La persecuzione degli ecologisti in Siberia
Il racconto del sito Sibir.Realii sulle battaglie di Aleksandr Sosnov e Albina Fateeva contro lo sfruttamento incontrollato delle risorse naturali e gli affari degli oligarchi. Iniziative per le quali hanno dovuto subire le visite dei servizi speciali dell'Fsb e altre minacce. Fino alla scelta di emigrare il Armenia per proteggere il figlio quindicenne.
Mosca (AsiaNews) - Non è facile difendere i diritti della natura in Russia, come insegna la storia di due attivisti per la cura dell’ambiente, Aleksandr Sosnov e sua moglie Albina Fateeva del villaggio di Krasnyj Čikoj nella regione siberiana del Zabajkal, raccontata da un servizio di Sibir.Realii. Per anni i due hanno lottato contro il progetto edilizio nelle riserve di parco naturale sulla strada Zašulan-Geršelun, dove la compagnia Razrezugol intende immagazzinare le materie prime da esportare in Cina, e contro le azioni di estrazione aurifera che inquinano e distruggono i fiumi della zona, ricevendo in risposta minacce e anche violenze fisiche.
Nella primavera del 2025 Albina aveva scritto per l’ennesima volta un documento di denuncia sui problemi ecologici della regione, e ha ricevuto a casa la visita di alcuni membri dei servizi speciali dell’Fsb, per interrogarli riguardo agli appelli da lei inviati insieme al marito sulle discariche di rifiuti e l’indifferenza delle autorità locali. È stato allora che Albina e Aleksandr hanno deciso di lasciare la Russia.
Albina ha 38 anni, una prima laurea in storia, quindi si è specializzata in ornitologia. Aleksandr ha 55 anni e ha fatto molti lavori, cercando sempre di approfondire autonomamente tanti argomenti che gli interessavano, e ha incontrato la futura moglie in una spedizione archeologica a Ust-Menza, nel luogo dove il fiume Menza confluisce nella Čika e dove negli anni ’80 furono trovati i resti di un uomo preistorico. Per molti millenni gli uomini hanno infatti abitato questa zona della Siberia orientale, nella pianura della Čika. I due sono innamorati dei loro luoghi natii, e non potevano rimanere indifferenti di fronte allo scempio delle operazioni industriali e minerarie, attivandosi in azioni di difesa ecologica.
Nel 2028 Sosnov era diventato un deputato municipale della provincia di Krasnyj Čikoj, partecipando alla commissione per l’ecologia e l’agricoltura che svolgeva indagini sul territorio, e dal 2024 si è concentrato sul monitoraggio degli scarichi di rifiuti dalle miniere aurifere lungo il fiume Čika. Era riuscito anche a fissare immagini satellitari degli scarichi proibiti, ma la procura ha ignorato le denunce presentate dalla commissione contro la compagnia aurifera Vertikal, in possesso delle licenze per l’estrazione di minerali preziosi nella regione del Zabajkal, ma che si serve anche di squadre di lavoratori in nero formate per lo più da cinesi, visto che l’oro viene destinato soprattutto alla Cina.
Anche durante le ispezioni accompagnate da poliziotti, i lavoratori di queste imprese minacciavano Aleksandr di “appenderlo alla betulla”, oppure con frasi del tipo “quelli come voi vanno sbattuti in galera, voi impedite al Paese di svilupparsi, e alla gente di lavorare e guadagnarsi da vivere”. Uomini molto facoltosi venivano da lui intimandogli di smetterla e “chiudere la bocca e non ficcare il naso dove non è il caso”, perché “tu non sai quanti soldi girano con queste attività, potresti fare una brutta fine”. I dirigenti della Vertikal lo hanno accusato di “lavorare per gli occidentali”, dove evidentemente era stato istruito per disturbare queste attività, “altrimenti come fai a sapere tutte queste cose?”, minacciandolo di farlo inviare al fronte della operazione speciale in Ucraina, dove molti abitanti del Zabajkal si sono arruolati, e molti sono morti.
La Razrezugol, l’altra grande compagnia contro cui hanno cercato di lottare Albina e Aleksandr, è di proprietà riconducibili a uno dei principali oligarchi della Russia, Oleg Deripaska, impegnato in grandi progetti insieme ai cinesi. La causa da loro intentata anche in questo caso ha portato a minacce e rischi di violenze, soprattutto dopo che a febbraio del 2025 il tribunale provinciale ha dato loro parzialmente ragione, annullando le conclusioni dell’indagine ufficiale sulle condizioni ecologiche della zona interessata, fornite dall’agenzia statale Rosprirodnadzor. La loro richiesta riguardava la deviazione della strada in costruzione, lontano dai centri abitati, ma “a loro serviva proprio nei luoghi più a rischio di gravi conseguenze per l’ambiente”, e alla fine i due attivisti si sono visti costretti a prendere loro un’altra strada, andando in Armenia con il figlio 15enne Anton a cui pure stavano creando problemi, lasciando il Paese e la natura che tanto hanno cercato di difendere.
02/09/2025 13:42
19/03/2024 08:49





