28/01/2020, 08.55
IRAQ
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Iraq, proiettili e gas lacrimogeni contro i manifestanti: almeno cinque vittime

Uomini armati hanno ucciso due persone a Nassiriya; altri tre morti nella capitale, dove si è combattuto per il terzo giorno consecutivo. Da ottobre, inizio delle proteste, sono morte oltre 500 persone. La debole condanna della comunità internazionale, inerte di fronte alle violenze. 

Baghdad (AsiaNews/Agenzie) - In Iraq prosegue la repressione violenta delle proteste anti-governative da parte della polizia e delle forze di sicurezza che, in pochi giorni, hanno già provocato almeno cinque vittime in tutto il Paese. Ieri uomini armati hanno ucciso due manifestanti a Nassiriya, mentre a Baghdad si è combattuto per il terzo giorno consecutivo per vie e piazze: almeno tre le vittime accertate, che seguono il lancio di razzi contro l’ambasciata Usa. 

Le rappresentanze diplomatiche di 16 nazioni, fra i quali Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia, hanno condannato l’uso di proiettili e munizioni da parte delle forze di sicurezza irakene. Gli ambasciatori stranieri chiedono indagini credibili sulla morte - secondo il bilancio aggiornato - di oltre 500 dimostranti dallo scorso ottobre, quando sono iniziate le proteste. 

Il 25 gennaio scorso le autorità irakene hanno lanciato una imponente offensiva per cercare di mettere fine alla protesta, divampata nella capitale e nelle città del sud il primo ottobre. I manifestanti chiedono la cacciata di tutta la classe politica, la lotta contro la corruzione diffusa ed elezioni libere.  

Testimoni oculari raccontano che alcuni uomini armati, a bordo di quattro camioncini, hanno attaccato il cuore della protesta a Baghdad, uccidendo due persone e incendiando le tende. In risposta, i dimostranti hanno iniziato a costruire rifugi “permanenti”, utilizzando dei mattoni mentre altri hanno fatto irruzione in una caserma della polizia nelle vicinanze, incendiando cinque veicoli.

Le nuove violenze si inseriscono in un contesto turbolento della vita politica e istituzionale del Paese. Il 24 gennaio decine di migliaia di persone, secondo alcuni oltre un milione, sono scese in piazza rispondendo all’appello del leader radicale sciita Moqtada al-Sadr, chiedendo la cacciata delle truppe Usa. Una manifestazione disgiunta dalle proteste antigovernative in atto da mesi contro corruzione e malaffare. Alle controversie interne si uniscono poi le tensioni internazionali, in particolare lo scontro frontale fra Stati Uniti e Iran che si consuma (anche) sul territorio irakeno.

Nella capitale alcuni manifestanti hanno lanciato pietre e bottiglie Molotov contro le forze di sicurezza, che hanno risposto usando gas lacrimogeni e proiettili. “Questa rivoluzione è pacifica. Essi usano varie tipologie di armi contro di noi, proiettili e bombole di gas lacrimogeno. Sono stato ferito al volto” urlava  Allawi, un manifestante incappucciato che ha voluto fornire solo il nome. 

Proteste e scontri hanno caratterizzato altre città del sud, nonostante i tentativi delle forze di sicurezza di ripulire le strade e cacciare i presidi fissi dei manifestanti. Il governo sembra dunque intenzionato ad usare la forza per mettere fine a mesi di manifestazioni, mentre la comunità internazionale sembra restare inerte fatta eccezione per qualche voce isolata di condanna. “Tutta la popolazione - gridava Hussein, manifestante a Baghdad - è scesa in strada per protestare contro il governo. Chiediamo che tutta la classe dirigente si dimetta e se ne vada. Non vogliamo nessuno, né Moqtada [al-Sadr] né altri per lui”.

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