gli elementi in gioco. E non tutti a sfavore.

Questa prima fase della guerra ha mostrato i due principali rischi che corre la Turchia, come spiega una lunga analisi del Rice University’s Baker Institute for Public Policy: l’integrità territoriale e la minaccia alla sicurezza curda, strettamente interconnessi. Vi è poi la questione riguardante il futuro nell’Alleanza Atlantica (Nato), in una fase di profonda difficoltà dell’organizzazione stessa per i diversi interessi e rapporti di forza, a partire dalla posizione egemone di Washington. Il fatto che la Nato sia servita come principale linea di difesa in una guerra che potrebbe diffondersi in tutto il Medio Oriente, osservano gli studiosi, solleva l’interrogativo che porta a riconsiderare il rapporto con gli alleati occidentali. 

La Turchia ospiterà il vertice Nato a luglio ed è probabile che la guerra in Iran finirà per modellarne l’agenza, amplificando l’influenza di Ankara in particolare su questioni che vanno dalle responsabilità reciproche di sicurezza ai termini di difesa collettiva nelle zone grigie contese. Per gli esperti l’obiettivo del presidente Recep Tayyip Erdogan è di usare i canali diplomatici per spingere gli Stati Uniti a limitare il suo impegno con le forze curde in cambio della continua cooperazione della Nato. Il successo della strategia per tradurre l’attuale conflitto in un duraturo riallineamento della difesa con l’Occidente dipende “sia dalla sua capacità di agire rapidamente, che dalla capacità [del presidente Usa Donald] Trump di adempiere all’accordo sulle forniture militari”. 

Infine, sul fronte del turismo la guerra ha già impattato determinando un cambio repentino delle scelte dei viaggiatori che, in questi giorni, hanno disdetto numerose visite già programmate in Turchia e Cipro per il periodo della Pasqua. E altre disdette, a favore di mete considerate al momento più sicure, potrebbero scattare per l’estate. Oltre alla sicurezza, vi è anche l’enorme punto interrogativo legato ai viaggi con la cancellazione di migliaia di voli e il blocco di grandi hub regionali come il Dubai o Doha, punto di transito per l’Oceano Indiano e l’Asia in generale. In questo caso la Turchia annovera anche vantaggi perché, proprio per la sua posizione strategica a cavallo fra Europa e Asia e potendo contare su un affidabile vettore nazionale (Turkish Airlines), sta soppiantando il ruolo di Emirati Arabi Uniti e Qatar come hub globale del traffico aereo. 

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