Delhi tiene la linea dura sull'Indo, ma oltre 100 voci da India e Pakistan chiedono la pace
L'India conferma la sospensione del Trattato delle acque dell'Indo e l'irrigidimento dei rapporti con il Pakistan. Ma politici, ex diplomatici e leader religiosi dei due Paesi hanno firmato un appello per riaprire il negoziato sul Kashmir e ricostruire i rapporti bilaterali.
New Delhi (AsiaNews) - Il governo indiano ha ribadito che il Trattato delle acque dell'Indo resterà sospeso finché il Pakistan non interromperà il sostegno al terrorismo transfrontaliero. Nelle stesse ore, però, oltre cento personalità di India e Pakistan, politici, ex diplomatici, intellettuali e leader religiosi, hanno lanciato un appello ai primi ministri Narendra Modi e Shehbaz Sharif chiedendo di riaprire il dialogo sul Kashmir e ricostruire relazioni diplomatiche.
Ieri il portavoce del ministero degli Esteri indiano, Randhir Jaiswal, ha ribadito che il Trattato dell'Indo “resterà sospeso finché il Pakistan non rinuncerà in modo irrevocabile al proprio sostegno al terrorismo transfrontaliero”. Si tratta della conferma della posizione già assunta da Delhi dopo l’attentato dello scorso anno a Pahalgam, avvenuto in Kashmir, e in seguito al quale il governo Modi aveva deciso di congelare uno degli accordi bilaterali più longevi tra i due Paesi.
Firmato nel 1960 con la mediazione della Banca Mondiale, il trattato regola la ripartizione delle acque del sistema dell'Indo, da cui dipendono milioni di persone, soprattutto in Pakistan. Nelle scorse settimane anche il ministro dell’Interno Amit Shah aveva dichiarato che l’India “non ripristinerà mai” l’accordo.
Ma mentre il governo conferma questa linea, un gruppo di 117 cittadini dei due Paesi ha provato a indicare una strada diversa. L’iniziativa, coordinata dall’attivista indiano Om Prakash (OP) Shah, fondatore del Centre for Peace and Progress, è stata sottoscritta da 61 personalità indiane e 56 pakistane.
Tra i firmatari figurano, per esempio, l’ex ministro degli Esteri pakistano Khurshid Mahmud Kasuri, l’ex capo dell’intelligence indiana A.S. Dulat, il leader della National Conference Farooq Abdullah, la presidente del People’s Democratic Party Mehbooba Mufti, il leader religioso kashmiro Mirwaiz Umar Farooq e l’ex diplomatico pakistano Ashraf Jehangir Qazi.
“L’India e il Pakistan ospitano insieme quasi un quinto della popolazione mondiale. Gran parte della nostra popolazione è giovane. I cittadini di entrambi i Paesi meritano un futuro all’insegna della pace, dello sviluppo, della connettività e della cooperazione, piuttosto che di una perpetua sfiducia e di un continuo scontro”, si legge nella lettera.
L’appello chiede ai due governi di riprendere il dialogo sulla regione contesa del Kashmir, recuperando il quadro negoziale sviluppato tra il 2004 e il 2007, quando i due Paesi arrivarono probabilmente più vicini che mai a un compromesso grazie alla cosiddetta “formula in quattro punti”.
Il progetto prevedeva una graduale smilitarizzazione lungo la Linea di controllo, una più ampia autonomia per il Kashmir senza modificarne i confini internazionali, una maggiore libertà di movimento delle persone e delle merci e un organismo congiunto incaricato di affrontare le questioni transfrontaliere.
I firmatari chiedono inoltre il ripristino delle relazioni diplomatiche, con il ritorno degli alti commissari nelle rispettive capitali, la riapertura dei servizi consolari, il ripristino dei visti ordinari, la riapertura del valico terrestre di Attari-Wagah e la ripresa dei collegamenti in autobus Srinagar-Muzaffarabad e Delhi-Lahore, sospesi dal 2019. Propongono infine la riapertura dello spazio aereo ai voli commerciali, per ridurre tempi e costi dei collegamenti.
“Questo appello non costituisce un’adesione a nessuna posizione politica. È un invito a mettere il benessere, le aspirazioni e il futuro di quasi due miliardi di persone al di sopra dei conflitti, degli scontri e delle divisioni”, conclude il documento.
L'iniziativa porta la firma di OP Shah, figura storica della cosiddetta "Track II diplomacy" tra India e Pakistan. Commercialista di professione ma impegnato da oltre trent’anni nella promozione del dialogo bilaterale, Shah organizzò già nel 1991 uno dei primi incontri informali tra rappresentanti dei due Paesi dopo la fine della Guerra fredda e da allora ha promosso delegazioni, seminari e pubblicazioni dedicate alla costruzione della fiducia reciproca.
La lettera ha però suscitato anche dure critiche negli ambienti nazionalisti indiani. Diversi commentatori hanno contestato l’assenza di un’esplicita richiesta al Pakistan di interrompere il sostegno al terrorismo prima di qualsiasi ripresa dei negoziati, anche se non ci sono prove che l’attacco di Pahalgam fosse sostenuto direttamente da Islamabad. Intervistato da India Today, Shah ha replicato che l’iniziativa “non sostiene il terrorismo” e che il suo obiettivo è favorire “un clima di fiducia” attraverso il dialogo, convinto che solo il confronto possa ridurre decenni di diffidenza reciproca.




