28/06/2019, 15.03
BANGLADESH
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Gazipur, p. Liton Gomes porta l’eucarestia ai carcerati cristiani

di Sumon Corraya

Due anni fa la Commissione episcopale Giustizia e pace ha avviato le visite ai detenuti di fede cristiana. In tutto il Bangladesh esistono 68 penitenziari. Dietro le sbarre ci sono 175 cristiani, 40 dei quali stranieri. La Chiesa li sostiene dal punto di vista spirituale e legale.

Gazipur (AsiaNews) – I carcerati cristiani “hanno bisogno di cura spirituale. Sono loro che ci chiedono di fargli visita e sono contenti quando li andiamo a trovare”. Lo afferma ad AsiaNews p. Liton Hubert Gomes, il sacerdote che porta l’eucarestia ai prigionieri rinchiusi nel carcere di massima sicurezza di Kashampur a Gazipur, periferia di Dhaka. Qui 11 cristiani sono condannati a scontare pene carcerarie. Prima del suo arrivo, nessuno si prendeva cura dei fedeli. Uno di loro, Raphael Gomes, afferma in lacrime: “Quando p. Liton viene a celebrare la messa e io ricevo l’eucarestia, provo un’immensa pace”.

In Bangladesh esistono 68 penitenziari sparsi su tutto il territorio. Da due anni l’Ufficio per il servizio nelle carceri (Prison Ministry Desk) della Commissione episcopale Giustizia e pace ha avviato le visite ai detenuti di fede cristiana. In totale, i cristiani rinchiusi dietro le sbarre sono 175, di cui 40 stranieri. Quest’ultimo gruppo “è composto da persone provenienti da Africa, India, Germania, Spagna. La maggior parte è in prigione per traffico di oro, truffe bancarie o permessi d’ingresso illegali. Di recente abbiamo aiutato sette indiani ad ottenere il rilascio e a tornare nel loro Paese”.

P. Liton dice: “Noi lavoriamo per assicurare che essi ottengano giustizia e per la loro cura spirituale”. Il sacerdote racconta che all’inizio l’apostolato nelle carceri si è scontrato con la diffidenza dei direttori. “Non ci davano il permesso d’entrare. Insieme ad un funzionario delle Caritas, mi sono recato in carcere per 15 giorni, e venivo sempre respinto. Alla fine, grazie all’aiuto di un alto funzionario, abbiamo ottenuto il permesso e ora lavoriamo con i carcerati. Diamo loro consigli, li sosteniamo e preghiamo con loro”.

Le visite si svolgono per un’ora e mezza. Durante l’ultimo incontro, il sacerdote era accompagnato da due seminaristi dell’Holy Cross. Ha celebrato la messa, letto brani della Bibbia, intonato canzoni; poi ha condiviso con i detenuti qualche dolce portato dall’esterno e donato loro nuovi “lungi” (il tipico pantalone-pareo indossato dagli uomini in Asia del sud).

Tra i presenti c’era Raphael, consumatore abituale di stupefacenti, condannato per omicidio. “Io non c’entro nulla – dichiara – un giorno la polizia mi ha catturato e mi ha incriminato con false accuse”. Un altro cristiano è Nirmol Sangma (nome di fantasia), della diocesi di Mymensingh. Lui e il fratello sono stati condannati a morte per stupro. “Siamo innocenti – affermano – e siamo vittime di una cospirazione. Siamo stati accusati da un musulmano che voleva la nostra terra”.

L’Ufficio assiste i carcerati anche ascoltando le loro denunce e cercando di raccogliere prove per smascherare le ingiustizie nei confronti dei cristiani, spesso vittime innocenti che rimangono dietro le sbarre perché non possono pagare la cauzione o il processo. Per quanto riguarda il caso di Nirmol e del fratello, p. Liton afferma: “Stiamo facendo di tutto affinchè ottengano giustizia. Diverse Ong cristiane ci stanno aiutando. Abbiamo speranza”.

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