20/01/2026, 08.52
RUSSIA
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La lotta al radicalismo islamico nel Caucaso settentrionale

di Vladimir Rozanskij

Dalla Kabardino-Balkaria alla Cecenia negli ultimi mesi si sono registrati nuovi attacchi da parte di singoli o gruppi islamisti. Ma fanno discutere anche le modalità di repressione con il ricorso alla tortura e gli stessi dati che alcuni ritengono ingigantiti per replicare il senso di insicurezza che portò all'ascesa di Putin. Mentre sono proprio la guerra e l'instabilità economica ad alimentare le spinte radicali.

Mosca (AsiaNews) - Nel corso del 2025 si sono ripetuti diversi episodi di assalti armati alle forze dell’ordine da parte di gruppi ed esponenti di movimenti radicali islamici nelle repubbliche russe del Caucaso settentrionale, come a luglio nella Kabardino-Balkaria, dove simili fatti non si verificavano da oltre sei anni. Il capo della repubblica che ha come capitale Nal’čik, Kazbek Kokov, ha esortato a non avere pietà per i terroristi, ed è stato subito ascoltato dal suo collega ceceno Ramzan Kadyrov, che ha fatto uccidere sul posto un 17enne abitante di Ačkhoj-Martan accusato di aver assalito dei poliziotti. Il suo cadavere è stato esposto al pubblico ludibrio, e in seguito sono state espulse dalla repubblica alcune famiglie considerate complici degli attentati.

I metodi di lotta contro la radicalizzazione dei giovani suscitano numerose discussioni, per come vengono intentate le cause, per l’uso della tortura e per le falsificazioni delle statistiche. Vi sono stati altri casi di accuse contro minorenni, due 15enni nell’Ossezia del nord e un 16enne nella città di Bujnaksk in Daghestan, a cui sono stati attribuiti “attentati terroristici” sempre contro membri delle forze dell’ordine. L’attivista Aleksandr Čerkasov del centro Memorial ritiene che in realtà non esista alcuna “cellula giovanile” in clandestinità, ma si tratta di un “movimento in continua evoluzione”, di cui i giovani sono una delle tante componenti, esposta dalle autorità per accentuare le azioni repressive.

Non esiste in effetti un piano coordinato da parte di gruppi radicali islamici come l’Isis o altri per destabilizzare il Caucaso settentrionale, anche se nuove cellule sorgono sporadicamente con azioni anche clamorose, come l’attentato in Daghestan a una chiesa ortodossa di due anni fa. Gli eccessi di repressione da parte delle autorità delle varie repubbliche vogliono piuttosto replicare quel senso di insicurezza e di necessità di misure forti, che fu una delle motivazioni originarie dell’ascesa al potere di Vladimir Putin fin dal 1998, quando fu nominato primo ministro per “andare a prendere tutti i terroristi, ovunque si trovino”. Per questo le statistiche ufficiali riportano cifre annuali tra gli 800 e i 1.200 terroristi “annientati, neutralizzati, catturati” secondo le varie formule, indicando tra di essi i “comandanti sul campo”, i “combattenti” o semplicemente i “complici”.

Ad influire su questa artificiosa “crescita del radicalismo” è anche la guerra in Ucraina, sostenuta con particolare ardore dai capi delle repubbliche caucasiche della Russia, e che viene associata al conflitto universale dei russi contro gli occidentali e dei caucasici contro gli estremisti islamici. Vengono quindi “fabbricati” dati di chat digitali e ingigantite le “azioni provocatorie”, per poter agire con maggiore intensità nelle operazioni repressive anche verso i “nazionalisti”, i separatisti etnici e i “traditori” che sostengono l’Ucraina. Se dovesse risultare dalle statistiche un numero minore di queste categorie, da Mosca verrebbero ridotti i sostegni finanziari e di personale militare e poliziesco.

D’altra parte, come sottolinea Čerkasov, sono proprio gli eccessi persecutori che alimentano le spinte radicali, soprattutto tra i giovanissimi. Anche il tenore di vita in perenne discesa soprattutto in questa regione, con un alto tasso di disoccupazione, rende sempre più instabile la condizione delle giovani generazioni, che non vogliono avere solo la guerra e il servizio militare come prospettiva di vita. Come testimoniano diversi eventi recenti, questo non riguarda soltanto le fasce più marginali della popolazione, ma anche molti membri della cosiddetta “gioventù dorata”, i figli dei dirigenti municipali o di altri funzionari, facendo del radicalismo islamico una forma di dissenso al regime della Russia e del Caucaso, che non offre reali speranze per il futuro.

Nelle regioni musulmane della Russia, la religione nella versione salafita offre invece delle risposte che spesso vengono interpretate non come sostegno alla retorica patriottica, ma come indicazione di strade alternative a livello sociale, economico e politico. Il radicalismo islamico caucasico cresce in parallelo al neo-nazismo dell’estrema destra in Russia, delineando un nuovo possibile scontro interno alla Federazione.

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