15/04/2026, 12.16
CINA - UNGHERIA
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L'Ungheria dopo Orban. Che cosa cambia per Pechino

di Andrea Ferrario

La sconfitta elettorale del premier ungherese priva la Cina del suo principale alleato nell'Ue, con ricadute su investimenti, coesione europea e rapporti con Taiwan. Il nuovo governo guidato da Péter Magyar avrà però a disposizione ampi margini per riposizionarsi sulla linea politica europea senza rinunciare ai legami economici.

Pechino (AsiaNews) - La vittoria schiacciante di Péter Magyar e del suo partito Tisza alle elezioni parlamentari ungheresi del 12 aprile chiude sedici anni di governo di Viktor Orbán e apre una fase di incertezza per i rapporti tra Budapest e Pechino. L’Ungheria era diventata il paese più filo-cinese dell’Unione europea, e la sua trasformazione politica avrà conseguenze che vanno oltre i confini nazionali.

Le posizioni amichevoli di Budapest verso Pechino non nascevano da pressioni cinesi, ma da una scelta politica dello stesso Orbán, parte di un più ampio programma orientato alla critica della democrazia liberale e delle istituzioni europee. Avvicinandosi alla Cina, Orbán aveva inviato a Bruxelles il messaggio che il suo Paese disponeva di connessioni internazionali alternative all’asse occidentale, agendo molto più sul piano politico che su quello economico. Budapest ha bloccato in più occasioni l’adozione di posizioni dell’Ue sui diritti umani in Cina, sulle dispute nel Mar Cinese meridionale e su Taiwan, assumendo un ruolo che ha reso l’Ungheria preziosa agli occhi di Pechino. Nonostante i significativi investimenti cinesi degli ultimi anni, la presenza economica della Cina nel Paese rimane contenuta, senza una leva per influenzare le scelte politiche ungheresi. L’Ungheria, come gli altri Paesi dell’Europa centrale, è profondamente integrata nelle catene del valore regionali e concentra la gran parte dei propri scambi all'interno dell’Ue, in particolare con la Germania.

Il nuovo governo avrà quindi ampi margini per riposizionarsi. Magyar ha indicato che l’Ungheria diventerà più cooperativa con l’Ue, mentre Anita Orbán, che guiderà la diplomazia di Tisza, ha dichiarato che Budapest non dovrebbe indebolire la coesione europea a vantaggio di Russia e Cina, pur riconoscendo l’importanza di mantenere legami economici con Pechino. È ragionevole attendersi che il governo Magyar non si trasformerà in un falco anti-cinese, ma cesserà di porre il veto alle critiche europee verso Pechino, allineandosi alla posizione prevalente nell’Ue, soprattutto al fine di sbloccare i 18 miliardi di euro di fondi europei attualmente congelati. Dalla Cina non arrivano per ora reazioni allarmate. Ding Chun, direttore del Centro di studi europei della Fudan University di Shanghai, ha osservato che Magyar difficilmente smantellerà i rapporti esistenti, perché la cooperazione bilaterale è reciprocamente vantaggiosa e il partito al governo dovrà comunque tenere conto degli interessi nazionali.

Il nodo dei veicoli elettrici

Il settore in cui i cambiamenti potrebbero risultare più tangibili è quello dei veicoli elettrici e delle batterie. Nell’ultimo decennio Orbán ha invitato produttori cinesi e sudcoreani ad aprire stabilimenti nel Paese, trasformando l’Ungheria in uno dei principali poli europei del comparto, con investimenti importanti da parte di giganti tecnologici come CATL, BYD e Samsung SDI hanno tutti effettuato importanti investimenti nel paese. Tuttavia è probabile che il nuovo governo imporrà condizioni più rigide: l’apertura di nuovi impianti sarà più difficile in caso di proteste locali, mentre i sussidi verranno ridotti o vincolati a regolamentazioni ambientali più stringenti, nonché a requisiti di trasparenza. Anche i costi di produzione sono destinati a salire in considerazione del probabile abbandono della politica di approvvigionamento energetico da Mosca a prezzi vantaggiosi, perseguita con tenacia da Orbán nonostante le sanzioni europee. Alcuni dei progetti cinesi già avviati - oggetto di controversie anche all’interno dello stesso  partito di Orbán, Fidesz, per i dubbi relativi ai benefici reali, alla pressione sulle limitate risorse energetiche e lavorative del Paese e alle ricadute ambientali - potrebbero venire ridimensionati. Va detto tuttavia che gli investitori cinesi interessati ad accedere al mercato europeo continueranno a guardare all’Ungheria, perché produrre batterie al di fuori dell’Ue comporta il rischio di incorrere in barriere doganali e regolamentari.

La sconfitta di Orbán viene considerata un elemento favorevole allo sviluppo di una politica europea nei confronti della Cina più coerente, ma Pechino dispone di altri interlocutori privilegiati all’interno dell’Unione. Il premier spagnolo Pedro Sánchez, alla sua quarta visita in Cina in quattro anni, è diventato il volto dell’opportunismo economico europeo nei confronti di Pechino. Anche il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha invocato un accordo commerciale durante la sua visita in Cina a febbraio, in un contesto segnato dalla pressione economica dei dazi statunitensi. La perdita dell’Ungheria come alleato indebolisce la capacità cinese di bloccare l’azione dell’Ue, ma non priva Pechino di canali di dialogo e di influenza nel continente.

La variabile Taiwan

Un aspetto finora poco esplorato riguarda le possibili ricadute sui rapporti tra Budapest e Taipei. Sotto Orbán, l’Ungheria ha coltivato stretti legami con Pechino sul piano politico, ma al contempo ha espanso in modo discreto la cooperazione economica con Taiwan, senza farne una questione ideologica. Il commercio bilaterale tra Ungheria e Taiwan ha raggiunto 1,8 miliardi di dollari nel 2025, mentre gli investimenti taiwanesi nel Paese ammontano a 1,37 miliardi di dollari, al secondo posto tra le nazioni europee dopo quelli nei Paesi Bassi. Questa relazione si inserisce a sua volta in un quadro più ampio. Dal 2021 l’Europa centro-orientale è diventata un terreno importante per la proiezione di Taipei verso il continente, con esiti diversi da Paese a Paese. La Lituania, per esempio, ha aperto la strada consentendo l’apertura di un ufficio di rappresentanza a Vilnius, anche se a cinque anni di distanza sono emersi dubbi sugli effettivi vantaggi di questa scelta. La Repubblica Ceca si è affermata come partner di rilievo attraverso ripetute visite a Taipei dei rappresentanti del Senato e scambi ad alto livello. Anche Slovacchia e Polonia hanno approfondito i legami con l’isola in ambiti che spaziano dalla cooperazione giudiziaria alla cybersicurezza, fino all’industria dei droni. In questo quadro un governo Tisza più allineato con le posizioni europee potrebbe adottare una politica più trasparente verso la Cina, aprendo allo stesso tempo spazi per un ulteriore sviluppo dei rapporti con Taiwan, pur senza trasformarli in una presa di posizione politica.

I venti di cambiamento non soffiano solo a Budapest. Nella vicina Serbia - altro Paese europeo che insieme all’Ungheria e alla Bielorussia condivide con la Cina un “partenariato strategico globale per tutte le stagioni” - il presidente Aleksandar Vučić vedrà scadere il suo mandato tra circa un anno, mentre il suo partito registra un calo dei consensi in seguito ad accuse di corruzione. I serbi sono scesi in piazza per protestare contro accordi opachi con appaltatori cinesi dopo il crollo della pensilina di una stazione ferroviaria, che alla fine del 2024 ha ucciso 15 persone. Se anche Belgrado dovesse cambiare rotta, Pechino perderebbe un altro punto d’appoggio per il consolidamento della propria influenza in Europa.

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