13/04/2026, 16.10
ALGERIA - VATICANO
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Le Beatitudini ad Algeri. Per riscoprire che Dio è davvero grande

Leone XIV è arrivato in Algeria, prima volta di un pontefice nel Paese a grande maggioranza musulmana ponte tra l'Africa e il Mediterraneo. "La pace non è solo assenza di conflitto, ma anche giustizia e dignità". "Un popolo che come quello algerino ama Dio possiede la ricchezza più vera". "Fondamentalismo e secolarizzazione: polarizzazioni assurde". Interpellato sugli insulti di Trump: "Continuerò a parlare a voce alta del messaggio del Vangelo". 

Algeri (AsiaNews) – Le parole evangeliche delle Beatitudini lette per intero sotto al monumento dei martiri Maqam Echahid, che commemora le vittime della guerra coloniale per l’indipendenza dalla Francia. L’elogio dei miti, dei misericordiosi, di quanti hanno fame e sete di giustizia, scelto per rivolgersi direttamente con le parole di Gesù a tutto il popolo algerino, al di là di ogni barriera religiosa. È cominciato così questa mattina, sotto una pioggia battente, lo storico viaggio di Leone XIV in Algeria, il primo di un pontefice in questo Paese a stragrande maggioranza musulmana, ponte tra il Mediterraneo e l’Africa sub-sahariana che il papa visiterà nelle tappe successive di questo viaggio che lo porterà nei prossimi giorni anche in Camerun, Angola e Guinea Equatoriale.

“Un Paese grande – l’ha definito il pontefice - dalla storia lunga e ricca di tradizioni, fin dai tempi di sant’Agostino e ben prima. Una storia dolorosa, anche, segnata da periodi di violenza, che però, proprio grazie alla nobiltà di spirito che vi caratterizza, e che sento viva anche adesso, qui, avete saputo superare, con coraggio e onestà”. Un Paese che Prevost aveva già visitato due volte, nel 2001 e nel 2013, sulle orme del suo grande maestro sant’Agostino, a cui domani renderà omaggio ad Annaba, l’antica Ippona. Ma che proprio per questa sua storia travagliata, oggi, ha un preciso messaggio per il mondo, sfigurato dai conflitti.

“In questo luogo - ha detto Leone XIV parlando proprio davanti al memoriale che ricorda quanti morirono nella guerra d’Algeria  - ricordiamo che Dio desidera per ogni nazione una pace che non è solo assenza di conflitto, ma espressione di giustizia e di dignità. E questa pace, che permette di andare incontro al futuro con animo riconciliato, è possibile solo nel perdono. La vera lotta di liberazione - ha aggiunto - sarà definitivamente vinta solo quando si sarà finalmente conquistata la pace dei cuori. So quanto sia difficile perdonare, tuttavia, mentre i conflitti continuano a moltiplicarsi in tutto il mondo, non si può aggiungere risentimento a risentimento, di generazione in generazione. Il futuro appartiene agli uomini e alle donne di pace”.

Di fronte alla corsa di chi è disposto a tutto pur di accumulare “ricchezze che svaniscono, che illudono e deludono, e spesso purtroppo finiscono per corrompere il cuore umano e generare invidie, rivalità, conflitti”, cita una domanda posta da Gesù duemila anni fa: “Quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita?” (Mt 16,26). “È una domanda fondamentale per tutti – dice ai tanti musulmani algerini che lo ascoltano - a cui i morti che qui si onorano hanno dato la loro risposta: hanno perso la vita, ma in un altro senso, donandola per amore del proprio popolo. La loro storia sostenga il popolo algerino e tutti noi nel nostro cammino: perché la vera libertà non si eredita soltanto, si sceglie ogni giorno”.

Un messaggio di pace accompagnato dalla convinzione che il forte radicamento dell’islam in Algeria sia un valore che se vissuto nel suo vero significato apre alla fraternità: “Un popolo che ama Dio – ha detto ancora Leone XIV - possiede la ricchezza più vera, e il popolo algerino custodisce questa gemma nel suo tesoro. Il nostro mondo ha bisogno di credenti così, di uomini e donne di fede, assetati di giustizia e di unità”.

Ed è quanto ha ribadito anche più tardi, nell’incontro con le autorità, la società civile e il corpo diplomatico avvenuto nel Centro convegni “Djamaa el Djazair” di Algeri, subito dopo la visita di cortesia al presidente Abdelmadjid Tebboune. “Siamo fratelli e sorelle – ha detto il pontefice - perché abbiamo lo stesso Padre nei cieli: il profondo senso religioso del popolo algerino è il segreto di una cultura dell’incontro e della riconciliazione, di cui anche questa mia visita vuole essere segno. In un mondo pieno di scontri e incomprensioni, incontriamoci e cerchiamo di comprenderci, riconoscendo che siamo una sola famiglia”.

Della tradizione algerina nel suo discorso alle autorità papa Leone ha esaltato in particolare il profondo senso dell’accoglienza, nelle comunità arabe e berbere, ma anche l’idea tipicamente musulmana della sadaka, l’elemosina vissuta come una questione di giustizia da ristabilire nei confronti di chi è povero. “Questa visione della giustizia – ha commentato il papa - è semplice e radicale: riconosce nell’altro l’immagine di Dio. Una religione senza pietà e una vita sociale senza solidarietà sono uno scandalo agli occhi di Dio. Eppure – ha osservato - molte società che si credono avanzate precipitano sempre più nella diseguaglianza e nell’esclusione. Le persone e le organizzazioni che dominano sugli altri – questo l’Africa lo sa bene – distruggono il mondo che l’Altissimo ha creato perché vivessimo insieme”.

A un Paese come l’Algeria che è un ponte naturale tra Nord e Sud, tra Oriente e Occidente, attraversato oggi anche dal fenomeno dei flussi migratori, il papa ha rivolto l’invito a “entrare in dialogo con le istanze di tutti e solidarizzare con le sofferenze di tanti Paesi vicini e lontani”, per “contribuire a immaginare e a realizzare una maggiore giustizia fra i popoli”. Ha invitato a guardare al Mediterraneo e al deserto del Sahara come “crocevia geografici e spirituali di enorme portata”. Insieme al “cielo immenso che li sovrasta ci sussurrano che la realtà ci supera da tutte le parti, che Dio è veramente grande e che tutto viviamo alla sua misteriosa presenza”, ha detto alludendo alle parole Allahu Akbar della tradizione musulmana. Più tardi si recherà anche in visita alla Grande Moschea di Algeri, accompagnando anche con un gesto questo sguardo amico nei confronti dell’islam.

Anche la società algerina, però, conosce oggi la tensione fra senso religioso e vita moderna: la storia tragica vissuta da questo Paese con il terrorismo islamista negli anni Novanta sta lì a ricordarlo. “Qui, come in tutto il mondo, tendono a manifestarsi dinamiche opposte, di fondamentalismo o di secolarizzazione – spiega Leone XIV - per le quali molti perdono il senso autentico di Dio e della dignità di tutte le sue creature. Allora i simboli e le parole religiose possono diventare, da una parte, linguaggi blasfemi di violenza e sopraffazione, dall’altra, segni senza più significato, nel grande mercato di consumi che non saziano”.

“Queste assurde polarizzazioni, però, non devono spaventarci – commenta il papa -. Vanno affrontate con intelligenza. Sono il segno che viviamo un tempo straordinario, di grande rinnovamento, nel quale chi tiene libero il cuore e desta la coscienza può attingere dalle grandi tradizioni spirituali e religiose nuove visioni della realtà e motivazioni incrollabili di impegno. Occorre educare al senso critico e alla libertà, all’ascolto e al dialogo, alla fiducia che ci fa riconoscere nel diverso un compagno di viaggio, non una minaccia. Dobbiamo lavorare alla guarigione della memoria e alla riconciliazione fra antichi avversari. È il dono che chiedo per voi – conclude - per l’Algeria e per l’intero suo popolo, sul quale invoco abbondanti le benedizioni dell’Altissimo”.

È dentro la cornice di questi gesti e parole che va collocata anche la polemica piccola di giornata, suscitata dal post notturno del presidente degli Stati Uniti Donald Trump che sul suo social network Truth ha pesantemente insultato il pontefice, definendolo un “debole” che a suo avviso dovrebbe addirittura a lui la sua elezione al soglio pontificio. Parole senza senso, che hanno suscitato una levata di scudi globale e che nel volo verso Algeri i giornalisti hanno chiesto anche a papa Leone stesso di commentare. “Io non ho paura dell’amministrazione di Trump – ha risposto -. Continuerò a parlare a voce alta del messaggio del Vangelo, quello per cui la Chiesa lavora. Noi non siamo politici; non guardiamo alla politica estera con la stessa prospettiva. Ma crediamo nel messaggio del Vangelo come costruttori di pace”.

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