Elezioni a Bangkok: col 'fattore Anutin' vince la via nazionalista
Smentendo le previsioni il partito Bhumjaithai in testa ai consensi con un ampio margine: il premier uscente Anutin Charnvirakul, imprenditore populista rafforzato dal conflitto con la Cambogia, ha raccolto voti anche nelle roccaforti del Pheu Thai. Sconfitti i riformisti del People's Party, che non riescono and andare oltre il voto dei giovani e della classe media urbana. Con la vittoria del sì al referendum verrà comunque emendata la costituzione voluta dai militari.
Bangkok (AsiaNews) – È una vittoria tutt’altro che annunciata eppure netta quella del partito Bhumjaithai guidato dal suo leader e premier uscente Anutin Charnvirakul nelle elezioni di ieri in Thailandia. Secondo i dati non ancora ufficiali della Commissione elettorale a loro sarebbero andati 193 dei 500 seggi della Camera dei rappresentanti e all’alleato più probabile, il partito Klatham, altri 58 aprendo quindi a un governo di coalizione.
Ridimensionato invece a 118 seggi il People’s Party, favorito nei sondaggi pre-voto e da anni in testa alle preferenze degli elettori progressisti, ma impossibilitato a governare per creativi cambi di alleanze o per iniziative della Commissione elettorale o della magistratura. Ultimo tra i gruppi maggiori, il Pheu Thai, strettamente connesso con le altalenanti fortune della famiglia dell’ex premier Thaksin Shinawatra, avrebbe ottenuto 74 seggi. I partiti sconfitti hanno accettato il risultato, ma ci sono richieste alla Commissione elettorale per nuovo conteggio dei voti.
Il referendum che si è tenuto in contemporanea con il voto per l’Assemblea nazionale e che riguardava modifiche sostanziali alla Costituzione in vigore - voluta dai militari nel 2017 - ha visto comunque prevalere il “sì” e quindi sarà la rinnovata Camera dei rappresentanti a avviare il processo di revisione.
Le analisi convergono su tre elementi, che in qualche modo corrispondono alla diversa fortuna dei principali partiti. Il primo è il “fattore Anutin”, ovvero il carisma personale di un imprenditore edile, più volte ministro e premier uscente capace di convincere gli elettori della sua volontà di affrontare e risolvere i molti problemi che la Thailandia sta affrontando senza porsi in contrapposizione con le élite e con la tradizione di patronato che tanto influisce sulla società thailandese. Fautore di una politica insieme populista e conservatrice, lui stesso si definisce un nazionalista: questa impronta sarà centrale nelle sue politiche, ma dovrà da subito confrontarsi con la soluzione del difficile contenzioso sui confini con la Cambogia, alimentato anche dalle rispettive rivendicazioni storiche e identitarie.
Il secondo punto è l’incapacità dimostrata dal People’s Party di uscire dal ruolo di portavoce delle istanze di studenti, giovani e classe media urbana, meno influenzati dalla tradizione politica e sociale e che vedono nel cambiamento, inclusa una revisione del rapporto della monarchia con il Paese, una necessità per fare uscire la Thailandia dalle secche economiche e culturali in cui si trova. Da qui il continuo assedio delle élite tradizionali, delle forze armate e dei gruppi imprenditoriali che ha avuto diverse modalità, anche repressive, è ha costretto a più “reincarnazioni” lo stesso partito finendo per metterne in dubbio le reali possibilità di governo.
Il terzo la crisi del Pheu Thai logorato da una leadership inefficace e dalle varie riproposizioni con denominazioni diverse da quando fu fondato nel 2007 come Thai Rak Thai dall’imprenditore Thaksin Shinawatra con la vittoria in tutte le elezioni da allora fino al golpe del 2014. Successivamente secondo nelle elezioni del 2019 vinte dal partito filo-militare e in quelle del 2023, ha recuperato sotto la guida della figlia di Thaksin, Paetongtarn Shinawatra il ruolo di governo esautorando proprio il People’s Party (allora sotto il nome di Mowe Forward) in coalizione con il Bhumjaithai. Costretto a uscire di scena nel settembre scorso lasciando nelle mani del solo Bhumjaithai la transizione verso il voto, il partito ha pagato ieri la crisi di credibilità per la costante associazione con la dinastia Shinawatra che a sua volta ha subìto il contrasto ideologico e di interessi con la monarchia e con i militari. Ma ha anche perso consensi nelle classi meno favorite del Nord e dell’Est del Paese, tradizionale serbatoio di voti del Pheu Thai, che in parte hanno votato per il Bhumijaithai.
Ci vorranno almeno due settimane perché siano determinati i 100 seggi della quota proporzionale che potrebbero dare maggiore stabilità alla coalizione emersa dalle urne. La Commissione elettorale sarà poi tenuta a certificare il risultato del voto e a diffondere il risultato ufficiale entro 60 giorni e entro i 15 giorni successivi (quindi entro il 24 aprile), dovrà essere convocato il nuovo Parlamento che eleggerà il suo presidente e vice-presidente. Successivamente il nuovo capo del governo – con ogni probabilità ancora Anutin - dovrà incassare l’approvazione delle metà più uno dei parlamentari.
16/12/2025 17:42




