25/08/2006, 00.00
Israele – Medio Oriente
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Israele sconfitto da Hezbollah riflette su una pace possibile

di Arieh Cohen

L'inquietante "vittoria" del Partito di Dio sta rivoluzionando i vertici politici e militari israeliani. Per isolare il pericolo Iran, occorre far pace con Palestina, Siria, Libano. Alcuni politici israeliani pensano a una nuova conferenza di pace. L'analisi del corrispondente di AsiaNews.

Tel Aviv (AsiaNews) – In Israele – a destra e a sinistra – sono tutti immersi in un dibattito senza fine: chi ha vinto, chi ha perso nella guerra libanese contro gli Hezbollah?  Con graduale cautela e riluttanza, molti concludono che Israele ha perso, almeno ai punti; in ogni caso non ha vinto. Il partito Hezbollah, come una fenice, risorge dalle macerie di distruzione e dalla violenta risposta israeliana su molte aree del Libano, e proclama in pubblico la sua esaltante vittoria su un nemico infinitamente più potente. Sembra perfino fallito il ridotto obbiettivo di allontanare la milizia filo-iraniana dal sud del Libano. È vero che per la prima volta dopo decenni, l'esercito libanese sta giungendo nel sud, ma i suoi comandanti proclamano che la loro venuta è per "stare fianco a fianco con la 'resistenza'", cioè con il vittorioso Hezbollah. Già nel primo fine settimana di cessate-il-fuoco i vessilli gialli di Hezbollah sventolavano in sfida davanti ai confini con Israele, a Metulah. Intanto, il loro capo Kauk tiene comizi mentre i suoi agenti distribuiscono a piene mani montagne di denaro agli sfollati che ritornano, per aiutarli a ricostruire le loro case. L'intelligence israeliana ha già avvertito che dal confine siriano giungono ad Hezbollah nuove forniture di armi, e il governo libanese ha già detto che esso non ha intenzione di usare il suo esercito per disarmare l'organizzazione.

Perfino la promessa di inviare truppe internazionali per aiutare il disarmo di Hezbollah si sta dimostrando vuota. Per Israele la forza internazionale dovrebbe essere come quella che sta aiutando Karzai in Afganistan a lottare contro i talebani. Ma l'Onu e le nazioni che si preparano a partecipare hanno i mente qualcosa di molto diverso. All'inizio Israele pensava a una forza internazionale robusta, per rimpiazzare l'inutile (definita così dal suo comandante, il generale francese Pellegrini) Unifil, presente in sud Libano da decenni. Le nuove truppe internazionali sembrano invece essere parte della stessa Unifil, forse con qualcosa in più: il mandato autoreferenziale di proteggere se stessi.

La sconfitta e il disappunto degli Usa

In Israele c'è consenso quali unanime che i combattimenti non sono finiti, ma solo interrotti per un po'. Hezbollah mantiene quasi intatta la sua capacità di offesa a suo piacimento, quando esso – o i suoi finanziatori a Teheran – lo considereranno opportuno. Dunque, non è cambiato nulla.

Fino alla fine, Israele non è stato capace di mettere fine alla pioggia di razzi e missili Hezbollah contro le città del nord. Al contrario,  gli attacchi sono divenuti via via più intensi e feroci. Tutto ciò non sorprende: Israele non è riuscito nemmeno ad impedire i danni dei missili Kassam sulle sue città del sud. Essi provenivano dalla striscia di Gaza, un piccolo territorio quasi completamente circondato da forze israeliane, controllato via terra, via mare e dal cielo.

Il disappunto è diffuso in Israele ed è condiviso dagli Stati Uniti, che avevano sperato in una vittoria di Tel Aviv come a un nuovo importante capitolo nella "lotta al terrorismo". L'insuccesso israeliano, insieme ai vacillanti sforzi americani in Iraq, spingono a un ripensamento profondo: se delle potenti macchine militari possono vincere o no una lotta contro forze irregolari mescolate fortemente alla popolazione civile.

In Israele la popolazione domanda con sempre più forza un ampia inchiesta e sottopone i leader politici e militari a un attento scrutinio. L'intera agenda israeliana è sottosopra: i leader del governo ammettono che il ritiro unilaterale da alcune zone occupate nella West Bank – promesso da Olmert prima delle elezioni – è ora impensabile; anche la promessa di ridurre il budget della difesa – per aiutare operai e poveri, immiseriti dalle politiche neocapitaliste del precedente governo – è soggetta a revisione; lo stesso avviene per la proposta di riduzione del servizio militare e di addestramento per i riservisti.

Unica consolazione è il rafforzamento dei legami di solidarietà, una caratteristica di questa nazione. Seppure divisi su temi quali i territori palestinesi occupati, sulle colonie, ecc…, l'attacco gratuito di Hezbollah il 12 luglio scorso ha unito tutti gli israeliani: destra e sinistra, militari e civili, tutti sono accorsi a difesa della nazione contro un nemico implacabile che – essi dicono – non ha altro obbiettivo che distruggere Israele, in sintonia con i propositi espressi dall'Iran. È dal 1967, o dal '73, che la popolazione non era così unita nel considerare questa guerra una guerra giusta (anche se guidata on molte falle). E adesso?

I passi verso una Conferenza di pace

Secondo alcuni, la mossa più brillante che Israele ora dovrebbe fare è separare la Siria dall'Iran e da Hezbollah. Ciò può avvenire se Israele riapre la sua offerta di negoziati con la Siria dal punto in cui erano stati interrotti (cioè negli anni '90). Israele aveva già accettato la necessità di ritirarsi dalle alture del Golan occupate nel '67. Del resto, Israele sarebbe obbligato a fare questo dalle leggi internazionali – e in particolare la carta dell'Onu – che escludono l'annessione di territori mediante la guerra, fosse anche una guerra di difesa. Dando indietro il Golan, in un possibile trattato di pace con Israele, la Siria potrebbe garantire – come parte dell'accordo – un trattato di pace fra Israele e Libano. Quest'ultimo sarebbe il più facile da scrivere, dato che non vi sono problemi territoriali fra Tel Aviv e Beirut. In questo modo, anche gli Hezbollah, che hanno inventato delle motivazioni zoppe (le fattorie di Shebaa) per continuare la loro lotta, si troverebbero isolati dai loro fornitori iraniani, che attualmente usano le vie siriane.

Una pace fra Israele, Libano e Siria potrebbe portare a una rottura fra Iran e tutti i paesi arabi confinanti con Israele. Vero è che la questione palestinese potrebbe sempre alimentare futuri conflitti: perché la pace con Siria e Libano sia stabile, occorre  completare il "circolo virtuoso" con un trattato di pace coi palestinesi. Ma ciò non è impossibile: bozze di trattati di pace fra Israele e Palestina esistono già da tempo e giacciono nei cassetti delle diplomazie.

Guardando insieme tutti questi aspetti, per varare tutti questi trattati di pace fra essi legati, è evidente che la migliore e forse unica possibilità per tutti è di radunare ancora una Conferenza come quella di Madrid (1991). Le positive conclusioni di questa metterebbero le basi per attuare la promessa fatta dalla Lega Araba nel marzo 2002 , definita "l'iniziativa saudita": essa prevede la normalizzazione di relazioni pacifiche fra i paesi arabi e Israele.

In tal modo sarebbe completo l'isolamento dell'Iran, l'attore più pericoloso sulla scena internazionale. E questo potrebbe servire da contropelo anche in Iraq, dove le forze sciite filo-iraniane  sembrano accrescere sempre di più il loro potere.

Tutto questo può sembrare utopico, ma al presente nessuno ha ancora presentato una proposta più realistica per una pace stabile e sicura. Alla conferenza dei ministri degli esteri a Roma – durante la guerra Israele – Hezbollah – è apparso un segno fugace nella direzione che diciamo. Nel documento finale, i governi dicono che la politica medio-orientale ha bisogno di un ripensamento e di "soluzioni regionali" stabili.

Un altro segno di speranza viene da un'opinione firmata da Yossi Beilin, ex ministro israeliano, sul quotidiano Ha'aretz nelle scorse settimane: anch'egli è a favore di una conferenza di pace simile a quella di Madrid. Tutto ciò è molto significativo: a Oslo (nel '93) Beilin aveva lavorato sodo per neutralizzare i frutti della conferenza di Madrid. Il suo cambio di direzione è perciò da sottolineare. Da notare che in Israele Beilin non è solo, anche se è quello che si spinge più avanti di tutti. Appelli per negoziati di pace con la Siria giungono anche dal ministro per la Difesa Amir Peretz e dal ministro della Polizia Avi Dichter (ex capo della polizia segreta). Anche Tzipi Livni, il ministro degli Esteri, ha varato una task force per studiare i modi in cui procedere verso la pace.

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