27/07/2005, 00.00
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La Cina esclude ulteriori movimenti nel tasso di cambio

Per 5 anni lo yuan non sarà "convertibile in modo pieno". Per continuare la sviluppo economico, sempre più urgente una riforma strutturale del sistema di produzione.

Pechino (AsiaNews/Agenzie) – I giornali governativi e la Banca del Popolo di Cina (Bpoc) hanno precisato, in questi giorni, che nel prossimo futuro non sono previsti nuovi ritocchi al valore dello yuan. Oggi sul sito web della Bpoc si dice che la rivalutazione della scorsa settimana non va considerata "un passo iniziale, con ulteriori aggiustamenti successivi".

Già nei giorni scorsi i giornali governativi indicavano che "le aspettative per un maggiore aumento del valore dello yuan erano, e sono per il futuro, non realistiche" (in un editoriale del China Daily). Zhou Xiaochuan, governatore della Bpoc, subito dopo la riforma aveva spiegato che il nuovo cambio corrispondeva al "corrente equilibrio" con il dollaro Usa.

Li Deshui, membro del Comitato monetario della Bpoc, ha spiegato ieri che per almeno 5 anni lo yuan non diverrà "convertibile in modo pieno", per evitare il rischio di speculazioni. "Ci sono tra 800 miliardi e 1 trilione di dollari Usa di fondi di investimento nel mondo – dice Li - e il sistema finanziario cinese è abbastanza debole. Se lo yuan diventa pienamente convertibile, sarà assalito da questi fondi". Tutti i commenti ufficiali sottolineano la necessità di mantenere la moneta "stabile".

Le affermazioni cinesi raffreddano le speranze di analisti economici occidentali che, favorevoli alla rivalutazione, attendevano nuovi interventi. Osservano che: l'aumento di costo per i prodotti cinesi sarà minimo e nel breve termine non ne scalfirà la competitività, visto anche che nel settore tessile l'export è per ora soggetto a quote; la variazione del deficit commerciale Usa verso la Cina, pari a 162 miliardi di dollari, sarà del pari minima; Pechino ha riserve di valuta estera per oltre 710 miliardi di dollari Usa, per cui è in grado di intervenire per controllare la fluttuazione dello yuan. Soprattutto, ritengono che lo yuan era sottovalutato almeno del 40% e che anche una rivalutazione del 10% sarebbe insufficiente.

Dalla parte della Cina vi è il timore di vedere diminuite le esportazioni. Le imprese cinesi hanno un minimo margine di guadagno sulle merci esportate e una rivalutazione dello yuan, anche minima, potrà eliminare molte imprese, con conseguente disoccupazione: è già in atto una migrazione imponente dalle campagne verso le grandi città, che, secondo i dati ufficiali, riguarderà 300 milioni di persone nei prossimi 15-20 anni.

Secondo alcuni analisti, Pechino deve mutare strategia e confidare non più su massicce esportazioni quanto sull'aumento dei consumi interni. L'attuale trend dell'export (che aumenta del 20-30% annuo, contro un aumento mondiale del 6-8%), in un paese a corto di materie prime, si fonda sul basso costo della mano d'opera. Cosa che ostacola la intrapresa riforma, poiché ogni aumento di valore dello yuan è dannoso per le esportazioni. Ma – ritengono gli analisti - la Cina costituisce, oggi, il principale mercato potenziale, con oltre 1,3 miliardi di consumatori. Un aumento di salari, pensioni, assistenza sanitaria attirerebbe maggiori investimenti diretti di società straniere (Fdi), non più finalizzati all'esportazione dei prodotti, quanto alla loro produzione per il mercato nazionale. (PB)
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