02/09/2022, 08.52
RUSSIA
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I soldati russi rientrano dall’Ucraina sempre più violenti e aggressivi

di Vladimir Rozanskij

Si teme una nuova ondata di criminalità, soprattutto nella Russia caucasica. I militari tornano a casa senza più barriere psicologiche che li trattengano dalla violenza. Lo Stato non si assume alcuna responsabilità e non fa nulla per riabilitare chi ritorna dalla guerra.

Mosca (AsiaNews) – In tutta la Russia, soprattutto nel Caucaso, si teme una nuova ondata di criminalità legata al ritorno dei combattenti in Ucraina, ricordando un fenomeno analogo dopo le due guerre in Cecenia. Lo denuncia Kavkaz.Realii dopo un sondaggio tra la popolazione. Sono sempre più frequenti sulla stampa le notizie di violenze domestiche, assassini per rifiuto di sposarsi, furti e violenze di strada, minacce e uccisioni di uomini d’affari e commercianti.

L’avvocato di Nižnij Novgorod Sergej Babinets, presidente dell’associazione umanitaria “Squadra contro le torture”, spiega che “chi torna dalle azioni belliche e si mette a fare un lavoro civile può rappresentare una minaccia per le persone circostanti; chi ha ucciso sul campo di battaglia non ha più barriere psicologiche che lo trattengano dalla violenza”. Gli ordini dei comandanti sono infatti improntati a non avere remore a uccidere.

Nel sud della Russia e nel Caucaso settentrionale la crescita dell’aggressività è molto visibile. Ad agosto un ufficiale dell’esercito ha sparato a un tassista a Rostov-sul-Don, solo per divergenze di opinioni sulla guerra. Simili episodi sono finiti nel sangue a Bol’šaja Martynovka e Gelendžik, non lontano da Rostov.

I parenti dei militari tornati a casa in generale non vogliono parlare con la stampa, per timore delle reazioni dei familiari. Alcuni hanno risposto con nomi fasulli, come Albina di Nalčik, cittadina della Kabardino-Balkaria nel Caucaso, il cui fratello si era recato come volontario nella guerra ucraina, ed è tornato a casa alla fine di maggio. “Lui non parla quasi mai della guerra, ogni tanto si lamenta che ai volontari non danno abbastanza armi e munizioni, o che i carri armati si impantanano sul terreno, e che nell’esercito è molto diffusa la corruzione”, racconta Albina. Secondo la donna, “adesso nella vita normale lui cerca soltanto nemici da aggredire, a iniziare dai parenti… ho paura che sarà sempre peggio”.

Apti dall’Inguscezia racconta che il fratellastro è tornato dall’Ucraina “come fosse di vetro, fragilissimo e molto nervoso, gira sempre con la mascherina anche se non la porta più nessuno e non vuole essere fotografato… non reagisce a nulla, ma se viene troppo innervosito comincia a urlare come un forsennato, poi rimane immobile in silenzio per ore”. L’uomo non era un volontario: le autorità lo hanno costretto ad arruolarsi essendo legato per lavoro a una struttura militare, e ora “la mamma lo cura con acqua benedetta e letture del Corano, mentre io penso che dovrebbe andare a farsi vedere dai medici”. Il fratellastro di Apti è anche sottoposto a forti critiche dalle persone che lo considerano troppo vile, o troppo pacifista.

A Nadir, che vive in Daghestan, è tornato un figlio dalla guerra con gravi ferite alle gambe, ma che vuole a tutti i costi tornare al fronte. “In Ucraina lo prendevano per un ‘kadyrovets’, un macellaio ceceno agli ordini del presidente Kadyrov, con cui non c’entrava nulla, perché gli ucraini non distinguono tra i caucasici e non vogliono farli prigionieri, ma cercano di ucciderli tutti, e molti sono morti”. Nadir spiega che il figlio vuole tornare in guerra: “Dice che pagano bene, ma io non lo lascio andare, soprattutto dopo che anche l’altro figlio si è arruolato”.

Karina vive in Cecenia, e dall’inizio della guerra ha sepolto prima due zii, poi alcuni cugini: “Solo due sono tornati feriti, tutti gli altri avvolti nei teli, uno era chiuso nella bara perché era stato fatto a pezzi”. Ha dovuto lasciare il fidanzato, che è già andato due volte in Ucraina come artigliere, e al ritorno era sempre più aggressivo, colpendo Karina più volte: “Ero in un negozio, lui è entrato ubriaco, voleva prendermi davanti a tutti, urlava contro di me come se fosse in galera, e non nella vita normale”. Le telecamere lo hanno ripreso e la polizia lo ha punito con una settimana di detenzione, ma i rischi delle donne e delle persone normali non si riescono a evitare facilmente, come testimoniano molte altre storie.

L’attivista umanitaria Svetlana Gannuškina conclude amaramente che “lo Stato non si vuole assumere alcuna responsabilità per queste situazioni, e non fa nulla per la riabilitazione dei soldati di ritorno”, lasciando che la società russa e caucasica scivoli sempre più nella barbarie.

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