Il fallimento ‘mondiale’ delle squadre asiatiche ad Usa 2026
Con l’eliminazione del Giappone ai sedicesimi, unica squadra a superare la fase a gironi, il continente non ha più alcuna compagine. Il confronto impietoso con l’Africa e la catena di dimissioni, dalla Corea del Sud all’Arabia Saudita. Il caso Iran, mai sconfitto ma eliminato per differenza reti (e politica ostile). Il messaggio dei giocatori: “Possano pace e amicizia prevalere”.
Milano (AsiaNews) - Un fallimento ‘globale’ e senza attenuanti a dispetto dei proclami e delle aspettative della vigilia: il mondiale di calcio 2026 per le squadre asiatiche si è già concluso a quasi tre settimane dalla finalissima, in programma il 19 luglio, con l’eliminazione avvenuta ieri del Giappone per mano di un non irresistibile Brasile ai sedicesimi, prima fase degli scontri diretti. Le altre compagini del continente non sono riuscite a superare nemmeno i gironi eliminatori, surclassate da nazioni con aspettative ben inferiori per investimenti e risorse come Capo Verde: la piccola nazione insulare africana si è qualificata superando fra gli altri l’Arabia Saudita, prossima organizzatrice della manifestazione nel 2030, e sabato 4 luglio, affronterà l’Argentina per una sfida che vale già per la storia.
Oltre al confronto impietoso con lo stesso continente africano, che nel Marocco vincitore sull’Olanda ha già una compagine capace di assicurarsi gli ottavi, il movimento calcistico asiatico pare aver toccato il punto più basso della storia recente, fatta di investimenti e pubblicità. Del resto sono ancora impresse nella memoria le parole dell’allora presidente Fifa (la Federazione internazionale che organizza la competizione e governa il calcio globale) Sepp Blatter ai primi anni del duemila.
Una fase di grande ascesa per lo sport, alla vigilia di Mondiali di Corea del Sud e Giappone che si sono celebrati nell’estate del 2002. “In Asia - aveva profetizzato Blatter - vive oltre la metà della popolazione mondiale [e per questo] il futuro del calcio deve essere in Asia”. Per il manager l’elemento sportivo si accompagnava al ritorno economico, a fronte di un crescente successo popolare con previsioni - azzardate - di possibile vittoria finale. L’edizione attuale della rassegna calcistica per nazioni più prestigiosa mostra quanto le previsioni fossero sbagliate.
Con l’uscita di scena dei “samurai blu” il solo team “asiatico” ancora in lizza è l’Australia che appartiene all’Asian Football Confederation (Afc), pur non essendo parte del continente. Di contro, vale qui ricordare l’eliminazione immediata anche della Turchia che, al contrario dei “canguri”, è a tutti gli effetti una nazione asiatica pur facendo parte della Federazione calcistica europa (Uefa). In ogni caso, le aspettative della vigilia per il più vasto contingente di sempre ad un mondiale (nove squadre in totale) si sono già affievolite ed è già partita la caccia ai responsabili, con le dimissioni dei vertici delle Federazioni sud-coreana e saudita.
I numeri sono impietosi: l’Iraq ha subito 12 gol, segnando solo una volta. L’Uzbekistan ha concesso 11 reti, segnandone solo due. Il Qatar ne ha concesse 10, segnandone due. La Giordania ha subito otto gol, segnando tre. L’Arabia Saudita ne ha concessi cinque, ne ha segnato uno. La Corea del Sud ha segnato due e ha subito tre reti. L’Iran, unica squadra tra le sette ad evitare sconfitte ma osteggiata sul piano politico a causa del conflitto nel Golfo e vittima di restrizioni e ostacoli che ne hanno condizionato la prestazione, ha segnato tre reti e subite altrettante. Nel complesso, le sette squadre asiatiche eliminate hanno vinto solo una partita, pareggiato sei e perse 15. Hanno segnato 14 gol e ne hanno subiti 52. Quattro squadre hanno finito con un punto o meno. Tre squadre hanno finito con zero. Il Qatar, il due volte campione asiatico in carica, è riuscito a fare solo un punto. Uzbekistan, Giordania e Iraq hanno finito a quota zero, specchio di un continente che non è progredito così rapidamente come suggeriscono risorse, investimenti e quota di partecipanti.
In queste ore l’allenatore della Corea del Sud si è dimesso, chiedendo perdono alla nazione: “Vorrei scusarmi sinceramente - ha detto - con i cittadini che hanno amato il calcio coreano e hanno sempre sostenuto la squadra nazionale. Non sono riuscito a fornire i risultati che il pubblico si aspettava. La responsabilità - ha concluso - è interamente mia”. L’Arabia Saudita, una nazione che aveva battuto l’Argentina poi campione del mondo nel 2022, ha finito con soli due punti e a poco è servita la decisione di cambiare l’allenatore alla vigilia della manifestazione, licenziando Herve Renard per Georgios Donis. Imbattuta, ma vittima di giochi extra-sportivi l’Iran che pur avendo pareggiato tre partite non è riuscita a rientrare fra le migliori terze per differenza reti. Il capitano Mehdi Taremi ha etichettato il torneo come un “disastro” mentre l’allenatore Amir Ghalenoei ha detto che la squadra è stata “la più oppressa” per le restrizioni ai visti. Nello spogliatoio dopo la partita finale hanno lasciato un biglietto scritto a mano. “Dall’antica Persia di migliaia di anni fa all’Iran civilizzato di oggi, lo spirito rimane vivo e costante”. “Siamo venuti a Los Angeles con orgoglio, abbiamo gareggiato con onore e siamo partiti con dignità. Possano - conclude il messaggio - la pace, il rispetto e l’amicizia prevalere tra tutte le nazioni”.
Il contrasto con l’Africa è impietoso e impossibile da ignorare: delle 10 squadre africane iscritte al torneo, ben nove hanno raggiunto la fase a eliminazione diretta. Al riguardo, l’allenatore della Giordania Jamal Sellami ha offerto un’analisi eloquente: “La cosa più importante per il calcio giordano, se deve avere maggiori possibilità di ottenere risultati, è avere giocatori che competono in campionati più forti”. Il successo africano suggerisce che ha ragione, con giocatori sparsi in tutti i campionati europei, mentre la gran parte dei migliori in Asia giocano nel continente.
Alla vigilia del torneo il presidente Afc Shaikh Salman bin Ebrahim Al Khalifa aveva esortato le squadre asiatiche a “cogliere il momento” e “stabilire un nuovo record di risultati al di fuori dell’Asia”. La risposta è stata un “flop mondiale” a dispetto degli enormi sforzi economici e di immagine della federazione asiatica e dei singoli Paesi, non ultima la Cina nemmeno qualificata. I media sudcoreani sono fra le voci più critiche, col Chosun Ilbo che ha definito la campagna una “delusione” con la squadra che si lascia alle spalle un “risultato imbarazzante”. Lo striscione di un fan all’aeroporto di Incheon di Seoul è ancora più netto: “Il calcio sudcoreano è morto”.
13/09/2005





