Guerra nel Golfo: e se a 'bloccarsi' fosse il lavoro migrante?
Mentre gli occhi del mondo sono concentrati sul transito delle navi dallo stretto di Hormuz, c'è un'altra "risorsa economica" fondamentale che la guerra sta mettendo gravemente a rischio: il lavoro di quasi 40 milioni di lavoratori stranieri che in molte metropoli locali sono la maggioranza della popolazione. Una crisi prolungata, con una massiccia ondata di rientri, avrebbe conseguenze pesanti anche per i Paesi d'origine in Asia Meridionale, nel Sud-est asiatico e in altri Paesi arabi.
Milano (AsiaNews) - In questi giorni l’attenzione del mondo intero è concentrata sulle ricadute economiche del conflitto in Medio Oriente, con le preoccupazioni per il blocco del transito del petrolio e delle altre merci dallo stretto di Hormuz. Ma c’è anche un’altra “risorsa globale” che il conflitto sta mettendo gravemente a rischio, pur essendo praticamente assente dai titoli dei giornali: è il lavoro di milioni di persone che ha reso possibile la trasformazione del Golfo in un grande hub globale.
Negli ultimi decenni, la crescita economica dei Paesi membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Oman e Bahrain) è stata sostenuta da un afflusso massiccio di manodopera straniera. Oggi questa regione ospita una delle più grandi concentrazioni di lavoratori migranti al mondo: secondo diverse stime, tra i 35 e i 40 milioni di cittadini stranieri vivono e lavorano nell’area, provenienti in larga parte dall’Asia meridionale, dal Sud-est asiatico e da numerosi Paesi arabi.
In molti Stati del Golfo i lavoratori stranieri rappresentano addirittura la maggioranza della popolazione residente. Negli Emirati Arabi Uniti, ad esempio, circa l’88-90% dei residenti è costituito da stranieri, mentre in Qatar la percentuale supera l’80%. Anche in Kuwait e Bahrain i lavoratori migranti costituiscono oltre la metà della popolazione. Questo modello economico, sviluppatosi a partire dagli anni Sessanta con il boom petrolifero, ha reso i Paesi del Golfo fortemente dipendenti dalla manodopera migrante.
In questo contesto, la preoccupante escalation legata alla guerra tra Israele/Usa e Iran e al rischio di un coinvolgimento diretto delle monarchie del Golfo sta sollevando interrogativi su uno scenario finora considerato remoto: che cosa accadrebbe se, protraendosi e allargandosi il conflitto, milioni di lavoratori stranieri dovessero lasciare improvvisamente la regione per rientrare nei Paesi d'origine?
Dal punto di vista logistico, un’evacuazione su larga scala sarebbe estremamente complessa. Trasferire decine di milioni di persone richiederebbe una mobilitazione senza precedenti di voli commerciali, navi e strutture di accoglienza nei Paesi di provenienza. I primi a partire sarebbero i lavoratori altamente qualificati, i tecnici specializzati e le famiglie degli espatriati, seguiti nel tempo da una parte della manodopera meno qualificata impiegata nei settori più vulnerabili.
Le conseguenze economiche per gli Stati del Golfo sarebbero, in questo caso, profonde. Interi comparti produttivi (grandi infrastrutture, edilizia, servizi urbani, logistica, turismo e assistenza domestica) dipendono quasi interamente da lavoratori stranieri. In Arabia Saudita, ad esempio, i grandi programmi di trasformazione economica come Vision 2030 prevedono la realizzazione di nuove città, infrastrutture turistiche e poli tecnologici. In questo scenario la manodopera straniera è di vitale importanza. Analogamente, negli Emirati Arabi Uniti e in Qatar numerosi progetti immobiliari e infrastrutturali continuano a dipendere in modo massiccio dai lavoratori stranieri. Una riduzione improvvisa di questa forza lavoro potrebbe rallentare o bloccare numerosi cantieri strategici, con effetti immediati sulla crescita economica e sugli investimenti internazionali.
Ma l’impatto negativo non sarebbe limitato alla regione del Golfo. Anche i Paesi di origine dei lavoratori subirebbero contraccolpi significativi. Stati come India, Bangladesh, Pakistan, Filippine ed Egitto dipendono fortemente dalle rimesse inviate dai loro cittadini impiegati nel Golfo. In alcuni casi queste rimesse rappresentano una delle principali fonti di valuta pregiata e contribuiscono in modo significativo alla stabilità economica dei rispettivi Paesi.
Il caso dell’Egitto è particolarmente emblematico. Milioni di cittadini egiziani lavorano nelle economie del Golfo e le rimesse provenienti dall’estero costituiscono una componente fondamentale dell’economia nazionale. Un rientro improvviso su larga scala potrebbe creare un devastante squilibrio nel mercato del lavoro interno, aggravare la disoccupazione e ridurre le entrate in valuta straniera. È pur vero che il ritorno dei migranti potrebbe anche produrre alcuni effetti positivi nel lungo periodo. Competenze professionali acquisite all’estero e una più altra capacità di spesa potrebbero favorire la nascita di nuove attività economiche nei Paesi di origine. Resta da capire in quale arco di tempo e con quali dinamiche potrebbe verificarsi un simile processo, soprattutto in contesti economici fragili.
La storia degli ultimi decenni dimostra che i flussi migratori nel Golfo sono estremamente sensibili alle crisi regionali. Durante la Guerra del Golfo del 1990-1991, milioni di lavoratori lasciarono Kuwait e Iraq nel giro di pochi mesi. Tuttavia, negli anni successivi le economie della regione sono tornate rapidamente ad attrarre manodopera straniera, confermando quanto il sistema produttivo del Golfo sia intrecciato con la mobilità internazionale del lavoro.
Quello che va rimarcato, è che il conflitto con l’Iran non rappresenta soltanto uno scontro militare regionale, ma ha una forte dimensione economica e strategica. Colpendo o minacciando le monarchie del Golfo, Teheran mira a mettere sotto forte pressione gli alleati occidentali (Europa in primis), intervenendo nel punto più sensibile dell’economia globale: l’energia. Come sappiamo gli attacchi contro porti, raffinerie o petroliere stanno provocando forti oscillazioni nei prezzi dell’energia e stanno di fatto destabilizzando i mercati internazionali. Per Teheran non è un obiettivo di poco conto. Il nodo centrale di questa strategia è lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più importanti del mondo, attraverso il quale transita circa un quinto del petrolio globale. Di qui i discorsi di queste ore su possibili operazioni navali per garantire la sicurezza delle rotte commerciali e mantenere aperto questo corridoio strategico.
Non potendo competere militarmente con l’Occidente sul piano convenzionale, Teheran sta cercando di rendere il conflitto troppo costoso per tutti gli attori coinvolti. Ma l’instabilità del Golfo, una crisi permanente legata anche ad una forte stagnazione delle economie interne, con la conseguente “fuga” di manodopera a causa del conflitto, sono fattori che non influenzerebbero soltanto il prezzo del petrolio o gli equilibri strategici del Medio Oriente. Avrebbero ripercussioni dirette di non poco conto, con conseguenze che andrebbero ben oltre il Medio Oriente, stravolgendo equilibri economici e sociali su scala mondiale.
Foto: Wikipedia / Alex Sergeev
17/04/2025 08:53





