28/02/2026, 00.05
MONDO RUSSO
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I tristi anniversari del nuovo impero

di Stefano Caprio

I popoli del mondo sono stanchi della guerra, e si moltiplicano gli appelli del papa Leone XIV affinché “l’umanità possa avanzare verso una pace autentica e duratura”; ma questi richiami vengono ascoltati in modalità molto diverse nelle varie regioni del mondo devastate dai conflitti neo-imperiali. 

Nel giro di un mese si sono succeduti gli anniversari che celebrano la nuova ideologia imperiale del mondo contemporaneo, tra Russia e America. Il 20 gennaio si è ricordato il primo anno del nuovo mandato di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti d’America, del Venezuela, della Groenlandia e di molto altro. Il 25 febbraio sono scaduti i 12 anni dall’occupazione russa della Crimea, quando nel 2014 è realmente iniziato il conflitto con l’Ucraina dopo l’Euromaidan. E il 24 febbraio è iniziato il quinquennio dell’invasione vera e propria dell’Ucraina, la guerra “speciale” che ha completato la precedente fase “ibrida”, anche se già molto sanguinosa.

Il 3 gennaio era stata celebrata una festa preventiva delle date imperiali, con l’operazione speciale “impeccabile” degli americani a Caracas e il rapimento di Nicolas Maduro, l’amico di Putin. Eppure questa azione non si può considerare un nuovo inizio di guerra fredda tra Usa e Russia, ma un episodio sintomatico della nuova era del neo-imperialismo, senza bisogno di tante ideologie e con facili scambi di bandiere a tutte le latitudini. Non siamo in realtà di fronte alla nuova contrapposizione di due blocchi mondiali, Oriente contro Occidente, Nord globale contro Sud globale. Al di là delle facili retoriche di regime, è la realizzazione di un nuovo sistema, in cui le grandi potenze agiscono sulla base di logiche “multipolari” di potere e di affari.

L’operazione Absolute Resolve in Venezuela non deve essere considerata come “una guerra” secondo la dirigenza americana, così come non si può chiamare “guerra” l’invasione dell’Ucraina. La prima è una “azione delle forze dell’ordine contro la delinquenza internazionale”, la seconda è la “difesa dei russi del Donbass dal genocidio neo-nazista”, con formulazioni sempre più variopinte e grottesche a seconda della regione e della storia locale. Nelle ultime trattative di Ginevra tra russi, ucraini e americani, il capo-delegazione russo Vladimir Medinskij ha giustificato le pretese di Mosca risalendo al Battesimo di Kiev del 988, che secondo la ricostruzione storica sarebbe da attribuire al Cremlino come eredità “morale e spirituale”, in una disputa medievale mai risolta sull’identità della Russia e dell’Ucraina.

Un relitto del passato appare del resto lo stesso diritto internazionale, completamente ignorato sia in Crimea e nel Donbass, sia a Caracas, senza consultare non soltanto l’Assemblea dell’Onu, ma neppure il Congresso americano, per non parlare della psichedelica Duma di Mosca. L’ultima assemblea generale dell’Onu ha approvato una generica risoluzione di “sostegno della pace in Ucraina” con 107 voti a favore, 12 contrari e 51 astenuti in ordine sparso, mentre le prospettive di pace e ricostruzione della striscia di Gaza vengono discusse nel fantasioso Board of Peace di Trump che ne è il “presidente a vita” e il cui obiettivo, secondo lo statuto, è quello di “promuovere la stabilità, restaurare governi affidabili e legittimi e assicurare una pace duratura nelle aree afflitte o minacciate dai conflitti”. Il biglietto d’ingresso a questa “struttura di sostegno dell’Onu” costa un miliardo di dollari, tranne i biglietti omaggio offerti a spettatori e “osservatori”, e raduna 24 Paesi sui 60 invitati allo spettacolo.

Come osservano diversi commentatori, questi eventi nell’arena internazionale possono essere considerati una trasformazione del neo-colonialismo, tipico della seconda metà del XX secolo, nella nuova forma del neo-imperialismo in cui si risolve la svolta globalista dell’inizio del XXI secolo. Non si parla più di “lotta al comunismo” in nome dei valori liberali; semmai la “missione civilizzatrice” viene sbandierata dagli ex-comunisti contro la “degradazione liberale”, con varianti retoriche sempre più nebulose e contraddittorie.

Il neo-imperialismo russo si distingue principalmente da quello americano non tanto per i contenuti, quanto per il linguaggio della retorica. Gli americani individuano dei valori universali per giustificare le proprie azioni, come la sicurezza, il diritto, la lotta alla criminalità, mentre la Russia agisce secondo la logica degli “ambiti storici d’influenza”, negando ai Paesi vicini ex-sovietici (e non solo) una soggettività statale autonoma e integrale. Queste pretese della Russia, generate dal risentimento per la fine dell’impero sovietico, risalgono a molto prima delle date celebrate in questi giorni, ricordando ad esempio l’invasione russa della Georgia nel 2008, quando l’allora presidente ad interim della Russia, Dmitrij Medvedev, affermò direttamente che Mosca aveva “interessi privilegiati” in molte regioni del mondo, a partire dallo spazio post-sovietico, dichiarazione da lui rilasciata quando era ancora sobrio e moderato.

Lo schema del 2008 portò alla formazione delle “repubbliche indipendenti” dell’Abkhazia e dell’Ossezia del sud, “quasi-annesse” alla Russia, mentre quelle della Crimea e del Donbass sono state inserite nella Federazione pur senza averle conquistate integralmente; anzi, sono rimaste in bilico perfino in questi giorni, grazie alla controffensiva ucraina facilitata dalla sospensione dei collegamenti russi ai satelliti Starlink di Elon Musk, forse il personaggio più simbolico di questo tempo di totale disorientamento nei cieli e sulla terra. A luglio del 2021 era stato pubblicato un articolo di Vladimir Putin “Sull’unità storica di russi e ucraini”, in cui spiegava che l’Ucraina era il frutto di un errore storico, da attribuire all’insufficiente visione civilizzatrice del capo rivoluzionario Vladimir Lenin, in parte corretto dallo spirito “missionario” del dittatore georgiano Josif Stalin.

Non a caso, il proclama putiniano era apparso due mesi dopo l’inizio del ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan, l’evento simbolico della fine del neo-colonialismo proprio su un territorio dove si era conclusa la guerra fredda tra i due grandi blocchi coloniali di Oriente e Occidente. I russi hanno quindi interpretato questa svolta come il “via libera” alla costruzione del neo-imperialismo, radunando alle frontiere dell’Ucraina masse di soldati mentre gli americani li ritiravano dall’aeroporto di Kabul, lasciando i propri ex-coloni in balia dei talebani, diventati i nuovi grandi amici del Cremlino.

Si può ricordare un’altra data simbolica, il 12 febbraio 2016, quando giusto 10 anni fa avvenne lo storico abbraccio all’aeroporto dell’Avana tra il patriarca ortodosso di Mosca Kirill e il papa di Roma Francesco, incrociando le origini latino-americane del pontefice con la giurisdizione pastorale del patriarca sulla terra cubana di eredità latino-sovietica. Quell’incontro non servì a risolvere il contenzioso millenario tra cattolici e ortodossi, ma costituì un’ottima giustificazione per benedire l’intervento dei russi in Siria, fermando le velleità americane. La Siria è stata per la Russia un’ottima palestra di formazione delle “guerre ibride”, favorendo la creazione di compagnie militari pronte ad ogni intervento “speciale” come i ceceni kadyrovtsy e i “musicisti” della Wagner di Evgenij Prigožin, i principali protagonisti dell’invasione russa in Ucraina.

Gli anniversari del passato recente e remoto s’intrecciano, si accavallano e si contraddicono, senza lasciar intravvedere quali potrebbero essere le nuove svolte storiche del futuro prossimo e lontano. I popoli del mondo sono stanchi della guerra, e si moltiplicano gli appelli del papa Leone XIV affinché “l’umanità possa avanzare verso una pace autentica e duratura”; ma questi richiami vengono ascoltati in modalità molto diverse nelle varie regioni del mondo devastate dai conflitti neo-imperiali. Gli ucraini confidano nella loro forza di resistenza e nella speranza di una ricostruzione materiale e morale del Paese, senza farsi inghiottire dal mostro putiniano, e i palestinesi sognano di rivedere la luce da sotto le macerie, magari per vivere nella nuova stazione turistica della Gaza trumpiana.

Gli americani sono dilaniati tra il sostegno alla nuova ideologia imperial-commerciale e la difesa delle libertà di ogni forma di espressione morale e sociale, mentre gli europei, esperti storici delle guerre intestine di ogni genere, faticano a comprendersi tra loro per esprimere una posizione capace di influire sulle pretese neo-imperiali di Mosca e Washington, con il silenzioso sguardo di Pechino che sembra assai compiaciuto dallo svolgersi degli eventi mondiali. I più disorientati di tutti appaiono peraltro proprio i russi, nonostante l’ossessiva propaganda patriottica interna che penetra nelle famiglie e nelle scuole a cominciare dagli asili, perfino dagli asili-nido dei figli generati a suon di rubli dalle ragazze minorenni.

La società russa considera la guerra un evento inevitabile, da sopportare passivamente o sfruttare economicamente, a seconda delle regioni povere o delle metropoli ricche in cui si vive. Sprofondare nelle trincee fangose del Donbass non è poi tanto peggio del lavoro oscuro nelle miniere della Siberia, la paga è migliore e la morte una garanzia per la famiglia. Il popolo russo non capisce il suo destino perché non vuole capirlo, e secondo i capi del Cremlino non deve capirlo, deve accettarlo passivamente fidandosi della protezione dall’alto. Questa protezione appare assai poco credibile e soffocante, e non si vedono vie d’uscita per chissà quanto tempo, sperando di non dover commemorare troppi quinquenni di guerra universale.

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