Bangkok: la svolta pragmatica di Natthaphong
Il People’s Party, erede di Move Forward nel fronte progressista, guida i sondaggi per il voto di domani in Thailandia. Ma punta su una linea più moderata verso monarchia ed élite per evitare di andare incontro a uno scioglimento come accaduto ai suoi predecessori.
Bangkok (AsiaNews) - Gli ultimi sondaggi politici in Thailandia sembrano indicare che alle elezioni In programma per domani il People’s Party possa ripetere il successo ottenuto dal suo predecessore, il partito progressista Move Forward, che aveva vinto le consultazioni del 2023.
Secondo un’indagine nazionale, il leader Natthaphong Ruengpanyawut è il candidato in vantaggio con circa il 35% delle preferenze, seguito da Yodchanan Wongsawat del Pheu Thai, partito a lungo controllato dalla famiglia Shinawatra, e da Anutin Charnvirakul del Bhumjaithai, che a metà dicembre, dopo essere stato eletto a capo di un governo di minoranza, ha indetto le elezioni sperando di capitalizzare la propria popolarità cresciuta durante il periodo del conflitto con la Cambogia.
Sostenuto dai giovani che speravano in un cambiamento dopo nove anni di governo diretto o indiretto da parte dei militari, il Move Forward guidato dal giovane manager Pita Limjaroenrat nel 2023 aveva ottenuto 151 seggi, contro i 141 del Pheu Thai e i 51 del Bhumjaithai. Ma gli era poi stato impedito di formare un governo a causa dell’opposizione del Senato, i cui membri restano nominati dall’esercito. La Corte costituzionale aveva poi sciolto il partito Move Forward nel 2024 e i suoi seggi in Parlamento erano stati in gran parte ereditati dal People’s Party.
Molti osservatori si chiedono ora se si ripeterà la stessa vicenda. Nonostante quanto dicono i sondaggi, il Bhumjaithai del premier uscente Anutin gode del sostegno dell’establishment monarchico, e per questo potrebbe trovarsi facilmente in una posizione di rilievo in caso di negoziati per la formazione del prossimo esecutivo. Allo stesso tempo, sembra chiaro che il Pheu Thai stia vivendo una progressiva marginalizzazione dopo lo scandalo che ha travolto Paetongtarn Shinawatra: la prima ministra si è dimessa nell’agosto scorso dopo la diffusione dell’audio di una telefonata con l’ex primo ministro cambogiano, Hun Sen, in cui la premier si lamentava della condotta dei generali thailandesi. L’attuale premier, Anutin Charnvirakul, all’inizio della campagna elettorale ha detto: “Se il popolo thailandese vuole un governo scelto dalla Cambogia, allora vada pure a votare per quei due partiti”.
Nel frattempo il People’s Party ha però fatto marcia indietro sulle promesse di emendare la contestata legge sulla lesa maestà, su cui invece si era concentrato il Move Forward. Si tratta della norma da tempo criticata da diversi gruppi per la difesa dei diritti umani perché utilizzata dall’establishment per silenziare gli oppositori politici.
Alcuni osservatori sostengono che il People’s Party, rispetto a Move Forward, abbia adottato una strategia pragmatica di accomodamento nei confronti delle élite. Non solo il partito a settembre ha sostenuto il Bhumjaithai nella creazione del governo, nonostante fino a quel momento fossero avversari politici, ma ha anche spostato l’attenzione dei propri discorsi, passando da sentimenti di speranza a quelli di paura, facendo leva sulla corruzione dell’establishment e gli affari poco chiari di alcuni dei suoi membri. Si tratta di un riorientamento che si nota anche nella scelta dei candidati: gli attivisti sono stati relegati ai margini, mentre imprenditori e funzionari governativi hanno scalato le fila del partito.
Alcuni ritengono che questa sia conseguenza della continua repressione statale nei confronti dei movimenti progressisti che chiedono un cambiamento verso una piena democrazia. Lo stesso Move Forward, infatti, era nato dalle ceneri del Future Forward, partito legato ai movimenti studenteschi e pro-democrazia che si battevano contro il regime militare del generale Prayut Chan-o-cha. Il Future Forward venne sciolto a febbraio 2020 da parte della Corte costituzionale, vista come garante delle élite filo-militari e filo-monarchiche.
L’attuale leader del People’s Party, Natthaphong Ruengpanyawut, 38 anni, figlio di un magnate immobiliare, è un ingegnere informatico che nel 2018 si era unito al Future Forward e in un’intervista di settembre ha dichiarato: “I problemi fondamentali sono gli stessi di 20 anni fa. Dobbiamo portare la piena democrazia nel nostro Paese”. Secondo i commentatori, ha accettato di appoggiare il governo di Anutin in cambio di elezioni e di un referendum sulla Costituzione, sostenendo che si sia trattato di una scelta che “avvantaggia il Paese piuttosto che la nostra popolarità”. Natthaphong, a differenza dei suoi predecessori, gode di meno popolarità tra i giovani, ma ha un approccio più pragmatico ed equilibrato. Mentre alle elezioni di domani gli elettori parteciperanno anche al referendum costituzionale, in cui verrà loro chiesto se approvano o meno l’avvio del processo di stesura di una nuova Costituzione.
Al momento sembra improbabile che il partito progressista possa guadagnare alla Camera dei rappresentanti i seggi necessari per formare un governo senza il sostegno di altri partiti minori. Secondo Chaiyan Ratchakul, politologo all’Università di Phayao, interpellato dal Bangkok Post, sono tre gli scenari possibili: una coalizione tra il People’s Party e il Pheu Thai, un’alleanza tra il Bhumjaithai e il Pheu Thai con il People’s Party all’opposizione, oppure una partnership tra il People’s Party e Bhumjaithai, anche se questa possibilità è data come poco probabile. Al contrario, è probabile che si realizzi il primo scenario, ma non è da escludere che possa poi portare a un nuovo riallineamento di potere tra Bhumjaithai e Pheu Thai.



