18/01/2021, 09.00
CINA
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Il Pil cinese è cresciuto del 2,3% nel 2020, ma la ripresa post-Covid è ancora in pericolo

Pechino è l’unico Paese del G-20 a segnare una crescita positiva. Fra le economie avanzate Taiwan ha fatto però meglio. Il problema del debito. Calati i consumi interni e il numero di lavoratori migranti. Crollo degli investimenti nella Belt and Road Initiative.

Pechino (AsiaNews/Agenzie) – Il prodotto interno lordo cinese è cresciuto del 2,3% nel 2020, in forte recupero dopo il -6,8% registrato nel primo trimestre dello scorso anno a causa della pandemia da coronavirus. Con ogni probabilità la Cina è l’unico Paese del G-20 ad aver segnato una crescita positiva: non è però quella ad aver fatto meglio tra le economie avanzate. Taiwan, che ha una storia di grande successo nella lotta al Covid-19, ha avuto un incremento del Pil fra il 2,4 e il 2,5%, con prospettive di accelerare al 3,2% nel 2021.

La ripresa cinese è attribuita alla rapidità con cui le autorità hanno introdotto misure per contenere l’emergenza sanitaria. Per sostenere la produzione, Pechino ha puntato sugli investimenti pubblici, sul taglio delle tasse e facilitazioni per accedere al credito bancario. Questa politica espansiva ha avuto però l’effetto negativo di accrescere il debito nazionale a livelli record. Secondo i calcoli dell’Accademia cinese delle scienze sociali, nel 2020 il debito nazionale è salito al 275% del Pil: alla fine del 2019 era attorno al 245%.

Il dato produttivo dello scorso anno è il peggiore in decenni. L’obiettivo dichiarato del presidente Xi Jinping di stimolare il consumo interno non è stato raggiunto. Nel 2020 i consumi pro-capite nel Paese sono calati dell’1,6%. La crescita è stata alimentata ancora dall’export, soprattutto di prodotti sanitari, e dalla vendita interna di automobili e case: due settori fortemente sussidiati dallo Stato. La dipendenza di Pechino dai mercati esterni crea incertezza sul futuro, dato che la maggior parte dei partner stranieri fatica a riportare l’economia ai livelli pre-crisi.

Vi sono poi dubbi sul numero effettivo dei disoccupati. I dati ufficiali parlano di un tasso di disoccupazione del 5,6%, meno del 6% delle previsioni. Il calcolo contempla però solo i lavoratori “urbani”, escludendo i lavoratori migranti che si trasferiscono dalle campagne alle città senza ottenere la nuova residenza. Per l’Ufficio nazionale di statistica, nel 2020 i loro numero si è fermato a 285 milioni: nel 2019 erano più di 290 milioni; vi sono dunque cinque milioni di migranti che con ogni probabilità non hanno trovato un nuovo impiego.

Secondo gli osservatori, le difficoltà del gigante asiatico sono segnalate da un altro dato indiretto: il crollo degli investimenti nella Belt and Road Initiative, il grande progetto voluto da Xi per rendere il Paese il dominus del commercio mondiale. Il China Global Investment Tracker ha calcolato che lo scorso anno gli investimenti cinesi in questo ambito sono arrivati a 46,5 miliardi di dollari: nel 2019 erano stati 103 miliardi; 117 nel 2018.  

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