22/06/2026, 14.49
LIBANO - ISRAELE - IRAN
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Nabatyeh, la Gaza libanese, e il sud sospeso fra calma apparente e guerra

di Fady Noun

Lungo la frontiera meridionale seconda notte di relativa tregua dall’inizio del conflitto il 2 marzo scorso. L’ecatombe di civili del 14 giugno rallenta il ritorno della popolazione. Ad AsiaNews alcuni abitanti confidano la speranza di un ritorno alla “vita normale”, fra incertezza e timori sul futuro. In programma domani a Washington il nuovo round di colloqui fra Beirut e Israele. 

Beirut (AsiaNews) - Prime ore della mattina di lunedì 22 giugno. Tutto il sud del Libano ha appena vissuto la sua seconda notte di relativa calma, dallo scoppio delle ostilità il marzo scorso fra lo Stato ebraico ed Hezbollah all’indomani della guerra israelo-americana contro l’Iran. Il ritorno degli abitanti verso i loro villaggi di origine dislocate nelle zone teatro di combattimenti è un dato di fatto reale, ma non avviene più a un ritmo sostenuto come era successo la scorsa settimana. La popolazione ha imparato la lezione: la rottura del cessate il fuoco - annunciato in via informale nella notte tra sabato 13 e domenica 14 giugno scorsi - ha prodotto un’ecatombe nella popolazione civile del Paese dei cedri; in quel momento, infatti, gli abitanti hanno creduto ingenuamente alla fine delle ostilità, nonostante gli avvertimenti dell’esercito libanese che si accampava nei dintorni delle aree teatro di ostilità.

Ancora oggi non è stato possibile appurare cosa abbia scatenato la ripresa dei bombardamenti, la settimana scorsa. Si è trattato di un’ultima resistenza da parte dell’esercito israeliano? O di un tentativo del premier Benjamin Netanyahu di far fallire il cessate il fuoco? Resta il fatto che questi scontri hanno causato, secondo Hezbollah, almeno 26 morti e feriti tra le file israeliane e un centinaio di morti tra i libanesi, tenendo presente che il movimento filo-iraniano non comunica più le cifre relative alle proprie perdite.

Di contro l’esercito con la stella di David aveva confermato la morte di un ufficiale e dei tre membri dell’equipaggio di un carro armato Merkava, presumibilmente colpito da un drone pilotato a distanza. “Non abbiamo più una casa, l’abitazione di famiglia, quella di mia nonna, dei miei zii, non c’è più nulla. Nabatiyeh e i villaggi circostanti sono come Gaza” ha scritto la giornalista Houda Ibreahim in un messaggio su WhatsApp. “Una famiglia di sette persone, i cugini di mio cognato e tutta la sua famiglia - prosegue la cronista, deplorando quanto è accaduto - sono morti sotto le macerie della loro casa”.

Nel frattempo, le squadre di soccorso di varie associazioni giunte sul posto continuano le ricerche per ritrovare le vittime i cui corpi rimangono intrappolati tra le macerie, in aree rimaste inaccessibili durante i combattimenti dei giorni e delle settimane precedenti. Secondo quanto riferisce in una nota la Protezione civile, ad oggi 13 salme sono state ritrovate sotto le macerie nelle regioni di Nabatiyeh e nei villaggi di Debbine e Blat (caza di Marjeyoun); altri 70 corpi erano stati estratti dalle macerie in due villaggi della caza di Bint Jbeil.

In questo quadro di tensioni, il 19 giugno scorso la stampa ha annunciato la morte della 76enne Mona Khalil, attivista dell’ambiente e figura di riferimento nella tutela delle tartarughe marine lungo la costa di Tiro. La donna è deceduta a causa delle ferite riportate in seguito a un attacco israeliano che aveva colpito in pieno la sua abitazione di famiglia, a Mansouri, lo scorso 4 giugno. “Come molte altre vittime, essendo totalmente neutrale, si credeva al riparo dal fuoco diretto dell’esercito israeliano” hanno riferito in una nota alla stampa i suoi familiari. 

Una “vita normale”

Nel pieno della guerra nel sud del Libano, alcuni villaggi cercano di mantenere e condurre una vita “normale” in mezzo all’incertezza e ai timori per il futuro. Così, ieri un convoglio dell’ong locale Nawraj, fondata da Fouad Abou Nader, è riuscito a raggiungere i villaggi cristiani di Deir Mimas, Kleyaa, Jdeidet Marjeyoun e Kawkaba. Gli abitanti sono provati dai bombardamenti, dalla presenza costante dei droni, dalle notti insonni, dalle interruzioni dell’acqua e dell’elettricità. “Al di là degli aiuti materiali, dei generatori e del carburante, in questi villaggi di Marjeyoun prevale l’incertezza sul futuro” racconta ad AsiaNews la giornalista Katia Kahil, raggiunta al telefono. “Nel complesso, sono soprattutto gli uomini a tornare, per ispezionare i danni. Molte famiglie - osserva - ripartono verso i centri di accoglienza, dopo aver constatato che le loro case sono inagibili”.

“Sembra che la situazione stia migliorando” precisa la giovane cronista. “Due giorni senza spari non sono cosa da poco. Sì, abbiamo ancora acqua ed elettricità, a differenza di altre zone del Sud dove gli israeliani - racconta - hanno distrutto le infrastrutture, ma le nostre strade sono in uno stato di sporcizia ripugnante, perché non vi è più la raccolta dei rifiuti”. “La gente non sa più se restare o andarsene, né cosa riservino loro i prossimi mesi”, osserva l’abitante di Marjeyoun. “Da marzo scorso, alcuni non hanno più entrate. Molte famiglie - avverte - non riescono più a pagare le rette scolastiche dei propri figli. Le suore Antonine che gestivano la grande scuola di Nabatiyeh sono state tutte evacuate quando gli edifici scolastici sono stati colpiti. Qui, anche la scuola del Sacro Cuore ha finito per risentire della situazione”. 

“Hezbollah è uscito vincitore dallo scontro? No, almeno se si guardano le macerie” osserva la giornalista. “I combattimenti - conclude Katia Kahil - hanno spezzato i normali rapporti umani ed economici tra i villaggi; la convivialità è rimasta, ma non vi sono più occasioni per esprimerla. Le regioni sono isolate a causa dei combattimenti, il che ostacola gli scambi umani ed economici tra agricoltori, commercianti e popolazione. Viviamo al rallentatore”.

Da Washington ad Ali Taher

Intanto i colloqui in atto da qualche tempo tra Libano e Israele a Washington, sotto l’egida degli Stati Uniti, dovrebbero riprendere domani sotto la supervisione del segretario di Stato Usa Marco Rubio. Il nuovo round di incontri, secondo le previsioni, dovrebbe protrarsi per i prossimi tre giorni, salvo complicazioni dell’ultima ora. Al riguardo, il Libano esige un cessate il fuoco totale, prima di prendere in considerazione qualsiasi coordinamento con l’esercito israeliano in alcune “zone pilota” del territorio occupato da Israele che, da parte sua, continua a esigere il disarmo di Hezbollah.

Secondo Scarlett Haddad, analista vicina al partito filo-iraniano, la posta in gioco centrale nella battaglia tra Israele e Hezbollah, in questo momento, è la conquista della collina di Ali Taher, che costituisce sia un’altura strategica, sia il centro di comando del Partito di Dio. Gli israeliani arrivano addirittura ad affermare, senza aver ancora fornito prove, che proprio lì sarebbe installato il tunnel Imad 4, che Hezbollah ha mostrato più volte in alcuni video e che sarebbe anche uno dei più sofisticati. Intorno a questa altura si è svolta un’accesa battaglia, senza che gli israeliani siano riusciti a prenderne il controllo. “Per questo motivo - osserva la giornalista - Hezbollah si aspetta che il cessate il fuoco annunciato il 20 giugno non duri a lungo. Tuttavia, per il partito filo-iraniano la battaglia di Ali Taher dovrebbe avere un peso non secondario nei negoziati tra Iran e Stati Uniti in corso in Svizzera e, soprattutto, in quelli (diretti) tra il Libano e Israele che dovrebbero tenersi [domani] 23 giugno a Washington”. 

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