La crisi iraniana e le delicate relazioni con Asgabat
Fin dall’indipendenza dall’Urss, l’Iran è stato uno dei pochi partner di politica estera del Turkmenistan con cui condivide quasi mille chilometri di confini. Durante la presidenza Raisi erano stati firmati nuovi accordi di cooperazione soprattutto in campo energetico. I timori su un possibile esodo dei due milioni di turkmeni etnici che vivono nella regione settentrionale del Paese.
Ašgabat (AsiaNews) – Gli eventi drammatici in atto in Iran non possono certo lasciare indifferenti gli abitanti del vicino Turkmenistan, diviso da un confine di quasi mille chilometri e che ha sempre mantenuto con Teheran una relazione di buon vicinato. Fin dal 1990 e dall’indipendenza dall’Urss, l’Iran è stato uno dei pochi partner di politica estera di Ašgabat, che afferma per il resto un’orgogliosa neutralità rispetto a tutti gli altri. Gli iraniani hanno concesso ai turkmeni l’accesso ai porti del Golfo Persico, e sono tra i maggiori acquirenti del gas naturale turkmeno.
Durante la presidenza di Ibrahim Raisi, morto in un tragico incidente un anno e mezzo fa, le relazioni tra i due Stati si erano ulteriormente intensificate, in quella che Teheran aveva definito appunto “la politica di buon vicinato” e cercando di aumentare gli scambi commerciali. Nel 2022 il nuovo presidente turkmeno Serdar Berdymukhamedov aveva effettuato una visita ufficiale in Iran, sottoscrivendo un pacchetto di accordi per il commercio, i trasporti e l’energia. Dopo la morte di Raisi, alle cui esequie ha partecipato il presidente-padre Gurbanguly Berdymukhamedov, la situazione si è complicata; il presidente islamico radicale era molto prevedibile e gradito ai turkmeni, per le sue scelte pragmatiche che invece si sono poi disperse con il nuovo presidente Masud Pezeshkyan, ritenuto da Ašgabat più moderato e meno deciso.
Ora la dirigenza turkmena teme che la nuova ondata di proteste e di sanguinose repressioni possa condurre l’Iran al caos, bloccando tutti i progetti comuni in corso d’opera che erano stati programmati per un periodo di vent’anni, mentre ora i capi iraniani hanno ben altre preoccupazioni. Si sono ovviamente interrotti i contatti regolari tra i membri dei due governi, e le relazioni diplomatiche si mantengono soltanto formalmente. Come negli altri Paesi dell’Asia centrale, da Ašgabat non giungono commenti ufficiali agli eventi iraniani, in attesa di capire con quale regime bisognerà dialogare.
Una questione comunque urgente riguarda la sicurezza e la collaborazione alle frontiere, se le proteste dovessero precipitare in una guerra civile vera e propria; il Turkmenistan rischierebbe di veder arrivare frotte di profughi e subire a propria volta una destabilizzazione interna. La regione settentrionale dell’Iran è nota come Turkmen Sahra, e in essa vivono circa due milioni di turkmeni etnici, che in caso di torbidi violenti potrebbero cercare rifugio nella patria storica a nord, uno scenario analogo a quanto avvenuto di recente in Siria e Afghanistan con altri gruppi etnici. Già ora Ašgabat ha rafforzato i controlli di frontiera e conduce esercitazioni per impedire il passaggio di masse incontrollate attraverso i confini, e anche la collaborazione con Teheran per bloccare i canali del narcotraffico dall’Afghanistan ora è fortemente a rischio.
A livello economico il problema principale riguarda la sfera energetica, considerando che i disordini producono ulteriori reazioni e sanzioni internazionali, che impediscono all’Iran di mantenere l’import-export del petrolio e del gas, e potrebbe risultare ancora più necessario il gas turkmeno per le necessità interne soprattutto delle regioni settentrionali, dove da sempre i carburanti scarseggiano durante i geli invernali. Se un cambio di regime dovesse annullare le sanzioni contro l’Iran, si potrebbero aprire prospettive molto interessanti per il Turkmenistan, come la costruzione di nuovi gasdotti attraverso Iran e Turchia per raggiungere l’Europa, piani finora bloccati dagli americani, mentre un’eventuale monarchia liberale filo-occidentale a Teheran farebbe la felicità anche della dittatura “neutrale” di Ašgabat. E sarebbe un grande monito per tutti i centrasiatici, ricordando che i cambiamenti anche più inattesi possono succedere ovunque, anche in società molto chiuse e controllate.
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