30/07/2007, 00.00
CINA - STATI UNITI
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Il segretario al Tesoro Usa in Cina per evitare una guerra commerciale

Paulson invita al dialogo e alla pazienza, mentre il Congresso Usa minaccia sanzioni contro Pechino se non cessa di manipolare il cambio dello yuan, troppo basso. Ma la Cina, alle prese con la crescente inflazione, non intende perdere i vantaggi all’esportazione che questo le assicura. Possibili accordi sulla pirateria commerciale e maggiore apertura alle imprese finanziarie estere.

Pechino (AsiaNews/Agenzie) – E’ arrivato ieri sera a Xining, capitale del Qinghai, il segretario Usa al Tesoro Henry Paulson per una visita di 4 giorni, che prevede anche l’incontro con il presidente Hu Jintao e la vicepremier Wu Yi. Nell’agenda il disavanzo commerciale tra i due Paesi e la riforma della valuta cinese, con il Parlamento Usa che si aspetta risultati importanti e immediati e Paulson che invita alla pazienza.

Gli Stati Uniti protestano che Pechino tiene sottovalutato di oltre il 40% il cambio dello yuan, in modo da rendere più competitivi i suoi prodotti nell’esportazione e da aumentare il disavanzo commerciale con l’estero. Anche per risolvere questo problema sono iniziati nel dicembre 2006 i colloqui ad alto livello tra i rispettivi dipartimenti del Tesoro, ma non hanno finora avuto esiti tangibili. Anche l’ultimo incontro delle delegazioni, a maggio, non ha portato novità.

Pechino ha introdotto una modesta rivalutazione dello yuan nel luglio 2005 e ha previsto un meccanismo di adeguamento automatico, che però opera in modo assai contenuto e ha permesso una crescita di circa il 7,2% in due anni. La Cina dice che un libero adeguamento di mercato sarebbe nocivo per i suoi sistemi bancario e finanziario, ancora non competitivi con quelli mondiali. Analisti prevedono che Pechino possa consentire aggiustamenti della valuta poco maggiori, nella misura del 5% annuo, lontani dall’effettivo valore stimato.

Molti parlamentari Usa manifestano crescente impazienza e hanno proposto al Congresso l’adozione di sanzioni contro Pechino per la manipolazione dello yuan. Il 26 luglio la Commissione finanze del Senato Usa ha approvato, nonostante l’opposizione di Paulson, una legge che incarica il Tesoro di individuare e punire chiunque manipoli le valute. Esperti notano che nell’ultimo trimestre l’economia cinese è cresciuta dell’11,9% e che il disavanzo economico con gli Usa è giunto a giugno a 26,9 miliardi di dollari. Inoltre la fiducia verso Pechino è diminuita anche per i recenti scandali sui prodotti alimentari e medicinali esportati verso gli Stati Uniti e altri Paesi.

D’altra parte la Cina è alle prese con una crescente inflazione, che colpisce anzitutto i prodotti alimentari e gli immobili ed aggrava il divario tra la classe ricca e centinaia di milioni di poveri. L’inflazione preme e fa aumentare il costo della manodopera, che è uno dei fattori che hanno favorito i massicci investimenti esteri nel Paese.

Forse proprio per far apparire meno “decisivi” questi incontri, il programma prevede ampi momenti “turistici”, con la visita al vicino altopiano del Tibet e alle iniziative di protezione ambientale del lago Qinghai. Washington vuole anche mostrare che ha interesse per questioni non economiche, come il surriscaldamento del Pianeta. Liu Jianchao, portavoce del ministro cinese degli Esteri, la settimana scorsa ha annunciato la visita come un momento del “dialogo economico strategico Usa-Cina” e ha sottolineato l’importanza di una cooperazione nei settori energetico e ambientale.

Esperti ritengono “poco probabile” che Pechino rivaluti lo yuan come chiesto dagli Usa e ritengono che Paulson (grande esperto del Paese, che ha già visitato oltre 70 volte) possa piuttosto ottenere risultati in altri campi, come la pirateria industriale e le barriere mantenute da Pechino contro l’ingresso di società finanziarie estere.

D’altra parte lo stesso mondo industriale statunitense è diviso. Le ditte piccole e medie, che hanno le fabbriche soprattutto in America, protestano per l’ingiusto vantaggio ottenuto da Pechino con il controllo della sua valuta. Ma le compagnie maggiori, che hanno portato in Cina gran parte della produzione, invitano alla prudenza nel timore che un conflitto aperto possa nuocere ai loro interessi.

 

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