Il piano di pace di Trump per l’Ucraina assist per ‘l’alleato’ Putin
Il 2025 non segna la fine delle guerre, ma la divisione tra le dittature d’Oriente e Occidente. Il nuovo Dizionario della lingua russo rilancia visioni di democrazia e autocrazia dell’ideologia ufficiale. La specialità di Witkoff e Dmitriev, artefici del “progetto” di tregua, è contare i soldi dividendosi la posta. Lo scontro sulla lingua e il tema della convivenza fra Chiese ortodosse.
Se ci fosse stato bisogno di un’ulteriore prova della stretta amicizia tra i due imperatori Donald Trump e Vladimir Putin, dopo aver strapazzato Volodymyr Zelenskyj a febbraio e aver inscenato una passeggiata amorevole in Alaska a Ferragosto, ecco il “piano di pace” presentato a novembre, giusto dopo aver screditato il leader ucraino con lo scandalo dei water d’oro orchestrato dall’Fbi su commissione del Cremlino. L’esito delle vicende globali del 2025 non sarà la fine delle guerre in Europa e in Medio Oriente, ma la divisione del mondo tra le dittature d’Oriente e d’Occidente.
Proprio in questi giorni è stato pubblicato in Russia il nuovo Dizionario della lingua di Stato, che obbliga a interpretare i termini secondo gli standard decisi dall’ideologia ufficiale del “sovranismo ortodosso”. La democrazia viene quindi definita “il sistema di governo che realizza gli interessi delle persone più influenti”, mentre l’autocrazia è “il più efficace sistema di adempimento delle attese della popolazione”, la sintesi della politica di Putin e Trump, e di molti altri dittatori e “padri della patria” del tempo in cui viviamo. Gli autori del Dizionario sono oscuri funzionari del Cremlino, ma dietro i loro nomi si leggono chiaramente i veri ispiratori, come l’americano Steve Bannon e il russo Aleksandr Dugin, gli ideologi dell’impero contemporaneo.
L’ideologia dell’autocrazia sovranista può essere riassunta nello slogan eufonico russo tipico dei tempi sovietici: Miru - Mir, “Pace al Mondo”, ma anche “Il Mondo alla Pace”, inteso come una riduzione del mondo intero al proprio modo di intendere la pace (Mir significa sia Pace che Mondo). E la pace dei 28 punti, che diventano sempre di meno man mano che avanzano le “trattative” in ogni angolo del mondo, è un’efficace espressione di questa “idea russa” a cui gli americani oggi si adeguano, che si risolve nelle due parole dello slogan sovietico. Lo si può esprimere in forma ancora più esplicita ed efficace: Borba za Mir, “Lotta per la Pace” o anche “Guerra per il Mondo”.
I 28 punti di Trump, da accettare “entro una settimana” salvo poi procrastinarli per sei mesi, secondo la tempistica abituale dell’attuale capo della Casa Bianca, sono diventati 19 dopo gli incontri a Ginevra e ad Abu Dhabi, coinvolgendo delegazioni e rappresentanti di ogni tipo, anche se gli autori fondamentali rimangono sempre i soliti due, Steve Witkoff e Kirill Dmitriev (entrambi consiglieri di Putin, come si è visto dalle registrazioni diffuse), la cui specialità non è la politica o la diplomazia, e neppure i piani militari o le specificazioni giuridiche, ma soltanto la capacità di contare i soldi dividendosi la posta sul piatto.
Dei tanti argomenti nella lista, uno su tutti dimostra la nuova visione del mondo russo-americana, e riguarda il blocco dell’espansione della Nato, in cui il divieto all’ingresso dell’Ucraina è semplicemente un dettaglio secondario. Sarebbe più logico parlare esplicitamente di “fine della Nato”, intesa come alleanza militare tra America ed Europa nei confronti delle minacce orientali di Russia, Cina e altri nemici asiatici e non. La Russia non vuole la Nato almeno quanto oggi gli Stati Uniti vogliono tirarsene fuori, abbandonando gli europei al proprio destino, a cominciare proprio dagli ucraini. Del resto il 4° punto definisce bene questo nuovo assetto, auspicando “il dialogo tra Russia e Nato per assicurare la sicurezza globale e aumentare la possibilità di cooperazione per un futuro sviluppo economico”.
Ecco allora le conseguenze di questo “dialogo”, esplicitato ai punti 13-14, con il ritiro delle sanzioni alla Russia e il suo rientro nel G8, dividendosi le spese per le ricostruzioni in Ucraina con 100 miliardi pagati dagli europei, e il 50% di eventuali profitti da assegnare agli Usa. All’Ucraina verrà concesso l’ingresso nella Ue, con un accesso preferenziale al mercato europeo a breve termine, sempre sotto la gestione economica americana grazie al programma di finanziamento speciale elaborato dalla Banca Mondiale, controllando soprattutto la ripresa dell’estrazione di minerali e risorse naturali, l’argomento preferito dei colloqui diretti tra Trump e Zelenskyj, come quelli che si rinnovano in questi giorni. Ovviamente è prevista anche “la conclusione di un accordo di cooperazione economica a lungo termine” tra la Russia e gli Stati Uniti, grazie all’istituzione di “un gruppo di lavoro congiunto americano-russo”. Anche la centrale nucleare di Zaporižja (punto 19) sarà messa in funzione sotto la supervisione dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), e l’elettricità prodotta sarà distribuita in parti uguali tra Russia e Ucraina al 50%.
Il punto meno elaborato dei 28 presentati da Trump è il n. 20 sulla “Tolleranza”, chiaramente ispirato dai russi per indicare il ripristino della lingua russa in Ucraina, espresso nei termini generici per cui “i due Paesi si impegnano ad attuare programmi educativi nelle scuole e nella società volti a promuovere la comprensione e la tolleranza reciproca”. La motivazione linguistica è una delle principali cause del conflitto fin dal 2014, con la “de-russificazione” in atto in Ucraina anche nei confronti della letteratura e della cultura russa in generale, non solo mettendo al bando la “lingua dell’invasore”, che peraltro tutti gli ucraini parlano in privato, ma fingono di non conoscere in pubblico. E ancora di più la questione riguarda la convivenza delle due Chiese ortodosse tra loro identiche in ogni aspetto linguistico e ritualistico, quella autocefala nazionalista e quella patriarcale filo-russa, dove l’unica differenza sta nel nome del primate invocato nelle litanie liturgiche.
Il punto più direttamente relativo alle questioni militari riguarda ovviamente i territori occupati e “annessi” dalla Russia, che secondo la proposta trump-putiniana devono essere attribuiti a Mosca integralmente per quanto riguarda le quattro regioni di Donetsk, Lugansk, Kherson e Zaporižja, mentre nelle possibili modifiche delle altre trattative in corso si vorrebbero “congelare” lungo la linea attuale del fronte, senza obbligare l’Ucraina a riconoscerne la sovranità alla Russia. È evidente che su questo aspetto non ci sono molte possibilità di accordo tra i due contendenti, sia per l’orgoglio ucraino che non intende riconoscere alla Russia neppure la Crimea, sia per le mire della Russia che sta preparando una grande campagna militare per il 2026, con l’intenzione di raggiungere anche Odessa e privare l’Ucraina di ogni accesso al mar Nero, uno degli obiettivi militari più esplicitie irrinunciabili per Mosca non solo nella guerra attuale, ma fin dai conflitti medievali di Ivan il Terribile. Putin ha infatti dichiarato che tutti i punti verranno discussi “solo dopo il ritiro delle truppe ucraine”.
Il piano “obbligatorio” e poi rimandato prevede anche l’organizzazione delle elezioni in Ucraina “entro 100 giorni” dalla firma del trattato di pace, mentre la contro-proposta europea propone un approccio meno rigido alla questione, senza bisogno di fissare una scadenza ferrea. Gli europei sono del resto gli ultimi cultori della tanto disprezzata “democrazia”, e l’idea di imporre scelte radicali e “autocratiche” come vorrebbero russi e americani, magari sull’onda degli scandali orchestrati ad arte, è forse l’aspetto che più distingue le diverse visioni del mondo che oggi si confrontano. Gli ucraini hanno certamente bisogno di ritrovare la via per una ricostruzione che unisca le diverse forze in campo nella politica nazionale, ma non sarà facile sottrarsi alle influenze dirette di Mosca e Washington, che attualmente convergono sostanzialmente su un punto: l’allontanamento di Zelenskyj, uno degli obiettivi primari dell’invasione russa del 2022.
Rimane ovviamente in bilico la questione della limitazione delle forze armate ucraine, quella delle possibili forze di pace sul territorio e delle garanzie di sicurezza rispetto a eventuali riprese del conflitto, dove l’incertezza evidente degli accordi rivela la loro fondamentale inconsistenza, che rende assai poco probabile una conclusione entro la fine dell’anno in corso, e forse anche del successivo. A Trump del resto interessa poco della vera soluzione della guerra, al di là della gloria personale in vista di nuove candidature al Nobel per il Miru-Mir, e a Putin interessa veramente la vittoria ideologica sull’Occidente ormai ristretto ai territori europei, dopo avere di fatto già conquistato l’America. I due sistemi si basano sugli affari, proiettandosi sullo sfondo del vero conflitto mondiale tra Washington e Pechino, di cui Mosca vuole essere l’arbitro e il grande ispiratore di entrambe le superpotenze. Lo stesso Putin ha del resto dichiarato in Kirghizistan che “non ha senso firmare documenti con la dirigenza ucraina, che ha perso la sua legittimità rifiutando di andare alle elezioni, come diceva Stalin: non è importante chi vota, importante è chi conta i voti”.
L’ispirazione fondamentale è il rilancio della triade zarista di metà Ottocento, Samoderžavie – Pravoslavie – Narodnost, “Autocrazia – Ortodossia – Populismo”, che duecento anni dopo il “gendarme d’Europa”, lo zar Nicola I salito al trono a dicembre del 1825, si reincarna oggi nello zar Putin I. Allora si cercava di convincere i regni d’Europa, compreso quello romano della Chiesa, a non cedere alle tentazioni del liberalismo e del socialismo, e per affermare questa visione del mondo i russi invasero la Crimea, sperando di conquistare l’Europa e le terre del mar Nero fino alla Turchia e alla Terra Santa. Il viaggio a ritroso nella storia continua, con il sostegno dell’America, non più vessillo della democrazia per il mondo intero, e tanto meno per la derelitta Ucraina, il centro geografico e politico dell’Europa.
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