29/08/2006, 00.00
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La lotta dei kurdi dietro gli attentati in Turchia

di Mavi Zambak

Arrestato un uomo legato al PKK. Una delle esplosioni di ieri rivendicata dai Falchi per la liberazione del Kurdistan. Le implicazioni per l'entrata della Turchia in Europa.

Ankara (AsiaNews) - Un uomo sospettato di pianificare un attentato terrorista è stato fermato ieri dalla polizia turca. L'arresto avviene dopo una serie di esplosioni in varie località turistiche sulla costa  e ad Istanbul. L'uomo è sospettato di appartenere a un gruppo separatista kurdo, il Partito del lavoratori del Kurdistan (PKK).

La lista degli attentati di questi giorni sembra un bollettino di guerra, uno stillicidio atto a colpire il turismo in Turchia, in questo periodo dell'anno importante motore per l'economia del Paese.

Il 24 agosto scorso due bombe sono esplose nella città di Adana, nel sud della Turchia, ferendo quattro persone. Il 27 sera è esplosa ad Istanbul una bomba in un giardino causando sei feriti. Nella notte, 3 bombe sono esplose a Marmaris nota località turistica sulla costa turchese, ferendo 27 persone tra cui 10 turisti britannici, quando il loro minibus è saltato in aria su una delle principali strade della città. Ieri 28 agosto nel pomeriggio, una bomba è esplosa davanti ad una caffetteria ad Antalya, altra città marittima molto famosa in Turchia, causando due morti.

Solo uno di questi attentati,  quello  avvenuto a Marmaris, è stato rivendicato sul sito web dei Falchi per la liberazione del Kurdistan, un'altra organizzazione kurda, legata al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). Entrambi i gruppi avevano messo in guardia i turisti dal recarsi in visita in Turchia.

I curdi in Turchia sono circa 12 milioni, uno su cinque abitanti.

Nonostante la loro presenza massiccia, lo stato turco non ha ancora trovato una soluzione decisiva alle loro quasi secolari rivendicazioni di autonomia e di riconoscimento della propria identità.

Per questo, dopo una tregua durata cinque anni, nel 2004, i ribelli del Kongre-Gel, il partito nato dalle ceneri del PKK, ha annunciato di riprendere la lotta armata in Turchia. E da allora la questione turca è rientrata prepotentemente nella cronaca nera turca, attraverso continue esplosioni di bombe, attentati, omicidi sia nell'est della Turchia che nelle zone turistiche.

La maggior parte dei curdi non approva questo genere di scelte, non sostengono la violenza, ma il PKK e il suo leader Abdullah Ocalan, dal 1999 rinchiuso come unico detenuto sull'isola-prigione turca di Imrali, nel Mar di Marmara, hanno ancora enorme influenza sul movimento politico curdo.

L'inasprirsi delle violenze in ultimi giorni rischia di riportare la questione kurda ad un problema di ordine pubblico da sedare attraverso le forze di sicurezza. Una soluzione che probabilmente fa la gioia di quanti, su entrambe i fronti, vorrebbero che la tensione continuasse a rimanere molto alta, facendo scegliere il ritorno dello stato d'eccezione, abolito nel 2002, nelle zone kurde dell'est della Turchia.

La questione kurda, come questione politica e sociale, si trova ancora rinchiusa in un vicolo cieco. Il problema kurdo è un problema di democratizzazione della Turchia, ma finchè lo Stato non si muove per rafforzare le amministrazioni locali, per arrivare all'uso del kurdo nell'insegnamento, per chiarire che il popolo della Repubblica turca non è omogeneo, ma multietnico, il processo di democratizzazione rimarrà instabile e affidato alle operazioni militari condotte dalle forze di sicurezza. Pur non avendolo mai espresso pubblicamente, il PKK vorrebbe sabotare l'adesione della Turchia all'Unione Europea per poter continuare a fare i suoi giochi di guerra. Ai militari turchi questa situazione non dispiace, potendo così continuare a controllare una zona strategica dal punto di vista politico ed economico, nazionale ed internazionale.

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