15/03/2022, 10.31
MYANMAR
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L'odissea delle suore della Riparazione in Myanmar

Di villaggio in villaggio, per mesi. A volte in macchina, ma soprattutto a piedi. È quello a cui è costretta la popolazione birmana, in fuga dai bombardamenti della giunta militare. La testimonianza di una delle suore della Riparazione, il cui convento è stato bombardato pochi giorni fa.

Yangon (AsiaNews) - Il 10 marzo la giunta militare birmana ha bombardato un convento delle suore della Riparazione nel villaggio di Doungankha, nello Stato Kayah. Oltre agli alloggi, l’edificio comprendeva una cappella, una cucina  e un centro per gli esercizi spirituali dedicato a p. Carlo Salerio, fondatore della congregazione. Il convento, utilizzato come casa di riposo dalle consorelle più anziane, era ormai disabitato da diversi mesi quando è stato colpito. Ma subito dopo il colpo di Stato con cui i militari birmani hanno estromesso il governo civile guidato da Aung San Suu Kyi, le suore della Riparazione hanno ospitato per diversi mesi 150 donne, bambini e anziani che cercavano riparo dal conflitto. Dopo una prima evacuazione avvenuta a giugno, seguita a un attacco alla chiesa di Nostra Signore della Pace, adiacente agli alloggi delle consorelle, le suore e i rifugiati sono tornati a Doungankha. Ma a quel punto, nel pieno dell’estate, i contagi hanno cominciato a crescere. Le suore sono state divise e portate a Loikaw in ambulanza per strade secondarie e attraverso i campi di riso per sfuggire alle violenze dei militari, a cui era stato dato l’ordine di sparare anche alle ambulanze. Cinque suore sono morte a causa del coronavirus. Loikaw, capoluogo dello Stato Kayah che ospitava quasi 60mila persone, è stata pesantemente bombardata a fine dicembre ed è ora ridotta a una città fantasma. Gli sfollati interni sparsi in tutto il Myanmar sono oltre 500mila, secondo i dati dell’Agenzia Onu per i rifugiati.

Proponiamo in forma anonima la testimonianza di una delle Suore della Riparazione, ancora oggi costrette a spostarsi di villaggio in villaggio per sfuggire ai bombardamenti dei militari. Negli ultimi mesi sono passate per 12 conventi.

«Nel convento di Kunta (nello Stato Kayah) insieme alle suore c’erano anche anziani e bambini orfani, per un totale di 18 persone. Era molto pericoloso uscire di casa: la gente fuggiva, ritornava alle proprie case e poi fuggiva di nuovo. Si viveva tra i proiettili e la notte non si riusciva a dormire; eravamo terrorizzati.

Lo scorso 28 settembre è stata una giornata da incubo, non la dimenticherò mai. Alle 10 del mattino sento i primi spari proprio attorno alla nostra casa. Con noi c’erano tre famiglie: una nonna inferma, due bambini piccoli e una donna incinta.

Quando abbiamo sentito i proiettili colpire il tetto e i vetri rompersi abbiamo capito che non potevamo più scappare. Ci siamo nascosti in una stanza, anche sotto il letto. La sparatoria è durata tutto il giorno e nel pomeriggio si è intensificata. Gli anziani erano spaventatissimi, i bambini piangevano.

Non sapevamo che cosa fare: si piangeva e si pregava per sovrastare il rumore degli spari. Una bambina mi ha chiesto fra le lacrime: “Suora, forse stasera dobbiamo morire qui?” L’ho abbracciata assicurandole che nessuno sarebbe morto perché il Signore ci avrebbe protetto e la Madonna ci custodiva. È stata una notte tremenda e non abbiamo fatto altro che affidarci al Signore.

Il giorno dopo gli spari erano cessati e siamo uscite a vedere i danni: buchi di proiettili, vetri rotti, una parte della nostra casa colpita dal bombardamento. Abbiamo ringraziato il Signore perché lì non c’era nessuno. Ma proprio in quel momento si sono sentiti di nuovo degli spari e la superiora ci ha detto: “Sorelle, non possiamo più stare qui, andiamo via”. Ha informato il vescovo che avremmo lasciato la casa e ha chiesto aiuto per far evacuare gli anziani e i bambini.

Gli anziani sono partiti in auto con la superiora, mentre noi consorelle, con i bambini impauriti e le loro madri, ci siamo incamminate per cercare un luogo più sicuro. Quando finalmente siamo arrivate a una parrocchia abbiamo trovato una situazione simile a quella che avevamo appena lasciato: anziani che non potevano fuggire, bambini che piangevano, il fumo dei bombardaementi. Tutto questo mi ha procurato un immenso dolore.

I combattimenti sono continuati per tre giorni; ci sono stati tanti morti e feriti e decine di case distrutte. Le persone sopravvissute vivono con traumi profondi.

Una settimana dopo abbiamo provato a tornare al nostro villaggio: le case erano state bruciate insieme alle persone, gli animali domestici morti di fame. Qualche famiglia aveva perso tutto.

Questa nuova situazione ha costretto la gente a fuggire sui monti, dove per il freddo e la mancanza di alimenti si sono ammalate e dove non hanno la possibilità di curarsi.

Alla fine di ottobre il capo del villaggio ha consigliato a tutti di  fuggire di nuovo perché la situazione non era sicura. Siamo andati verso Loikaw, nel seminario minore. Sembrava tranquillo e vi siamo rimasti fino a quando i militari, alla fine di dicembre, hanno cominciato a bombardare anche i campi per i rifugiati. A questo punto non c’era più un luogo sicuro dove nascondersi. Ci siamo ritrovati a scappare ancora una volta insieme alla gente e fino ad oggi le consorelle giovani e anziane della mia comunità non sono ancora ritornate al loro convento.

Di fronte a questa situazione la Fondazione Pime ha deciso di aprire il Fondo S145 Emergenza Myanmar, per sostenere le iniziative delle Chiese locali, molte delle quali fondate proprio dai missionari del Pime prima dell'espulsione dei missionari stranieri nel 1966.

L’obiettivo della campagna è dare un aiuto immediato a migliaia di persone, andando a sostenere la rete di accoglienza che le diocesi di Taungoo e di Taunggyi stanno allestendo. Tante realtà religiose locali hanno risposto a questa emergenza e lo stanno facendo mostrando il volto più bello del Myanmar: quello di un popolo che, nonostante le tante sofferenze che hanno segnato la sua storia, sceglie la strada della solidarietà. È a loro che invieremo aiuti, partendo dai bisogni elementari delle persone: un tetto, il cibo, una scuola per i più piccoli, che da due anni ormai – tra pandemia e guerra – non la frequentano più.

Si può donare con causale “S145 – Emergenza Myanmar”:

  • direttamente on line a questo link scegliendo tra le opzioni il progetto "S145 - Emergenza Myanmar"

  • con bonifico bancario intestato a Fondazione Pime Onlus
    IBAN: IT 11 W 05216 01630 000000005733
    (si raccomanda di inviare copia dell’avvenuto bonifico via email a uam@pimemilano.com indicando nome, cognome e indirizzo, luogo e data di nascita, codice fiscale)

  • sul conto corrente postale n. 39208202 intestato a Fondazione Pime Onlus via Monte Rosa, 81 20149 Milano

  • in contanti o con assegno presso il Centro Pime di Milano in via Monte Rosa 81 dal lunedì al venerdì (9.00-12.30 e 13.30-17.30).

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