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ASIA CENTRALE
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L'aborto selettivo in Asia Centrale

di Vladimir Rozanskij

In Uzbekistan nascono circa 107 maschi ogni 100 femmine, in Tagikistan addirittura 110. Uno squilibrio che non può avere ragioni naturali e va attribuito alla pratica dell'aborto se gli esami prenatali rivelano una gravidanza di una bambina. Una selezione del sesso che non solo riflette la discriminazione di genere, ma comporta anche gravi rischi sociali.

Taškent (AsiaNews) - Le tradizioni patriarcali in Asia centrale, unite alle moderne tecnologie diagnostiche in medicina, fanno sì che ogni anno decine di migliaia di bambine non vengano fatte nascere. Tra queste vi sono gli aborti selettivi in ​​base al sesso, in cui una donna interrompe una gravidanza se aspetta una figlia. Gli esperti avvertono che la selezione del sesso prenatale non solo riflette la discriminazione di genere, ma comporta anche gravi rischi sociali.

Nafisa, cinquantenne residente a Taškent, definisce la decisione che ha preso una delle più difficili della sua vita. All'epoca, lei e suo marito avevano due figlie. Quando ha scoperto di aspettare un'altra bambina, Nafisa ha deciso di abortire, e suo marito non si è opposto. "Adora le sue figlie e le ha sempre viziate, ma non ha mai nascosto di desiderare un figlio maschio. Io volevo avere un terzo figlio e non averne più. Se avessi partorito una figlia, avrei dovuto pensare a una quarta gravidanza perché desideravo anche un figlio maschio, e ho deciso che il mio corpo non avrebbe retto lo sforzo, sono in cattive condizioni di salute", racconta la donna. Due anni dopo, Nafisa è rimasta di nuovo incinta: “All'ecografia della dodicesima settimana il medico ha detto che era molto probabile che si trattasse di un maschio, allora ho portato avanti la gravidanza nonostante i miei problemi di salute e, in effetti, è nato un figlio”.

Il culto del figlio maschio come progenitore della stirpe familiare si è sviluppato in Oriente per secoli, ma prima della diffusione dell'ecografia era impossibile determinare il sesso di un bambino prima della nascita. L'ecografia e i moderni esami del sangue hanno cambiato questa situazione e, così facendo, hanno aperto la strada all'aborto selettivo, ovvero la discriminazione nei confronti delle bambine ancor prima della nascita. Nella maggior parte dei paesi, nascono 105 maschi ogni 100 femmine, ma ci sono delle eccezioni: due Paesi dell'Asia centrale, l'Uzbekistan e il Tagikistan, presentano una disparità per cui in Uzbekistan nascono circa 107 maschi ogni 100 femmine, e in Tagikistan 110. Questo squilibrio è attribuito alle donne che ricorrono all'aborto, se gli esami medici rivelano che aspettano una femmina. Ciò avviene spesso sotto la pressione dei mariti e dei parenti.

La preferenza per i figli maschi sta già causando squilibri demografici in Uzbekistan; secondo le statistiche ufficiali, negli ultimi venticinque anni nel Paese sono nate 650.000 bambine in meno rispetto ai maschi, e una tendenza simile e costante si osserva da diversi anni anche nel vicino Tagikistan. Farangis Mamadbokirova, genetista e cofondatrice del Centro di genetica medica Vita di Dušanbe, spiega perché questo squilibrio non è naturale da un punto di vista biologico. "Negli uomini, gli spermatozoi con cromosomi X e Y vengono prodotti in numero pressoché uguale: 50/50. Ciò significa che le probabilità di avere un maschio o una femmina sono sostanzialmente uguali, e anche tenendo conto di alcune variazioni biologiche, queste non possono produrre uno squilibrio così marcato a livello nazionale".

Ciononostante, la convinzione che la donna sia "responsabile" del sesso del bambino rimane diffusa nella società; se una famiglia non ha un figlio maschio, la responsabilità viene spesso attribuita alla madre. “Nella nostra società persiste ancora l'errata convinzione che avere un figlio maschio conferisca automaticamente a un uomo uno status sociale, dimostrando che è un vero ‘uomo’. Purtroppo, la scarsa istruzione della popolazione e le forti tradizioni portano le persone a prendere decisioni di vita sbagliate”, osserva la psicologa Muazzam Ibragimova.

Una pratica antica è quella dei "nomi magici": se nascevano diverse bambine di seguito, in Tagikistan alla più giovane venivano dati nomi che avrebbero dovuto "fermare" la loro nascita e "evocare" il tanto atteso figlio maschio. La seconda, la terza o la quarta figlia potevano essere chiamate Kifoya (abbastanza), Basgul (abbastanza fiori, cioè femmine), Khotima (ultima), nomi che esprimono la speranza diretta che il prossimo figlio della famiglia sia un maschio.

Approcci simili esistono anche negli altri Paesi della regione, con “nomi magici” kazachi, kirghisi, turkmeni e uzbeki.

Il risultato è che il numero delle donne è in diminuzione, e vengono sottoposte a sempre maggiori pressioni. Dieci anni fa, le Nazioni Unite dichiararono che nei paesi dell'Asia meridionale, sud-orientale e centrale mancavano almeno 170 milioni di donne, poiché gli abitanti di queste regioni del mondo tradizionalmente preferiscono avere figli maschi e ricorrono all'aborto selettivo in base al sesso. L'Onu definì la selezione prenatale del sesso "una forma abominevole di discriminazione che deve essere eliminata".

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