29/11/2025, 00.00
INDIA
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Delhi: scontro fra governi e sindacati sulla riforma del mercato del lavoro

Per i favorevoli le nuove norme semplificano il sistema e favoriscono aziende e lavoratori. Per i critici le leggi andranno “solo a vantaggio” dei proprietari, intaccando i diritti dei dipendenti. Definita la “più radicale” degli ultimi decenni riduce le precedenti 29 leggi federali in quattro codici semplificati, passando da 1400 a 350 norme complessive.

Delhi (AsiaNews) - La riforma del lavoro annunciata nei giorni scorsi dal governo del premier Narendra Modi, un insieme di norme di ampia portata che intende mettere mano ad un settore troppo a lungo trascurato in chiave modernizzatrice, sta scatenando un ampio dibattito nel Paese fra sostenitori e voci critiche. L’obiettivo è di superare leggi obsolete e garantire maggiore protezione a milioni di lavoratori; inoltre, per il capo dell’esecutivo garantirà “una solida base per la sicurezza sociale universale, il pagamento minimo e tempestivo dei salari, luoghi di lavoro sicuri e opportunità remunerative”. Al contempo, i cambiamenti dovrebbero anche trainare “la creazione di nuovi posti di lavoro e aumentare la produttività” in tutto il comparto economico. 

Slogan e messaggi ambiziosi rilanciati anche dal ministero del Lavoro, secondo cui la riforma pone i lavoratori, in particolare le donne, i giovani, i precari e i migranti “al centro della governance” con una “sicurezza sociale ampliata e diritti trasferibili che si applicano a livello nazionale”. La riforma, definita “la più radicale degli ultimi decenni”, riduce le precedenti 29 leggi federali che regolavano il mercato in quattro codici semplificati. Di conseguenza, il numero di norme è sceso da ben 1.400 a circa 350, mentre il numero di moduli che le aziende dovevano compilare è stato ridotto da 180 a 73, alleggerendo drasticamente l’onere normativo sulle imprese.

Le leggi sono state approvate dal Parlamento nel 2020, ma dopo cinque anni di ritardi e molte controversie politiche sono finalmente pronte per essere applicate in modo uniforme in tutto il Paese. Le aziende, che da tempo attribuiscono la responsabilità dell’atrofia del settore manifatturiero indiano alle pratiche lavorative restrittive, hanno accolto con grande entusiasmo questi cambiamenti. I sindacati, invece, ne chiedono il ritiro e definiscono la riforma come la “più radicale e aggressiva abrogazione dei diritti e dei privilegi conquistati a fatica dai lavoratori dall’indipendenza”. Le modifiche hanno già scatenato manifestazioni in tutto il Paese, come avvenuto nella capitale il 26 novembre scorso in occasione della protesta indetta dai sindacati di sinistra non allineati con le direttive del partito Bharatiya Janata (Bjp) del premier Modi.

Sul luogo della protesta Akashdeep Singh, un operaio 33enne impiegato presso un’azienda internazionale produttrice di bevande alla periferia di Delhi, ha dichiarato alla Bbc che “le leggi andranno a vantaggio solo dei datori di lavoro e non dei lavoratori come noi”. Molti altri hanno espresso preoccupazioni simili. Il governo afferma che le riforme, attese da tempo, mirano a modernizzare leggi obsolete, semplificare la conformità e proteggere i diritti dei lavoratori, riconoscendo per la prima volta a livello legale la crescente forza lavoro precaria dell'India.

Diverse misure a favore dei lavoratori - lettere di assunzione obbligatorie, salari minimi uniformi, visite mediche annuali gratuite per gli over 40 e retribuzioni neutre dal punto di vista del genere - sono passi positivi. Insieme a minori oneri di conformità, una maggiore sicurezza sociale e una definizione più ampia di dipendenti che include i lavoratori precari, queste riforme secondo gli esperti potrebbero contribuire a formalizzare la vasta economia informale dell’India.

Tuttavia, nella riforma vi sono anche elementi di criticità fra i quali due clausole particolarmente controverse che hanno scatenato il malcontento dei sindacati. Si tratta di norme che renderanno più facile per le aziende licenziare i lavoratori e più difficile per i dipendenti indire scioperi legali. In precedenza, le fabbriche con 100 o più lavoratori dovevano ottenere l’autorizzazione del governo prima di poter licenziare i dipendenti. Ora tale soglia è stata aumentata a 300. Secondo alcuni economisti le vecchie norme che vietavano i licenziamenti nelle aziende con 100 o più dipendenti erano “draconiane” e ostacolavano la competitività rispetto a paesi come il Bangladesh, il Vietnam e la Cina. Altri, al contrario, sostengono che le restrizioni sul lavoro da sole non spiegano la debole competitività dell'India o il lento investimento del settore privato in nuovi stabilimenti.

Sebbene permangano differenze ideologiche, gli esperti concordano sul fatto che norme obsolete e complesse, spesso utilizzati dagli ispettori per ostacolare il lavoro dei proprietari delle fabbriche, necessitavano di una semplificazione. Con oltre la metà della popolazione in età lavorativa fuori dal mercato occupazionale e quasi il 60% dei lavoratori autonomi, le vecchie regole non potevano più funzionare. L’impatto delle nuove norme sulla crescita manifatturiera e sugli investimenti rimane incerto, ma nel breve termine la transizione porrà delle sfide alle aziende. Poiché il lavoro è regolamentato sia dalle norme statali che da quelle centrali, i datori di lavoro potrebbero trovarsi a dover rispettare una doppia normativa per un certo periodo, afferma BDO India, mentre il governo deve affrontare la continua resistenza dei sindacati.

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