18/08/2021, 12.10
HONG KONG-CINA
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Hong Kong, quattro leader studenteschi arrestati per sostegno al ‘terrorismo’

Alla base del fermo una dichiarazione controversa circa l’attacco avvenuto un mese fa contro un agente di polizia. Se riconosciuti colpevoli, essi rischiano fino a 10 anni di galera. Prosegue la repressione di attivisti e oppositori usando la controversa legge sulla sicurezza. E chi può, soprattutto giovani e coppie, cercano di fuggire. 

Hong Kong (AsiaNews/Agenzie) - Quattro leader studenteschi di una delle più prestigiose università di Hong Kong sono stati arrestati oggi, con l’accusa di aver “sostenuto” in modo attivo il “terrorismo”. È quanto riferiscono in una nota le forze di sicurezza, secondo cui alla base del fermo vi è una dichiarazione “controversa” riguardante l’attacco avvenuto il mese scorso da parte di un “lupo solitario” ai danni di un agente di polizia. “Quattro uomini fra i 18 e i 20 anni - spiega il sovrintendente Steve Li - sono stati fermati, sono membri di un sindacato studentesco e di un consiglio sindacale studentesco”. 

L’attacco risale al primo luglio, quando un uomo ha ferito con alcuni colpi di coltello un poliziotto di pattuglia in un distretto commerciale, prima di togliersi la vita in una vicenda definita dagli inquirenti di “terrorismo domestico”. Nei giorni successivi un gruppo di giovani dell’università di Hong Kong (Hku) ha diffuso un comunicato esprimendo “profondo dolore” per la morte dell’assalitore e apprezzamento per il suo “sacrificio”. 

Parole che hanno sollevato immediate polemiche e ritrattate in un secondo momento dalla stessa unione studentesca, che ha poi offerto le proprie scuse. In seguito le forze di sicurezza hanno compiuto perquisizioni nella sede del movimento, nel campus universitario e in alcuni dipartimenti dell’ateneo. “[Il documento] ha abbellito, razionalizzato, glorificato il terrorismo - prosegue Li - e un attacco indiscriminato, incoraggiando atti suicidi”. 

Se riconosciuti colpevoli, i quattro giovani rischiano fino a 10 anni di galera in base alla controversa Legge sulla sicurezza nazionale, voluta lo scorso anno da Pechino per reprimere le proteste del movimento pro-democrazia. Una norma usata a più riprese dalla sua introduzione per criminalizzare e cancellare il dissenso interno e che ha portato alla messa al bando di 30 gruppi politici o professionali, cui si somma la chiusura odierna dell’ong 612 Humanitarian Relief Fund.

Ieri, intanto, i vertici di Hong Kong hanno attaccato uno dei principali enti legali della città, intimandolo di non farsi coinvolgere nelle vicende di politica locale, ultimo episodio di una lunga serie di avvertimenti lanciati dal governo per seguire la linea dettata da Pechino. Nel mirino la Law Society (con oltre 12mila iscritti è la più grande associazione di avvocati), che avrebbe permesso alla “politica” di “dirottare” le proprie funzioni nel campo del diritto. La prossima settimana è in programma l’elezione di cinque dei 20 membri complessivi del consiglio, già oggetto dell’attenzione degli organi filo-Pechino: in un editoriale il People’s Daily, cassa di risonanza del Partito comunista, ammonisce i membri della Law Society a non eleggere “elementi anti-cinesi” e guardare più “alla professionalità, che all’indirizzo politico”. 

Le ultime vicende di cronaca sono una ulteriore conferma dell’inasprimento della repressione e del dissenso anti-cinese in atto a Hong Kong, a partire dall’introduzione un anno fa della famigerata legge. Dietro la cortina di una apparente normalità, si moltiplicano i tentativi di fuga all’estero di giovani e famiglie, soprattutto coppie fra i 30 e i 40 anni con figli che vogliono un futuro altrove. Il 15 agosto le autorità hanno sciolto il Fronte per i diritti umani, promotore di molte dimostrazioni di piazza dell’ultimo ventennio, fra le quali la marcia annuale del primo luglio dal 2003 al 2020. La stretta colpisce partiti politici, media, sindacati e ong con l’obiettivo di silenziare il dissenso e critiche, facendo scomparire i gruppi indipendenti e minando l’indipendenza dei vari gruppi, spingendo così sempre più persone ad abbandonare - nel silenzio - la città. 

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