01/03/2026, 12.11
ECCLESIA IN ASIA
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'La mia missione oltre i confini della disperazione in Myanmar'

di p. Kurt Pala *

Da Mitykina a testimonianza di p. Kurt Pala, sacerdote filippino dei Missionari di San Colombano, che svolge il suo ministero nel Paese da più di cinque anni sfigurato dalla guerra. "Qui sia i poveri sia la terra urlano un grido di dolore. Ma con loro ho imparato a pregare mentre si attende la pace, a confidare in Dio in ogni momento della vita, a condividere l’ultima tazza di riso con un vicino e a trovare gioia nelle piccole cose".

Le notizie di queste ultime ore ci parlano di nuove guerre che allargano ancora di più le ferite del Medio Oriente e dell'Asia Meridionale. In questo contesto vogliamo pubblicare oggi una testimonianza che i Missionari di San Colombano hanno pubblicato in questi giorni sui loro siti internet. Arriva dal Myanmar, un altro Paese da più di cinque anni sfregiato da una durissima guerra di cui ben pochi ormai parlano. A scriverla è un giovane missionario filippino, p. Kurt Pala, che racconta che cosa voglia dire oggi vivere il proprio ministero in un contesto come questo. Proponiamo qui sotto integralmente la sua riflessione. 

Quando le persone mi chiedono: “Com’è la missione in Myanmar?”, spesso faccio una pausa.

La missione qui è difficile e bellissima. È spezzata, eppure piena di speranza. È camminare con cautela lungo un sentiero stretto — tra il suono dei canti e delle campane buddiste e l’eco dei razzi lanciati da Myitkyina verso i villaggi circostanti.

Missione in una Terra di lacrime

Il Myanmar è stato a lungo conosciuto come la Terra d’oro, ma oggi è diventato un Paese devastato dalla guerra — una Terra d’oro di lacrime.

Molte famiglie vivono nella paura, nei campi per sfollati o in villaggi che possono scomparire da un giorno all’altro. I giovani che un tempo portavano sogni ora portano armi da fuoco e traumi profondi. I genitori si preoccupano non solo per il futuro dei loro figli, ma anche per il pasto di domani. I genitori restano indietro mentre i giovani lasciano il Paese per sfuggire alla coscrizione militare e alla povertà.

Come sacerdote, ho amministrato l’unzione degli infermi a giovani feriti durante le proteste e ad altri che sono morti troppo presto - vittime della tossicodipendenza. Ho ascoltato madri che si sono spostate da un campo all’altro e che non hanno più un luogo dove andare. Ho ascoltato molti giovani parlare di smarrimento e scoraggiamento. Ho celebrato la Messa con comunità sfollate dalla guerra, stanche, eppure ancora capaci di cantare i salmi della speranza.

La mia prima lotta nella missione è stata accettare la verità che non posso “aggiustare” il Myanmar. Non posso fermare la guerra. Non posso togliere tutta la sofferenza né alleviare ogni preoccupazione e dolore. Ma posso essere presente. Posso ascoltare.

Nella Laudato Si’, Papa Francesco ci ricorda di ascoltare il grido dei poveri e il grido della terra. Ma in Myanmar, sia i poveri sia la terra non solo gridano - urlano di dolore.

Lentamente ho imparato che la missione non riguarda anzitutto il fare qualcosa per le persone; riguarda lo stare con loro.

Imparare dal popolo Kachin

Il popolo Kachin e le molte altre comunità del Myanmar mi hanno evangelizzato più di quanto io abbia evangelizzato loro. Mi hanno insegnato a pregare mentre si attende la pace, a confidare in Dio in ogni momento della vita, a condividere l’ultima tazza di riso con un vicino e a trovare gioia nelle piccole cose, anche quando per settimane non c’è elettricità né internet. Ho imparato a ringraziare di più e a lamentarmi di meno.

Ricordo di aver preparato un’omelia e poi di averla condivisa, dubitando di me stesso mentre dicevo che Dio è buono e si prende cura di tutti noi. Ricordo di aver chiesto: “Dov’è Dio in tutta questa sofferenza?”. Eppure, quando celebro l’Eucaristia - in un campo per sfollati, tra i giovani o con alcolisti in recupero e persone che lottano contro la dipendenza - cantano più forte e con più dolcezza di qualsiasi coro abbia mai sentito.

In quel momento ho compreso: l’Emmanuele - Dio è in mezzo a noi. La Chiesa è più forte quando è più povera. Hanno perso tutto - case, villaggi e molti figli e figlie nella guerra - ma non la fede.

Le lotte di un missionario

Nulla ti prepara alla missione. Nei miei primi mesi in Myanmar ero entusiasta e avevo tante idee per i ministeri che intendevo avviare. Presto invece ho capito che la mia missione non è mia, la missione è di Dio.

Ho lottato con l’impotenza quando i giovani mi chiedevano un lavoro che non potevo offrire, o domande alle quali non avevo risposte. Ho lottato con l’ansia quando pianificavo con cura e le cose non andavano come volevo. Ho lottato con la paura ogni volta che incontravo soldati ai posti di blocco. Ho lottato ogni volta che un giovane si arrendeva.

Ci sono stati giorni in cui ho chiesto a Dio: “Che cosa ci faccio qui in Myanmar?”. La missione qui mi ha spogliato dell’illusione che un missionario sia un eroe. Ho scoperto di essere semplicemente un compagno di cammino, spesso debole, spesso confuso come le persone a cui presto servizio, eppure chiamato a rimanere.

Il mio amico Ashin Nandasara, un monaco buddhista che ora studia in Thailandia, una volta mi ha portato nel suo villaggio e nel monastero della sua infanzia a Shwe Bo. Lo visitavo spesso prima che iniziasse il colpo di stato. Durante il mese in cui sono rimasto nel monastero, i suoi genitori preparavano la mia cena ogni sera, perché i monaci non mangiano la sera.

La produzione di ceramiche in Myanmar è dominata da vasi di argilla fatti a mano nel suo villaggio. La città è famosa per la sua argilla naturale e per l’abilità dei suoi artigiani e artigiane, che realizzano grandi giare per l’acqua e altri usi. Questi vasi vengono poi caricati sulle barche e spediti in tutto il Paese. Ora il suo villaggio è un campo di battaglia tra l’esercito birmano e i giovani che si chiamano “Forze di difesa del popolo”.

Le giare di argilla mi ricordano le parole di San Paolo: “Portiamo questo tesoro in vasi di argilla” (2Cor 4,7). Ogni giorno sento le crepe di quel vaso di argilla.

Le gioie che mi tengono vivo

Eppure le gioie superano le fatiche. Vedo gioia quando un giovane diventa sicuro di sé e capace di tracciare il proprio cammino nella vita; quando i giovani si organizzano per aiutare i poveri; quando giovani di fedi diverse celebrano insieme le rispettive feste; e quando buddhisti, battisti, cattolici e musulmani si proteggono a vicenda nei momenti di pericolo.

Ma la mia gioia più grande è testimoniare la fede. Ho dato la Prima Comunione a giovani adulti sordi e a bambini con bisogni speciali che avevano atteso anni per ricevere l’Eucaristia. La loro gioia e i loro sorrisi dopo aver ricevuto Gesù mi hanno ricordato perché sono diventato sacerdote.

Ho ascoltato confessioni sotto strutture improvvisate e cappelle di fortuna, ho celebrato il Natale con gli sfollati - proprio come Gesù, Giuseppe e Maria - e ho sentito che Cristo era più reale lì che altrove. Dio non è più soltanto l’Emmanuele. La missione mi ha dato un nuovo nome per Lui: Dio-con-il-popolo-sofferente.

Che cosa significa oggi la missione

La missione in Myanmar oggi significa:

- accompagnare un popolo crocifisso: gli sfollati e i giovani;
- formare giovani perché diventino leader sicuri e resilienti che credono ancora che la pace sia possibile;
- promuovere la cura del creato quando foreste e terre vengono distrutte dall’estrazione mineraria e dal conflitto.

Non si tratta di costruire grandi progetti. Si tratta di costruire piccole comunità di speranza.

Come missionari di San Colombano diciamo che attraversiamo i confini. In Myanmar i confini sono molti - etnici, religiosi, politici e persino i confini della disperazione. Attraversarli richiede pazienza, ascolto e, talvolta, più silenzio che parole.

La mia preghiera

Quando celebro l’Eucaristia, spesso prego: “Signore, non permettere che io sia solo un visitatore del dolore del tuo popolo. Rendimi un vicino. Insegnami a spezzare il pane della speranza anche quando le mie mani sono vuote”.

In Myanmar l’Eucaristia prende vita nelle vite della gente.

Allora, com’è la missione in Myanmar? È il Venerdì Santo e la mattina di Pasqua che abitano nella stessa casa. È camminare con un popolo che si rifiuta di rinunciare a Dio, anche quando il mondo sembra aver rinunciato a loro.

A Messa ricordiamo il centurione romano che chiese a Gesù di guarire il suo servo dicendo: “Signore, non sono degno di accoglierti sotto il mio tetto!”. Anche noi riconosciamo la misericordia di Gesù e il suo potere di guarire e di entrare nelle nostre vite, specialmente durante questo tempo di Quaresima.

Continuo a tornare in Myanmar - e rimango qui - perché il Vangelo è più vivo tra coloro che soffrono e sono feriti. E perché il popolo del Myanmar mi ha insegnato che la missione non è il luogo dove portiamo Cristo - è un luogo dove Cristo ci sta già aspettando.

Grazie per il vostro cammino con noi nella preghiera e nella solidarietà.

Continuate a pregare per noi. Non dimenticateci!

* missionario di San Colombano in Myanmar

 

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