18/05/2026, 12.24
TAIWAN
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Dopo le parole di Trump, Lai ribadisce che Taiwan 'non rinuncerà alla sua libertà'

Il presidente taiwanese Lai Ching-te ha risposto alle dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump di “non essere favorevole all'indipendenza di nessuno” rilasciate dopo il vertice con Xi Jinping a Pechino. A Taiwan crescono le preoccupazioni su un possibile approccio “transazionale” degli Stati Uniti e proprio su queste fa leva Pechino per favorire la runificazione politica.

Taipei (AsiaNews) – Taiwan non provocherà alcun conflitto. Ma non vuole nemmeno rinunciare alla propria sovranità. A riaffermarlo è stato il presidente di Taiwan Lai Ching-te dopo le dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump rilasciate in seguito all’incontro con l’omologo cinese Xi Jinping a Pechino. 

Per la Cina, la questione di Taiwan resta “il tema più importante” nei rapporti bilaterali con Washington, aveva dichiarato Xi, mentre Trump, che aveva evitato di menzionare l’isola durante il vertice, ha poi commentato a Fox News di “non essere favorevole all’indipendenza di nessuno”. A salvare la situazione è poi intervenuto il segretario di Stato, Marco Rubio, secondo cui la politica americana sull’isola non è cambiata. Lo stesso Trump ha poi aggiunto che non sono stati presi impegni specifici in un senso o nell’altro nei confronti di Pechino.

In un commento dopo il vertice affidato a un post su Facebook, Lai ha ribadito la linea del governo di Taipei: “Taiwan, la Repubblica di Cina, è uno Stato sovrano e indipendente e democratico”, aggiungendo che “non esiste una questione di indipendenza di Taiwan” nel senso in cui viene posta da Pechino. Il presidente ha sottolineato che il futuro dell’isola deve essere deciso “secondo la volontà del popolo taiwanese”.

Lai ha però insistito anche sulla necessità di evitare escalation: “Taiwan non provocherà, non intensificherà il conflitto, ma non rinuncerà alla propria sovranità e al proprio stile di vita democratico e libero sotto pressione esterna”. Taipei, ha aggiunto, resta favorevole al mantenimento dello status quo nello Stretto e a un dialogo con la Cina basato su “uguaglianza e dignità”, respingendo però ogni forma di coercizione.

Nonostante le dichiarazioni di Trump, gli Stati Uniti restano il principale fornitore d’armi dell’isola in base al Taiwan Relations Act. A dicembre Washington aveva approvato una nuova vendita per circa 11 miliardi di dollari, una delle più consistenti degli ultimi anni, suscitando le proteste di Pechino. Poi è però prevalso l’approccio transazionale dell’attuale inquilino della Casa Bianca e molti a Taiwan temono che il destino dell’isola possa essere deciso anche con un accordo di tipo commerciale. Lo stesso Lai, nella sua dichiarazione ha specificato che “Taiwan non sarà sacrificata né barattata”.

A febbraio l'amministrazione Trump aveva vincolato i dazi sulle importazioni legate all’industria dei semiconduttori al livello degli investimenti taiwanesi negli Stati Uniti, nel tentativo di riportare in patria la produzione di semiconduttori. Una visione che per Taipei rappresenta una minaccia allo “scudo di silicio” su cui finora aveva fatto affidamento. Allo stesso tempo gli USA hanno chiesto a Taiwan di aumentare la percentuale del PIL dedicata alla propria difesa per arrivare al 10% ed è in crescita, tra i taiwanesi, la percezione che non ci si possa fidare degli Stati Uniti. 

Tutti elementi che giocano a favore di Xi Jinping, che nel frattempo ha intensificato la pressione soprattutto a livello diplomatico. Il mese scorso, Cheng Li-wun, la leader del Kuomintang, oggi partito molto più filo-cinese rispetto al Partito progressista democratico di Lai, si è recata in visita in Cina sottolineando gli elementi che legano l’isola alla madre patria, suggerendo che l’identità taiwanese possa essere reintegrata nella “nazione cinese”. 

Diversi analisti ritengono che anche Cheng voglia evitare di irritare Pechino cercando allo stesso tempo un maggiore consenso tra i cittadini taiwanesi in vista delle prossime elezioni, previste per il 2028, durante le quali sfiderà direttamente Lai. Il quale, al contrario, deve far fronte non solo alle minacce cinesi, ma anche a un’economia che, esclusi i settori legati alla produzione di chip e all’intelligenza artificiale, risulta stagnante. Anche a Taiwan gli alloggi hanno un costo sempre più alto mentre gli stipendi non salgono. 

A quasi due anni dalla sua elezione, prevale l’incertezza: l’opposizione infatti continua ad avere il controllo del Parlamento (lo Yuan legislativo) e di recente ridotto di oltre un terzo il budget speciale per il riarmo proposto dall’esecutivo. Allo stesso tempo Pechino continua a fare di tutto per screditare Lai. Nei giorni scorsi il Global Times, organo di stampa del Partito comunista cinese, approfittando dell’assist delle dichiarazioni di Trump, scriveva: “Le forze indipendentiste di Taiwan vengono sempre più emarginate e assomigliano sempre più a una scarpa che potrebbe essere calciata via in qualsiasi momento”.

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