17/12/2011, 00.00
PAKISTAN
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Le donne, prime vittime delle violenze talebane nelle aree tribali del Pakistan

di Shafique Khokhar
In un rapporto pubblicato dall’ong per i diritti umani Khwendo Kor casi documentati di abusi, fra cui omicidi d’onore, stupri, mutilazioni e attacchi con l’acido. L’inerzia del governo che concede agli estremisti il controllo delle Fata. Vicario di Faisalabad: punire pratiche contro le donne. Attivista musulmana: uniti contro le violenze.
Islamabad (AsiaNews) – “Cinque estremisti islamici hanno fatto irruzione nella casa e tagliato a pezzi il seno di mia cugina, sorpresa ad allattare il figlio. Un componente della banda ha poi ordinato alle altre donne di mangiare i resti”. Il dramma raccontato da Kiran Bibi è solo una delle tante “storie di ordinaria follia” che giungono dalle aree tribali in Pakistan, controllate dai talebani con il tacito consenso di Islamabad. La 22enne Cheryl Shaz – entrambi sono nomi di fantasia, ndr – del campo profughi di Jalozai aggiunge: “un addetto della sicurezza mi ha costretto a fare sesso con lui, in cambio di olio per cucinare e una manciata di legumi”. Gli episodi che vi abbiamo descritto, sono solo due dei tanti racconti pubblicati nel rapporto “Impatto della crisi su donne e ragazze nella Fata", le Aree tribali di amministrazione federale, elaborato dall’organizzazione per i diritti umani Khwendo Kor – la casa delle sorelle, in Pashtun – con il sostegno di gruppi femminili delle Nazioni Unite. Il documento racchiude storie di quotidiana violenza, che si ripetono da tempo nelle Fata, nel nord-ovest del Pakistan lungo il confine con l’Afghanistan.

La zona è controllata dai talebani, cui il governo centrale di Islamabad ha concesso ampi poteri – fra cui l’introduzione della legge islamica, la shariah – pur di raggiungere una tregua con i fondamentalisti. Dalla fine della guerra fra esercito e miliziani, le donne sono i soggetti più colpiti dalle violenze estremiste; in particolare, le due categorie più a rischio sono le vedove e le ragazzine. Rapporti sessuali forzati in cambio di cibo, acqua, generi di prima necessità; donne che preferiscono non usufruire di docce e servizi, per la mancanza di privacy; aumento degli omicidi d’onore ai danni di donne prima stuprate, poi emarginate perché considerate una “disgrazia” dalla famiglia che le ammazza. A questo si aggiunge un calo progressivo (dal 39 al 19%) dell’influenza “dell’universo rosa” nella società pakistana, l’impossibilità di far valere diritti di successione nei tribunali della shariah, rivendicazioni di proprietà che cadono nel vuoto, inascoltate.

Una situazione drammatica che suscita la reazione sdegnata di attivisti e intellettuali cristiani e musulmani, i quali si appellano al governo e alla comunità internazionale perché intervengano a tutela dei diritti delle donne, arginando la progressiva “islamizzazione” del Pakistan. L’editorialista e giornalista Farrukh Shahzad parla ad AsiaNews di “realtà dolorosa” e di “condizioni in progressivo peggioramento”, nonostante gli sforzi compiuti da enti e organizzazioni non governative. Egli si rivolge ai politici e agli uomini di Stato, perché “comprendano la gravità della questione”; anche i media, aggiunge, “incontrano molti limiti a raggiungere le popolazioni delle Fata per la presenza delle milizie combattenti”. Gli fa eco Amina Zaman, attivista musulmana per i diritti umani, secondo cui la situazione non riguarda solo le Fata, ma gran parte del Pakistan e invita la società civile “ad alzare la voce contro queste terribili violenze ai danni delle donne”.

Il vicario generale della diocesi di Faisalabad collega queste violenze al disegno di legge governativo, in via di approvazione, che mira a “punire le pratiche contro le donne”. “È un tentativo di resistenza – precisa p. Khalid Rasheed Asi – per far capire al governo che non accetteranno leggi favorevoli alle donne nella Fata”. Shazia George, attivista per i diritti femminili, snocciola tutte le “gravi forme di abusi” cui sottostanno le donne in Pakistan: mutilazioni genitali, attacco con l’acido, stupro e omicidio e, aggiunge, nella stragrande maggioranza dei casi i crimini restano impuniti. La militante cristiana auspica che i responsabili “di incitamento dell’odio di genere” siano arrestati e puniti. Servono, conclude, modelli di “resistenza all’ingiustizia”, parità di accesso alla tutela legale e rispetto dei diritti delle donne.
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