I simboli della Pasqua degli armeni
Come tutte le Chiese d'Oriente anche i cristiani dell'Armenia si preparano a celebrare domenica 12 la resurrezione di Gesù rinovando gesti antichi come quello di tenere in mano le uova recandosi alla veglia pasquale. Tra i riti densi di significato anche l'Andastan con la benedizione dei quattro punti cardinali per esprimere la ricostruzione di un mondo nuovo fondato sulla fede e l'unità.
Erevan (AsiaNews) - Come le Chiese ortodosse, quest’anno anche la Chiesa Apostolica Armena festeggia la Pasqua (in armeno Zatik) il 12 aprile secondo il proprio calendario specifico, con particolare euforia popolare espressa dai simboli come le uova colorate. L’uovo è considerato infatti il simbolo più evidente della risurrezione e dell’inizio di una nuova vita, e il colore rosso richiama il sangue di Cristo nel sacrificio sulla croce, versato per la salvezza di tutti gli uomini.
Le uova pasquali sono diffuse in tutto il mondo cristiano in varie disposizioni, ma gli armeni si richiamano a insegnamenti molto profondi dei loro maestri come il santo Grigor Tatevatsi, un teologo e filosofo del XIV secolo, musicista, artista e pedagogo, che nel monastero Tatevskij fondò la più importante università armena del basso Medioevo insieme al suo discepolo Ovanes Vorotnetsi, gerarca ecclesiastico e protagonista della vita politica dell’Armenia.
Il santo spiegava che “soltanto a Pasqua noi dipingiamo le uova, poiché l’uovo è simbolo di pace e come dicono gli antichi sapienti il guscio esterno è come il cielo, la membrana come l'aria, l'albume come l'acqua e il tuorlo come la terra. Tenendo tra le mani l'uovo rosso, noi proclamiamo la nostra salvezza”. Con le uova in mano ci si reca al Čragalujts, la veglia della notte pasquale in attesa dell’annuncio della resurrezione, che mette fine al digiuno, e i fedeli si salutano con l’annuncio “Cristo è risorto dai morti” a cui si risponde in armeno “Benedetta la Resurrezione di Cristo”, invece del “Veramente è risorto” degli ortodossi.
Alla Pasqua seguono i cinquanta giorni fino alla Pentecoste, un periodo chiamato in armeno Khinank o Khunuk, dal termine numerico “cinquanta”. Gli armeni hanno una tradizione semplice e toccante nei preparativi pasquali, che esprime il suo massimo splendore nella Pentecoste: la germinazione dei cereali. Qualche giorno prima di Zatik, il grano o le lenticchie vengono disposti in un piattino o in una ciotola di terracotta, innaffiati ed esposti alla luce.
Quando spuntano i germogli verdi, la casa si riempie di un senso di primavera, come se la terra stessa si risvegliasse proprio sul davanzale. Questi germogli vengono posti sulla tavola pasquale come simbolo di rinnovamento, vita e benedizione. Gli armeni occidentali spesso decorano le piante con un nastro rosso "per assicurarsi un anno sereno e felice" e, in alcune famiglie, i germogli vengono poi piantati in giardino, nella convinzione che portino fortuna alla casa.
Subito dopo il Barekendan, l'ultimo sontuoso banchetto prima dei quaranta giorni dell’astinenza quaresimale, nelle case armene compaiono due bambole: Utis Tat (nonna Utis) e Aklatiz (nonno Pas). Utis è rotonda, con le guance rosee e un mestolo in mano: la signora della cucina profumata, la custode dei sapori e delle gioie del Barekendan. Aklatiz, magro, austero e con in mano un bastone, ricorda che il tempo della sazietà è finito e che il cammino della purificazione è iniziato. Durante la Quaresima, i due sembrano litigare tra loro: Utis custodisce il ricordo di piatti sontuosi, Aklatiz mantiene la casa nel silenzio, nella disciplina e nella preghiera. A Pasqua, la loro piccola disputa giunge alla fine: le bambole vengono riposte come segno che l'uomo era passato dall'abbondanza all'astinenza e sta ora entrando nella luminosa gioia della Resurrezione. Così, due semplici statuine diventano il simbolo di un grande viaggio interiore: dall'inverno alla primavera, dal carnale allo spirituale, dalla Quaresima alla Pasqua.
La Pasqua armena ha poi un rito che sembra un'antica leggenda: Andastan, la benedizione dei quattro punti cardinali. Solo la Chiesa Apostolica Armena conserva questa tradizione, dove ogni movimento del sacerdote sembra ricostruire il mondo da capo. La processione si muove in cerchio, all'interno o intorno alla chiesa, ripetendo il ritmo dell'universo. L'Est è benedetto come spiritualità, l'Ovest come statualità, il Sud come fertilità e il Nord come popolo e insediamenti. Nasce così il modello ideale di patria, fondato sulla fede, il benessere e l'unità. I fedeli assistono soltanto, ma la benedizione tocca tutti: il rituale sembra unire il Paese. Si dice che le radici dell'Andastan risalgano a secoli fa, all'epoca precristiana, quando il cerchio era considerato un simbolo di protezione e rinnovamento. La mattina di Pasqua, questo cerchio di luce delinea ancora una volta i confini del mondo, che gli armeni affidano a Dio.
06/04/2020 12:11





