09/07/2026, 09.13
SIRIA
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I summit di al-Sharaa e gli attentati a Damasco

di Giuseppe Caffulli

Le bombe nella capitale siriana proprio in concomitanza con la visita di Macron e l'incontro con Trump in Turchia rilanciano i dubbi sul controllo vero del Paese da parte dell'ex jihadista divenuto presidente. Con un esercito che sta "assorbendo" più di sessanta milizie ma senza smantellare i potentati locali. E con attori internazionali che peseguono obiettivi diversi sulla "nuova Siria".

Milano (AsiaNews) - Le due esplosioni che hanno scosso il centro della capitale siriana Damasco, nella mattinata del 7 luglio, a poche centinaia di metri dal Four Seasons Hotel dove alloggiava Emmanuel Macron, primo capo di Stato dell’Unione Europea a visitare il Paese dopo la caduta di Bashar al-Assad, sono state molto più di un attentato. Sono state il piuttosto il duro promemoria, arrivato nel momento politicamente più delicato, che la Siria è uscita dalla guerra ma non dalla sua condizione d'instabilità. Il presidente francese era nella capitale per certificare il ritorno della Siria sulla scena internazionale, discutere di ricostruzione e firmare accordi economici. Le bombe (due ordigni potenti ma rudimentali, che hanno ferito 18 persone) hanno ricordato in maniera drammatica che la ricostruzione, prima ancora che economica, resta una questione di sicurezza.

Il capo dell'Eliseo ha scelto di non modificare il programma, trasformando la visita in un messaggio politico: l'Europa scommette sul nuovo corso siriano guidato da Ahmed al-Sharaa. Dietro la scelta c'è anche un calcolo politico meno evidente ma decisamente complicato. A Parigi sono convinti che la “finestra” per riportare la Siria nell'orbita occidentale sia quanto mai stretta e che lasciarla interamente nelle mani di Ankara, delle monarchie del Golfo o di una Russia ancora presente nell'area significherebbe rinunciare a qualsiasi capacità d'influenza sul futuro del Levante. Per questo Macron ha deciso di esporsi personalmente. Il messaggio è lampante: oggi, per le capitali europee, la stabilità della Siria pesa più della biografia di chi governa Damasco.

Il passaggio strategico più importante si è verificato poche ore dopo, ad Ankara, dove il presidente siriano è arrivato sotto l'aura protettrice del suo principale sponsor regionale, Recep Tayyip Erdogan, per incontrare Donald Trump a margine del vertice della Nato del 7-8 luglio. Fino a pochi anni fa Al-Sharaa era conosciuto soprattutto con il suo nome di battaglia, Abu Mohammed al-Jolani, leader di Hayat Tahrir al-Sham e figura legata al jihadismo siriano. Ad Ankara ha incontrato il presidente degli Stati Uniti grazie alla mediazione del leader turco, che per anni ha investito sulla caduta di Bashar al-Assad e sulla galassia dell'opposizione armata sunnita.

Non è un caso che anche questo faccia a faccia con Trump sia maturato sotto la regia di Erdogan (il terzo, dopo l'incontro del 14 maggio 2025 a Riyadh, Arabia Saudita, e la visita del 10 novembre scorso a Washington, ricevuto con tutti gli onori nello Studio Ovale). Fonti diplomatiche descrivono da settimane un intenso lavoro turco per accreditare al-Sharaa come interlocutore sempre più affidabile agli occhi dell'amministrazione americana e degli alleati Nato. Il presidente turco ora punta a raccogliere i dividendi strategici della sua “strategia siriana“: dalla sicurezza del confine alla riapertura dei corridoi commerciali verso il mondo arabo.

Trump, come spesso accade, ha condensato il cambiamento in poche battute colorite. “È un duro”, ha detto parlando del nuovo presidente siriano. Poi ha rincarato: “Ha fatto un lavoro straordinario in un anno e mezzo, ha unito l'intero Paese”. Parole che fotografano il ribaltamento geopolitico più sorprendente sulla scena internazionale: un ex comandante jihadista trasformato, almeno agli occhi della Casa Bianca e del suo imprevedibile inquilino, nell'uomo incaricato di ricostruire uno Stato.

Dietro quelle frasi c'è però anche una precisa scelta di realpolitik. A Washington prevale ormai l'idea che la priorità non sia più giudicare il passato di al-Sharaa, ma verificare se sia in grado di impedire che la Siria ricada nel caos. L'ex terrorista viene osservato meno per ciò che è stato e più per la sua capacità di garantire ordine, contenere la minaccia dello Stato islamico e, soprattutto, impedire che Iran e Russia tornino a riempire gli spazi lasciati liberi dalla caduta di Assad.

Ma dietro la diplomazia e gli attestati di fiducia resta una domanda fondamentale: al-Sharaa ha davvero in mano un Paese da governare? Il problema non riguarda soltanto la ricostruzione delle città distrutte o la ricerca dei miliardi necessari per rilanciare l'economia. Il vero banco di prova è la costruzione di uno Stato capace di esercitare il monopolio della forza. In altre parole: creare un esercito nazionale. Le vecchie forze armate degli Assad erano uno strumento rigidamente centralizzato. Ogni divisione dipendeva da Damasco, mentre i servizi di sicurezza controllavano costantemente comandanti e ufficiali, impedendo la nascita di poteri autonomi. Quel modello è crollato insieme al regime.

Il nuovo esercito nasce, a quel che sembra, seguendo una logica opposta. Le oltre sessanta fazioni che hanno combattuto contro Assad vengono gradualmente integrate nel Ministero della Difesa senza essere realmente sciolte. Mantengono comandanti, reti di fedeltà e, soprattutto, il radicamento nei territori da cui provengono. È quello che alcuni osservatori definiscono già l'esercito dei “figli del popolo”. Non una forza costruita dall'alto, ma una somma (eterogenea) di comunità armate che ritornano nelle proprie città insieme ai civili sfollati e cercano di trasformarsi in istituzioni dello Stato.

L'idea nasce da una necessità pratica. Damasco non dispone né delle risorse né dell'apparato coercitivo per smantellare tutte le milizie e ricostruire da zero le forze armate. Al-Sharaa ha scelto quindi una soluzione pragmatica: incorporare le fazioni invece di combatterle.

È anche questo il motivo per cui, spiegano diplomatici occidentali che seguono il dossier siriano, nessuno a Damasco parla più di smobilitare rapidamente le milizie. Sarebbe il modo più veloce per provocare una nuova guerra interna. La parola d'ordine è piuttosto “assorbire”, anche a costo di accettare un esercito imperfetto, composto da catene di comando parallele e fedeltà locali. Nei ministeri siriani c'è la consapevolezza che il processo richiederà probabilmente un'intera generazione di nuovi ufficiali formati nelle accademie statali prima che l'identità militare prevalga su quella della fazione di provenienza. Il prezzo di questa strategia azzardata potrebbe però essere altissimo.

Ogni divisione continua infatti a riflettere gli equilibri locali. Nell'area di Damasco rientrano gli uomini di Jaysh al-Islam, protagonisti della guerra nella Ghouta orientale. A est operano ex formazioni dell'Esercito nazionale siriano sostenuto dalla Turchia. Nel nord-est resta aperta la partita con le Forze democratiche siriane a guida curda (sostenute dagli Usa), che stanno negoziando una graduale integrazione mantenendo però una significativa autonomia sul territorio. A sud, nelle aree druse di Suwayda, altri potentati locali trattano direttamente con Damasco da una posizione di forza, sostenuti da equilibri regionali tutt'altro che definitivi.

Più che un esercito nazionale, insomma, potrebbe nascere una federazione di eserciti locali, formalmente dipendenti dal Ministero della Difesa ma sostanzialmente fedeli ai propri comandanti e alle rispettive comunità. È una fragilità che pesa anche sulla diplomazia internazionale. Erdogan vede nella nuova Siria l'occasione per consolidare la propria influenza e, soprattutto, per limitare il peso politico e militare dei curdi lungo il confine meridionale della Turchia. Trump, invece, guarda soprattutto alla stabilizzazione del Paese, convinto che un governo sufficientemente forte possa evitare una nuova stagione di guerra civile e ridurre gli spazi per il ritorno dello Stato islamico.

Ma gli interessi convergono fino ad un certo punto. Per Ankara il dossier curdo resta prioritario. Per Washington è invece essenziale evitare che una pressione eccessiva sui curdi produca nuove tensioni o spinga le aree nordorientali verso una nuova instabilità. In mezzo c'è al-Sharaa, chiamato a tenere insieme esigenze spesso incompatibili.

Anche per questo gli attentati di Damasco assumono un significato che va oltre il bilancio dei feriti. Le bombe ricordano che esistono ancora gruppi capaci di colpire il cuore della capitale, proprio mentre il presidente francese cerca di rilanciare gli investimenti occidentali e mentre il leader siriano viene accolto ai tavoli della grande diplomazia.

È questo il nodo che il consenso diplomatico raccolto ad Ankara e le parole di incoraggiamento di Trump non possono sciogliere. Perché il futuro della Siria non dipenderà tanto dal riconoscimento internazionale del suo nuovo presidente quanto dalla sua capacità di convincere uomini che per quattordici anni hanno combattuto sotto bandiere diverse ad accettarne una sola.

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