22/08/2023, 08.47
RUSSIA-GEORGIA
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La Russia non riesce a sottomettere l’Abkhazia

di Vladimir Rozanskij

Ancora un ricovero per un presidente della repubblica caucasica durante una visita al Cremlino. Negli ultimi tre anni da Mosca sono stati proposti a Sukhumi diversi “piani di armonizzazione” delle leggi e dei sistemi politico-economici. Gli abkhazi hanno finora fatto buon viso a cattivo gioco, anche per non perdere i finanziamenti stanziati dal governo russo, ma conservando sempre una certa distanza e autonomia.

Sukhumi (AsiaNews) - Il presidente della repubblica indipendentista caucasica dell’Abkhazia, Aslan Bžanja, è uscito dall’ospedale dove era stato ricoverato durante una visita a Mosca, in occasione dei 15 anni dal riconoscimento da parte della Russia della “indipendenza della repubblica”. Qualche maligno aveva parlato di avvelenamento, pratica sempre più frequente e variegata da parte dei servizi segreti russi; del resto non era la prima volta che Bžanja era finito in clinica dopo aver incontrato il presidente russo Vladimir Putin.

Il problema è che, nonostante l’Abkhazia abbia sempre sostenuto di ritenere la Russia “uno Stato vicino con legami di sangue”, tuttavia ha anche sempre accantonato l’idea di entrare a far parte della Federazione Russa, o di uno dei tanti progetti di “Stato Unitario” proposti dal Cremlino per i suoi sudditi ex-sovietici, dalla Georgia al Kazakistan, fino alla Bielorussia e oggi all’Ucraina. Nel contesto della “operazione militare speciale” di cui non si riesce a vedere la fine, l’orgoglio della piccola regione georgiana suscita in Putin un deciso rancore.

Le due repubbliche rimaste sotto il controllo di Mosca dopo la guerra del 2008-2011, Abkhazia e Ossezia del sud, hanno comunque inviato un paio di migliaia di volontari alla guerra russa in Ucraina, anche se la maggior parte è tornata presto a casa cadavere. Gli ossetini in particolare sono rimasti inorriditi dal carico di morti tornato dal fronte: ora riposano in un campo speciale del cimitero di Tskhinvali. Anche a Sukhumi, la capitale dell’Abkhazia, sono stati sepolti i corpi di 800 soldati, un po’ meno dei cugini dell’Ossezia, la cui popolazione è un decimo di quella abkhazica.

Dopo questa prima sfortunata spedizione, da entrambe le repubbliche è stato dichiarato che non andranno altri uomini in Ucraina: “hai visto mai che la Georgia provi a riconquistarci”, come ha più volte ripetuto lo stesso Bžanja. E in generale, alle pretese di Mosca da queste parti ormai non si presta più molto ascolto, soprattutto da parte degli abkhazi. Uno dei primi leader di Sukhumi, nel 2004, era il fedelissimo di Mosca Raul Khadžimba, un funzionario di basso livello del Kgb ai tempi sovietici, la cui campagna elettorale era stata finanziata direttamente da Mosca con tanto di concerti delle pop-star russe. Uno di essi, Oleg Gazmanov, aveva gridato esultante alla folla “Salve, Adžaria!”, confondendo la repubblica con un’altra, e gli abkhazi non se lo sono più dimenticato. Al posto di Khadžimba fu eletto Sergej Bagaš, che in Russia era considerato “filo-georgiano”, avendo la moglie georgiana e i figli a Tbilisi.

Come ritorsione, la Russia rilevò delle terribili sostanze nocive nei mandarini locali, vietandone l’importazione e privando l’Abkhazia del suo principale prodotto di mercato. Bagaš accettò allora di nominare Khadžimba vice-presidente, e la crisi fu superata. Nel 2008 gli abkhazi parteciparono alla guerra russa contro la Georgia, per “liberare” anche l’Ossezia del sud, e così la Russia (insieme al Venezuela) riconobbe l’indipendenza dell’Abkhazia. L’anno successivo Bagaš fu rieletto, e cominciò a stabilire contatti con la Turchia, con l’intenzione dichiarata di “prendersi cura della diaspora abkhaza”.

Bagaš si fece da parte qualche anno dopo per una malattia, i cui dettagli non sono mai stati illustrati, e nel 2019 Khadžimba fu ripresentato come candidato alla presidenza, che invece poi finì ad Aslan Bžanja, anch’egli poco gradito al Cremlino. Ancora durante la campagna elettorale egli si recò in visita a Soči da Vladimir Putin, ed ebbe il suo primo improvviso malore con i sintomi tipici del Novičok, il veleno iniettato l’anno dopo ad Aleksej Naval’nyj. Il futuro presidente dell’Abkhazia dovette curarsi per circa sei mesi prima di ristabilirsi, ma non volle mai aprire un’inchiesta, per non essere considerato “anti-russo”. La vicenda si è ripetuta a marzo del 2020, sempre in occasione di un incontro a Soči. Durante questi episodi, Khadžimba aveva ottenuto la presidenza della repubblica, ma la Corte costituzionale di Sukhumi annullò risultati, e alla fine Bžanja fu eletto presidente.

Negli ultimi tre anni da Mosca sono stati proposti a Sukhumi diversi “piani di armonizzazione” delle leggi e dei sistemi politico-economici, cercando di instaurare anche in Abkhazia le regole sempre più rigide dell’autoritarismo putiniano. Gli abkhazi hanno finora fatto buon viso a cattivo gioco, anche per non perdere i finanziamenti stanziati dal governo russo, ma conservando sempre una certa distanza e autonomia, punita dal Cremlino con l’ennesimo “malore del presidente”. Se non si riesce a piegare i contadini del Caucaso, pensano i russi, sarà del tutto improbabile sottomettere i cosacchi dell’Ucraina.

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