Le donne birmane nei cantieri edili thailandesi restano invisibili
Una sentenza contro il costruttore di un condominio crollato nel terremoto a Mandalay ha riacceso i riflettori sul terremoto del 2025 in cui persero la vita anche diversi lavoratori birmani sull'altro lato del confine in Thailandia. Un'indagine mostra come migliaia di lavoratrici migranti continuino a lavorare nei cantieri thai senza adeguate tutele e per salari bassi.
Yangon (AsiaNews) - Naing Tun Lin, titolare della NTL Construction, impresa che ha costruito il condominio Sky Villa di Mandalay crollato durante il terremoto di magnitudo 7,7 del marzo 2025, è stato condannato a cinque anni di carcere con lavori forzati per omicidio colposo. Lo ha riferito Eleven Media, citando una fonte della corte di Mandalay. Naing Tun Lin era stato incriminato a febbraio, ma poi in un primo momento rilasciato su cauzione.
Solo il crollo dello Sky Villa aveva ucciso oltre 200 persone, mentre il numero delle vittime è stato stimato in diverse migliaia, in un Paese, il Myanmar, già piegato dalla guerra civile scoppiata dopo il golpe militare del 2021. L’ultimo corpo ancora sotto le macerie dello Sky Villa è stato recuperato solo a settembre 2025.
Lo stesso terremoto provocò anche il crollo di un grattacielo di 30 piani in costruzione nel quartiere di Chatuchak di Bangkok, l’unico edificio della capitale thailandese a collassare completamente, uccidendo circa 95 persone. Tra le vittime c’erano anche almeno dieci lavoratori migranti birmani e un cambogiano. Le indagini hanno finora accertato gravi carenze nei materiali (tra cui l’uso di acciaio scadente) e nel progetto di costruzione, mentre un’inchiesta parallela sta verificando le accuse di collusione nell’assegnazione dell’appalto, in cui sarebbero coinvolti decine di funzionari pubblici.
Le due vicende giudiziarie non toccano però un tema importante e su cui ha fatto luce una ong locale: quello delle centinaia di migliaia di birmani che, fuggendo dalla guerra civile in Myanmar, si trovano a lavorare nei cantieri edili thailandesi. La Baan Dek Foundation, organizzazione attiva dal 2002 nella tutela dei minori e delle famiglie migranti, ha da poco pubblicato un rapporto per la prima volta dedicato alla condizione delle operaie, in collaborazione con l’Institute of Human Rights & Peace Studies della Mahidol University.
La ricerca ricorda che il settore delle costruzioni rappresenta quasi l’8% dell’economia thailandese e impiega circa 700mila lavoratori migranti, provenienti soprattutto da Myanmar, Cambogia e Laos. Le donne costituiscono circa il 36% della forza lavoro nei cantieri, ma restano quasi invisibili nelle politiche di tutela e nelle strategie aziendali.
Lo studio, basato su interviste con 39 lavoratrici migranti a Bangkok e Chiang Mai, mette in luce come nel caso delle operaie le vulnerabilità si sovrappongano: essere donne, migranti e impiegate in un settore maschile significa avere minore potere contrattuale, salari più bassi e accesso limitato ai servizi essenziali.
In cantiere, alle donne vengono affidate quasi sempre le mansioni considerate “meno qualificate”, come le pulizie e la tinteggiature, e che sono pagate meno di quelle maschili: in uno dei siti visitati dai ricercatori, per esempio, gli uomini guadagnavano 380 baht al giorno (circa 10 euro) contro i 350 delle donne (9 euro). Molte lavoratrici finiscono per considerare questa differenza come normale, perché gli uomini fanno un lavoro considerato più duro, anche se partono dallo stesso livello di salario. È proprio l’essere relegate a compiti percepiti come meno pesanti, nota il rapporto (anche se molte donne hanno raccontato di lavorare in condizioni di caldo estremo, di sollevare materiali pesanti e di lavorare con i macchinari), a impedire alle donne di imparare nuove mansioni e poi di accumulare straordinari, unico altro modo per integrare il loro reddito di base.
Terminata la giornata nei cantieri, il lavoro continua a casa. Le intervistate raccontano di doversi occupare quasi esclusivamente della preparazione dei pasti, della pulizia, della cura dei figli e dell’invio di rimesse alle famiglie rimaste nel Paese d’origine. Il peso economico delle cure mediche e delle spese familiari si traduce spesso in ulteriore stress e precarietà.
C’è poi la questione dei documenti. Il datore di lavoro o il subappaltatore spesso si rifiutano di consegnare alle lavoratrici il permesso di lavoro, che può costare fino a 17.500 baht (circa 450 euro) e che spesso le donne devono pagarsi da sole. In questo modo diventa impossibile andarsene perché cambiare lavoro significherebbe perdere la garanzia di trovarsi in Thailandia in maniera legale. Una situazione che si aggrava nei casi di violenza domestica: senza i documenti in mano, le donne sono costrette anche a restare con chi le maltratta. Allo stesso tempo, le donne preferiscono i canali di immigrazione irregolare perché la Thailandia impedisce l’ingresso alle donne con i figli a carico.
Le reti di solidarietà tra lavoratrici sono quindi diventate una delle principali forme di protezione. Nei campi di Chiang Mai, ad esempio, alcune donne hanno ottenuto una formazione per mediare nei conflitti, coordinare le attività e offrire sostegno alle altre residenti. Allo stesso tempo le relazioni tra connazionali, le visite ai templi e le videochiamate con le famiglie rimaste in patria si sono trasformate in strumenti essenziali per affrontare l’isolamento e la nostalgia di casa.
Nei campi operai, i lavoratori vivono baracche in lamiera o container riadattati, ma bagni e docce spesso non sono separati per genere (causando disagio tre le ragazze durante le mestruazioni e costringendo le donne più anziane ad accompagnare le giovani e le adolescenti preoccupate per la propria sicurezza) e sono insufficienti rispetto al numero di residenti. In un caso i ricercatori hanno documentato la presenza di un solo bagno e due docce per 16-17 famiglie. Si tratta di posti che non sono adatti alle donne incinte e alla cura dei neonati.
Molte donne, infine, rinunciano all’assicurazione sanitaria perché il contributo richiesto viene percepito come troppo oneroso rispetto ai salari, preferendo pagare direttamente farmacie o piccoli ambulatori in caso di necessità, e risparmiando così sulle rimesse che mandano in Myanmar.





