12/04/2026, 13.08
ECCLESIA IN ASIA
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L'ex arcivescovo di Mosul Nona è il nuovo patriarca dei caldei

di Dario Salvi

Eletto dal Sinodo in corso a Roma dopo le dimissioni del predecessore Luis Sako annunciate lo scorso 10 marzo. Ha scelto il nome di Paolo III. Cinquantotto anni originario di Alqosh ha guidato la comunità di Mosul negli anni più difficili e accompagnato le comunità in esilio dopo la conquista dell'Isis. A lui il compito di attuare il mandato dell'unità tra i cristiani iracheni affidato da Leone XIV.

Città del Vaticano (AsiaNews) – Emil Nona - già arcivescovo di Mosul fino all’esodo forzato dopo la conquista dell’Isis nel 2014 - è il nuovo patriarca della Chiesa caldea. Lo ha eletto oggi il Sinodo dell’antica Chiesa orientale dei cristiani iracheni riunito a Roma per la scelta del successore del patriarca Sako. La nuova guida e ha 58 anni e ha scelto il nome di Paolo III Nona.

“Sua beatitudine – si legge in una nota diffusa dalla Chiesa caldea - ha annunciato l’accettazione dell’elezione in conformità alle norme del diritto ecclesiastico, esprimendo la sua fiducia nella grazia di Dio e il suo impegno a esercitare il servizio patriarcale con spirito di onestà e responsabilità, in piena comunione con i padri sinodali e al servizio dell’unità e della missione della Chiesa Caldea nella patria e nei Paesi della diaspora. Mentre i padri sinodali elevano le loro preghiere al Signore Gesù Cristo, il Buon Pastore, chiedendo che sua beatitudine il patriarca eletto sia rafforzato dalle benedizioni della sapienza e della forza – si legge ancora nel testo - essi affermano la loro fiducia che questo ministero contribuirà a consolidare i fedeli nella fede, a rafforzarne l’unità e a ravvivare la missione della Chiesa nella testimonianza del Vangelo”.

Nato nel 1968 ad Alqosh, nel nord dell’Iraq, Nona è da tempo una figura di rilievo all’interno della Chiesa cattolica caldea. Dal 2009 ha servito come arcivescovo di Mosul come successore del martire mons. Paolo Rahho, ucciso nel 2008. Mons. Nona ha guidato la comunità cristiana locale in uno dei periodi più difficili della sua storia, in particolare durante l’ascesa dell’ISIS nel 2014 e lo sfollamento di migliaia di cristiani dalla città e dalle aree circostanti. Successivamente ha assunto il ruolo di eparca di San Tommaso Apostolo di Sydney dei Caldei in Australia,ampliando le sue responsabilità pastorali nelle comunità della diaspora.

A lui spetterà ora il compito di raccogliere il mandato affidato da Leone XIV alla Chiesa caldea nell’udienza del 10 aprile.“Il nuovo patriarca sia anzitutto un padre nella fede e un segno di comunione con tutti e tra tutti”, aveva detto il papa ricevendo in udienza privata i 17 vescovi caldei riuniti dal 9 aprile a Roma proprio per l’elezione del nuovo patriarca, che succede al card. Louis Raphael Sako, dimessosi il 10 marzo scorso. Nel suo intervento il pontefice ha sottolineato l’importanza di “vivere secondo il Vangelo, cioè nella mitezza e nella ricerca paziente dell’unità” che non è “controcorrente” o “controproducente”, ma si rivela la “via più sapiente”. Un richiamo, sin dall’inizio, al ruolo che il primate deve avere in una delle più antiche e autorevoli Chiese orientali che, di recente, è stata attraversata da dissidi e divisioni. “A prevalere e a non avere mai fine - ha proseguito il papa - è quella carità di cui parla l’apostolo Paolo: paziente, perseverante, capace di scusare e sopportare tutto, senza mancare mai di rispetto ad alcuno”.

“Sua beatitudine - sottolinea papa Prevost . sia uomo delle Beatitudini: non chiamato a gesti straordinari e a suscitare clamore, ma a una santità quotidiana, fatta di onestà, misericordia e purezza di cuore. Sia pastore capace di ascoltare e accompagnare, perché l’autorità nella Chiesa è sempre servizio e mai egemonia”. Il patriarca, avverte, “sia guida autentica e vicina alla gente, non figura appariscente e distaccata. Sia uomo radicato nella preghiera, capace di portare il peso delle difficoltà con realismo e speranza, maestro di pastorale che individui cammini concreti per il bene del popolo di Dio insieme con i fratelli vescovi, in quello spirito di concordia che deve caratterizzare una Chiesa patriarcale, la cui autorità è rappresentata dal Sinodo dei vescovi presieduto dal patriarca, promotore di unità nella carità” in “piena coesione” col vescovo di Roma. 

Proseguendo il suo intervento e rivolgendosi ai vescovi caldei, il pontefice ha ricordato loro di essere “custodi di una memoria viva e nobile, di una fede trasmessa nei secoli con coraggio e fedeltà”. Una fede e una testimonianza che, soprattutto negli ultimi 20 anni, si è spinta fino alla testimonianza del martorio come avvenuto per vescovi e sacerdoti. “La vostra storia è gloriosa, ma segnata - ha sottolineato il papa - anche da prove durissime: guerre, persecuzioni, tribolazioni che hanno colpito le vostre comunità e disperso molti fedeli nel mondo. E proprio in queste ferite risplende la testimonianza luminosa della fede, perché se la vostra Chiesa porta impresse le cicatrici della storia, è proprio il Signore risorto a mostrarci come le ferite più dolorose possono diventare in Lui segni di speranza e di vita nuova”.

Al Sinodo che ha eletto mons.Nona a nuovo patriarca non ha partecipato il predecessore perché, come spiegato alla rinuncia, ha inteso lasciare libertà di scelta ai vescovi senza influenze, pressioni o ingerenze esterne per una realtà che, in passato, ha registrato più di una crisi. Il card. Sako con le dimissioni aveva voluto lanciare un segno di rottura all’interno di una Chiesa in cui non mancano complessità e problemi, offrendo un’occasione per aprire una pagina nuova sotto una guida diversa per analizzare i dissidi interni, tanto da sfiorare uno scisma nella fase più acuta. Dall’esodo dei cristiani alle guerre in Medio oriente, dalle comunità della diaspora all’unità interna alla Chiesa caldea sono molti i dossier sui quali dovrà lavorare il futuro patriarca, contando sulla preghiera e il sostegno silenzioso del predecessore.

La Chiesa cattolica caldea è una diretta discendente della Chiesa d’Oriente, che trae le proprie origini nell’antica Mesopotamia e ai santi Mar Addai (St. Addai) e Mar Mari (St. Mari), discepoli di San Tommaso Apostolo. La sede patriarcale si trova presso la cattedrale di san Giuseppe, a Baghdad, ma conta al suo interno diverse eparchie e diocesi in Iraq e nel mondo, dal Canada all’Australia, dagli Stati Uniti al nord Europa.

I fedeli sono oltre 600mila, la maggior parte dei quali (300mila circa) vivono nel Paese arabo, sebbene un tempo il numero superava il milione. Tuttavia negli ultimi 23 anni, dall’invasione USa dell’Iraq nel 2003, centinaia di migliaia hanno scelto di fuggire alimentando le comunità della diaspora per sfuggire a guerre, violenze e persecuzioni nel Paese. Oltre al radicalismo islamico che ha alimentato la diaspora, la Chiesa caldea ha registrato infine forti tensioni interne e scontri durissimi con le autorità irachene, in particolare quella - poi ricomposta a fatica - fra il presidente della Repubblica Abdul Latif Rashid e l’allora patriarca Sako.

Richiamando, pur senza specificarle direttamente, queste situazioni di criticità il papa ha concluso con un richiamo “fraterno e paterno”. “Vi raccomando - ha esortato - di essere attenti e trasparenti nell’amministrazione dei beni, sobri, misurati e responsabili nell’uso dei mass-media, prudenti nelle dichiarazioni pubbliche, affinché ogni parola e comportamento contribuisca a edificare - e non a ferire - la comunione ecclesiale e la testimonianza della Chiesa”. Oltre alla formazioni dei presbiteri e all’accompagnamento dei laici, il pontefice ha ribadito ai prelati il loro essere “segni di speranza in un mondo segnato da violenze assurde e disumane, che in questo tempo, mosse dall’avidità e dall’odio, dilagano con ferocia proprio nelle terre che hanno visto sorgere la salvezza, nei luoghi sacri dell’Oriente cristiano, profanati dalla blasfemia della guerra e dalla brutalità degli affari, senza riguardo per la vita della gente, ritenuta al massimo come effetto collaterale dei propri interessi”. “Voi, chiamati a essere instancabili operatori di pace nel nome di Gesù, aiutateci a proclamare chiaramente che Dio non benedice alcun conflitto; a gridare al mondo che chi è discepolo di Cristo, principe della pace, non sta mai dalla parte di chi ieri impugnava la spada e oggi lancia le bombe; a ricordare - ha ammonito il papa - che non saranno le azioni militari a creare spazi di libertà o tempi di pace, ma solo la paziente promozione della convivenza e del dialogo tra i popoli”.

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