Dal Guangdong agli operai di BYD in Brasile: le proteste sociali che ribollono in Cina
L'osservatorio "Yesterday" ne ha monitorato 50 in un solo mese. Iniziative frammentate, il più delle volte legate a salari non corrisposti. A farle crescere anche gli ostacoli posti al sistema delle petizioni con funzionari locali che pagano squadre di uomini per scoraggiare la presentazione di denunce all'apposito ufficio di Pechino che li metterebbero in cattiva luce. Una realtà che il Partito preferisce nascondere e ignorare.
Milano (AsiaNews) - Il malcontento sociale che attraversa la società cinese ha una caratteristica che lo distingue da quello dalla maggior parte degli altri grandi Paesi: quella di essere un fenomeno persistente e diffuso su tutto il territorio nazionale, ma frammentato e privo di visibilità pubblica.
Il canale di monitoraggio indipendente "Yesterday", basato in Canada e che raccoglie testimonianze dai social cinesi, ha documentato cinquanta episodi di protesta collettiva nel solo gennaio 2026. La composizione delle proteste restituisce l'immagine di una società in cui le fratture si moltiplicano lungo molteplici direttrici. Gli operai, in larga maggioranza impiegati nell'edilizia, rappresentano circa un terzo dei casi, con rivendicazioni che ruotano quasi interamente attorno a salari non corrisposti, stabilimenti chiusi o delocalizzati senza preavviso e compensi ridotti senza giustificazione. Seguono i proprietari immobiliari, che protestano per abitazioni acquistate ma mai completate dai costruttori, e gli investitori truffati dal crollo di piattaforme finanziarie, come nel caso eclatante del distretto dell'oro e della gioielleria di Shuibei, a Shenzhen, dove una frode miliardaria ha spinto a protestare in piazza migliaia di persone. I contadini, dal canto loro, si oppongono a espropri forzati, a ritardi protratti per anni nei pagamenti del grano e perfino all'imposizione della cremazione in comunità rurali che la rifiutano.
La geografia di queste proteste si estende a oltre venti province e municipalità e coinvolge anche grandi metropoli come Shanghai e Shenzhen. Un elemento che colpisce è la frequenza dell'intervento delle forze dell'ordine, presenti in circa due terzi degli episodi, con un ricorso a pestaggi e arresti in oltre un terzo dei casi, in particolare nelle proteste legate a investimenti finanziari e ai conflitti fondiari nelle aree rurali. Diversamente da quanto avviene nel caso degli operai edili che reclamano il pagamento degli stipendi arretrati, nei confronti dei quali la polizia tende a limitarsi al contenimento, la repressione diventa molto più dura quando i manifestanti toccano interessi immobiliari o le prerogative dei governi locali in materia di gestione dei terreni.
Il sistema delle petizioni, valvola di sfogo che non funziona
Questa conflittualità diffusa si accompagna, e in parte si sovrappone, a un canale istituzionale che la Cina mantiene da secoli e che il Partito comunista ha ereditato adattandolo ai propri fini, vale a dire il sistema delle petizioni. In un Paese privo di libertà di informazione e con un sistema giudiziario sottoposto al controllo del Partito, la possibilità di presentare reclami all'Ufficio nazionale per le lamentele e le proposte resta, almeno sulla carta, l'unico strumento legale a disposizione di chi subisce abusi da parte delle autorità locali. Durante le sessioni annuali dell'Assemblea nazionale del popolo, che si tengono ogni marzo, centinaia di persone convergono verso Pechino nel tentativo di depositare le proprie denunce, riguardanti nella grande maggioranza dei casi espropri di terreni, detenzioni arbitrarie ed episodi di corruzione a livello locale. Il meccanismo prevede che l'ufficio centrale registri il reclamo e lo rinvii al governo locale competente, nella speranza che una pressione proveniente dall'alto produca una soluzione.
Nella pratica, l'esito è quasi sempre diverso. Per molte amministrazioni locali, l'assenza totale di petizioni è diventata un indicatore di merito importante e ciò crea un incentivo perverso a impedire che i reclami arrivino a destinazione. Alcuni governi provinciali inviano a Pechino squadre di uomini incaricati di intercettare i petizionisti prima che possano depositare le loro denunce e di riportarli nelle località d'origine. Attorno all'ufficio delle petizioni, nella zona della Porta della Stabilità Eterna, queste squadre intimidiscono apertamente i richiedenti e spesso li sequestrano. Un funzionario dello Shaanxi ha ammesso che le persone inviate a sorvegliare e bloccare i petizionisti superano ormai per numero gli stessi petizionisti.
La tendenza del governo centrale, sotto Xi Jinping, è quella di ridurre ulteriormente la portata di tale canale. Il modello "Fengqiao" di gestione delle controversie alla base, che risale all'epoca maoista, viene riproposto come soluzione per evitare che i conflitti locali raggiungano il livello nazionale. Nella sostanza, si tratta di un meccanismo che affida la risoluzione dei problemi alle stesse strutture locali che li hanno generati, chiudendo il cerchio.
Dal Guangdong al Brasile, lo stesso schema
Il dato sulle proteste di gennaio acquista uno spessore ancora più rilevante se lo si mette in relazione con le tendenze strutturali del mercato del lavoro cinese. Secondo dati di Freedom House ripresi da Bloomberg, nel 2025 le proteste dei lavoratori sono aumentate del 44% rispetto all'anno precedente, con il Guangdong principale epicentro della conflittualità. Si tratta di una provincia che esporta da sola più dell'Olanda e che rappresenta da decenni il motore industriale del Paese, ma che ha perso terreno rispetto alla crescita nazionale per quattro anni consecutivi, trascinato verso il basso dal crollo immobiliare e dalla guerra dei prezzi che sta erodendo i margini delle imprese.
L'automazione, con oltre due milioni di robot industriali installati, ha ridotto la necessità di manodopera stabile e favorito il ricorso a lavoratori temporanei, che nei periodi di punta arrivano a costituire fino ai due terzi della forza lavoro nelle aree industriali del sud. Il lavoro precario nell'ambito della cosiddetta gig economy copre ormai circa il 40% dell'occupazione urbana e coinvolge lavoratori in larga parte privi di assicurazione sanitaria, ferie retribuite e tutele per la malattia.
Le indagini condotte nei cantieri e nelle fabbriche del Guangdong confermano un quadro in cui la crescita della produttività non si traduce in miglioramenti salariali, mentre i settori ad alta tecnologia che Pechino promuove come futuro del Paese generano un numero di posti di lavoro largamente insufficiente a compensare quelli persi nell'edilizia e nell'industria tradizionale.
Questo schema di sfruttamento e precarietà si riproduce anche al di fuori dei confini cinesi, come ha evidenziato un'inchiesta del Washington Post sulle condizioni dei lavoratori cinesi impiegati nei cantieri brasiliani di BYD, il colosso cinese delle vetture elettriche. Centinaia di operai, reclutati nelle province più povere della Cina con la promessa di compensi elevati, sono stati utilizzati nella costruzione dello stabilimento di Camaçari, nello stato di Bahia, in condizioni che la magistratura brasiliana ha giudicato compatibili con il lavoro forzato. Gli inquirenti hanno riscontrato il sequestro di passaporti, alloggi sovraffollati, turni senza pause e retribuzioni inferiori a quelle pattuite, nell’ambito di un sistema di violazione dei diritti che prendeva forma già nella fase di reclutamento in Cina. La vicenda si inserisce in un quadro più ampio, poiché contestazioni analoghe hanno interessato cantieri BYD anche in Ungheria.
Al di là delle differenze locali, il filo che unisce queste vicende è lo stesso: la condizione dei lavoratori cinesi meno qualificati si sta deteriorando su più fronti contemporaneamente, mentre gli strumenti istituzionali attraverso cui esprimere il disagio vengono progressivamente ridotti. La censura impedisce che gli episodi si saldino in una percezione collettiva del problema, e la frammentazione geografica e sociale delle proteste finisce per favorire la stabilità del sistema. Gli operai edili del Fujian non hanno modo di conoscere le vicende degli investitori truffati a Shenzhen, che a loro volta ignorano la mobilitazione dei contadini dello Yunnan contro la cremazione obbligatoria. Ciascun episodio nasce e si esaurisce a livello locale, senza lasciare traccia nel discorso pubblico.
Sotto la superficie di un Paese che si presenta al mondo come una potenza tecnologica coesa, un conflitto sociale ampio e capillare si manifesta con una frequenza che le autorità preferirebbero ignorare, ma che la realtà rende sempre più difficile da occultare. La fragilità di cui parlano alcuni osservatori della Cina riguarda sempre più da vicino la stessa stabilità politica del sistema, messa alla prova da un modello economico in crisi che scarica costantemente i costi degli squilibri economici sui lavoratori e sui ceti popolari.
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