27/06/2026, 08.37
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Lo scontro tra Polonia e Ucraina, alle radici del mondo russo

di Stefano Caprio

Per anni, basandosi sulla propria interpretazione della storia, il Cremlino ha promosso la tesi secondo cui i miti nazionali polacco e ucraino sono organicamente incompatibili, e il loro scontro era solo questione di tempo. Dopo il 2022, questa teoria sembrava definitivamente sepolta. Oggi i leader di Varsavia e Kiev l'hanno riportato in auge con le proprie mani.

Quattro presidenti ucraini, l'attuale Volodymyr Zelenskyj e i suoi tre predecessori, Leonid Kučma, Viktor Yuščenko e Petro Porošenko, hanno rispedito quasi simultaneamente dei pacchi a Varsavia con delle custodie che contenevano la più alta onorificenza polacca, l'Ordine dell'Aquila Bianca. Insieme a questi, il capo dell'ufficio presidenziale ucraino, Kyrylo Budanov, e l'ambasciatore ucraino in Polonia, Vasyl Bodnar, hanno rinunciato alle loro insegne polacche.

Quella che era iniziata come una manovra pre-elettorale di Varsavia si è trasformata in un totale smantellamento del precedente modello di relazioni. La scintilla che ha innescato l'esplosione è stato il decreto di Zelenskyj, firmato a fine maggio, che conferiva a un'unità delle Forze speciali ucraine il titolo onorifico di “Eroi dell'Esercito Insurrezionale Ucraino”. Per Varsavia è stato uno schiaffo in faccia, una conferma che l'organizzazione responsabile del massacro di Volynia del 1943-1944 rimane nel pantheon nazionale ucraino.

Annunciando in un discorso la revoca dell'Ordine dell'Aquila Bianca a Volodymyr Zelenskyj, il presidente polacco Karol Nawrocki, esponente dei nazionalisti del PiS, ha dichiarato che “ci sono dei limiti nelle relazioni polacco-ucraine che non devono essere oltrepassati”, sottolineando che “la decisione non è diretta contro il popolo ucraino” e non cambia la linea strategica della politica: il sostegno all'Ucraina continuerà, ha assicurato Nawrocki. Nell'aprile del 2023, Zelenskyj era stato insignito dell'Ordine dell'Aquila Bianca dall'allora presidente Andrzej Duda “in riconoscimento del suo eccezionale contributo all'approfondimento delle relazioni amichevoli e globali tra Polonia e Ucraina, allo sviluppo della cooperazione per la democrazia, la pace e la sicurezza in Europa, e per la sua fermezza nella difesa dei diritti umani inalienabili”.

L’amicizia tra polacchi e ucraini in realtà è sempre stata piuttosto labile, considerando che la storia dell’Ucraina inizia proprio con la guerra contro il regno di Polonia-Lituania a metà del Seicento, con la rivolta dei cosacchi guidati da Bohdan Khmelnytsky, poi riuniti alla Russia degli zar. Da allora queste terre sono state uno scenario costante di conflitti tra gli slavi orientali e occidentali, russi e polacchi, “mondo russo” eurasiatico contro il “mondo polacco” europeo. Anche a livello ecclesiastico la contesa si è sviluppata in varie dimensioni tra cattolici di rito latino, cattolici di rito bizantino, ortodossi aperti al dialogo e ortodossi intransigenti, con tanti episodi di guerre locali ed estese, e non poche stragi efferate.

Nella mente di ogni polacco, il massacro di Volynia non è semplicemente un tragico episodio del passato, ma un trauma nazionale irrisolto, sinonimo del più brutale purgatorio etnico che ha causato la morte di circa 100mila persone tra polacchi ed ebrei, evocando le tragedie dei secoli passati. Zelenskyj ha conferito titoli onorifici simili a diverse unità militari in più occasioni, dopo l’invasione della Russia nel 2022, e sempre, come in questo caso, ciò è avvenuto esclusivamente su loro iniziativa, comunemente definita “dal basso” piuttosto che per un'agenda ideologica personale del presidente, ma questa argomentazione non è stata presa in considerazione in Polonia.

Le dinamiche della successiva reazione polacca celano un astio molto sedimentato nelle coscienze. Nawrocki, che prima di diventare presidente dirigeva l'Istituto della Memoria Nazionale, ha letteralmente imposto la decisione desiderata dal Capitolo dell'Ordine, il “massimo organo di controllo esperto” che ha il compito di vigilare sull'onore dello Stato, e di fornire al capo dello Stato raccomandazioni in merito a onorificenze e revocazioni. I membri di questo consiglio, tra i quali c'erano anche alcuni che nutrivano dubbi, hanno tenuto nascosto al pubblico e alla stampa fino all'ultimo il verdetto verso cui venivano spinti, e ciò che alla fine hanno raccomandato al capo dello Stato. Nawrocki li ha costretti ad accettare le sue regole, sebbene formalmente la decisione finale non sia ancora stata presa: la procedura richiede la firma sull'apposito supplemento al decreto del primo ministro Donald Tusk, esponente della parte liberale della politica polacca.

Le due anime del sovranismo e del liberalismo rappresentano in effetti la perenne contraddizione del mondo slavo orientale, di cui l’Ucraina è il principale capro espiatorio. Ora firmando il decreto Tusk subirebbe un grave danno di reputazione sulla scena internazionale, rompendo definitivamente i rapporti con Kiev e alienandosi l'ala centrista della sua stessa coalizione. Se invece bloccherà la decisione, la destra lo accuserà immediatamente di tradire la memoria nazionale. Il livello di risentimento all'interno dell'establishment governativo polacco è rivelato dalla reazione di Jakub Stefaniak, vice-capo dell'ufficio del primo ministro, che ha dichiarato a Polskie Radio Jedynka che “Nawrocki si è comportato come un bambino dell'asilo, che corre subito al parco giochi per fare la pipì nella sabbiera”. Stefaniak ha sottolineato che il presidente voleva semplicemente “occupare uno spazio” sui media per aumentare gli ascolti, sebbene, per ragioni procedurali, non potesse prendere una decisione del genere unilateralmente. È importante notare che a parlare non è un blogger dell'opposizione, ma un alto funzionario dell'entourage di Tusk, che accusa pubblicamente il capo dello Stato di un pericoloso infantilismo.

La società polacca è quindi divisa, e in modo sproporzionato: i sondaggi mostrano che il 52% dei polacchi approva la revoca dell'onorificenza a Zelenskyj, mentre solo il 24% si oppone. Per Nawrocki queste sono cifre rassicuranti, ma ancora lontane dal consenso del 90% a cui aspira. Alcuni osservatori ritengono peraltro che questa azione di alto profilo non sia tanto un trionfo per Nawrocki, quanto una sua “automutilazione” elettorale: distruggendo il fragile consenso sulla sicurezza del fianco orientale per il bene dei consensi interni a breve termine, il presidente sta compiendo un atto di suicidio politico, restringendo il proprio margine di manovra sulla scena internazionale, e trasformando l'istituzione della presidenza da arbitro nazionale in ostaggio dell'estrema destra.

Non meno significativa delle rivolte interiori di questo mondo diviso è la risposta di Kiev alla vicenda: il ministro degli esteri ucraino Andriy Sibiha ha definito la decisione di Nawrocki un “errore strategico”, rifiutando platealmente a sua volta l'onorificenza polacca. La sua dichiarazione, secondo cui “nessun presidente di un altro Stato ci detterà più la nostra storia”, ha di fatto chiuso un'era di fragile sostegno reciproco. Per tre anni la diplomazia ucraina aveva inghiottito ogni attacco elettorale interno polacco, dai blocchi di confine degli agricoltori alle dure dichiarazioni della destra. La logica era semplice: “la Polonia è il nostro principale sostegno di retroguardia, dobbiamo resistere”, e ora questa cupola è crollata. Sibiha ha iniziato a parlare con il linguaggio del conflitto aperto: “risponderemo per le rime”, “il tempo in cui non ce ne accorgevamo è finito” e altre frasi minacciose con cui Kiev ha iniziato a parlare a Varsavia con la stessa durezza precedentemente riservata alla Budapest di Viktor Orbán, altro spazio storico del mondo russo-ucraino devastato dalla guerra.

Dietro lo scandalo si cela una questione centrale ignorata per tre anni: che cosa ha ottenuto la Polonia con gli aiuti senza precedenti all'Ucraina dal febbraio 2022? Solo la sicurezza del fianco orientale della Nato e il contenimento della Russia, o qualcosa di più? A giudicare dalle azioni di Nawrocki e dalla reazione della società polacca, Varsavia era convinta che il pacchetto di aiuti includesse un tacito diritto morale ad agire come arbitro storico dell'Ucraina. Lo status di “migliore amico”, nel senso polacco del termine, le conferiva un diritto di veto sul pantheon degli eroi ucraini. Con il volo di ritorno dell'Aquila Bianca, Kiev ha risposto di no, la sovranità sulla propria memoria non si baratta nemmeno per carri armati, i proiettili e le frontiere aperte. Per questo la crisi attuale è più profonda e pericolosa di tutte le precedenti dispute sul grano o sulle compagnie di autotrasporto, dove si discuteva di contenuti e dettagli, mentre qui si discute di diritti, e di chi siederà al tavolo dove si scrive la storia.

Da questo gioco puramente interno e pragmatico, emerge un finale privo dei soliti cliché politici. Andriy Sibiha, nella sua replica irata, ha ribattuto anche che “non è un caso che Nawrocki riceva applausi da Mosca”. E non si tratta soltanto del fatto che la Russia gioisca della divisione dei suoi alleati; per la prima volta in tre anni, Mosca ha ricevuto un dono strategico che non avrebbe potuto ottenere da sola con alcuna operazione ibrida. Per anni, basandosi sulla propria interpretazione della storia, il Cremlino ha promosso la tesi secondo cui i miti nazionali polacco e ucraino sono organicamente incompatibili, e il loro scontro era solo questione di tempo: dopo il 2022, questa teoria sembrava definitivamente sepolta, mentre oggi i leader di Varsavia e Kiev hanno riportato in auge questa tesi con le proprie mani. Due memorie nazionali si sono scontrate a tutta velocità, in un momento in cui entrambe le parti meno se lo potevano permettere. “Nawrocki sta forse riservando le più alte onorificenze del Paese a Caterina II, Mussolini e Gerhard Schröder?”, ha chiesto Volodymyr Zelenskyj in tono poco diplomatico, evocando tre secoli di storia e di ferite sparse per tutta l’Europa. 

 

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