02/03/2026, 13.51
ASIA MERIDIONALE
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L'uccisione di Khamenei infiamma anche gli sciiti di Pakistan e India

A Karachi numerosi i morti nel tentativo di assalto al consolato degli Stati Uniti. In tutto il Pakistan - Paese che ospita la seconda più grande comunità sciita - tensioni e divieto di manifestazioni pubbliche. Proteste anche in India da Lucknow al Kashmir. E nella città del Karnataka dove nel 1986 la Guida suprema iraniana inaugurò un ospedale. 

Milano (AsiaNews) – L’onda d’urto dei raid con cui Israele e Stati Uniti la mattina del 28 febbraio hanno ucciso a Teheran la guida suprema dell’Iran Ali Khamenei e decine di altri alti funzionari di Teheran non si ferma al Medio Oriente e alla regione del Golfo. Un’altra area dove la tensione è molto alta in queste ore è l’Asia Meridionale, già scossa da gravi conflitti interni – l’ultimo dei quali riesploso al confine tra il Pakistan e l’Afghanistan appena 24 ore prime dei raid su Teheran - e che ora si trova a fare i conti con il tema delicatissimo dei rapporti con le minoranze sciite, che rappresentano una parte significativa della popolazione sopratutto in Pakistan e in India. Due Paesi che hanno rapporti storicamente importanti con il mondo iraniano, ma anche relazioni molto strette con Washington e (nel caso dell'India di Narendra Modi) con Israele.

La situazione di più alta tensione è proprio quella del Pakistan dove gli sciiti sono decine di milioni (è il secondo Paese dove sono di più dopo l’Iran) e dove ieri a Karachi vi sono stati numerosi morti nella risposta delle forze di sicurezza a un tentativo di assalto al consolato degli Stati Uniti. I manifestanti hanno tentato di superare il cordone di sicurezza e la polizia ha risposto duramente. Il bilancio ufficiale parla di dieci persone morte e almeno 73 ferite di cui alcune in condizioni critiche; ma in rete circolano cifre molto più alte sul reale numero dei morti. Il governo del Sindh ha ora imposto il divieto di proteste, cortei e raduni per un mese ai sensi dell’articolo 144 del codice penale e ha annunciato la creazione di una commissione d’inchiesta per accertare responsabilità e dinamica dei disordini.

Anche a Islamabad si sono verificati violenti scontri nei pressi della zona delle ambasciate, dove almeno due manifestanti sono morti e oltre 30 persone, tra cui agenti di polizia, sono rimaste ferite. Le forze dell’ordine hanno bloccato le principali vie d’accesso e disperso la folla con lacrimogeni, dopo che le autorità avevano già vietato ogni tipo di assembramento nella capitale federale.

A Lahore, dove centinaia di attivisti si erano radunati davanti al Consolato Usa, la polizia ha disperso la folla e il governo del Punjab ha imposto un divieto temporaneo di riunioni pubbliche e del porto d’armi. Nel Gilgit-Baltistan la situazione è degenerata ulteriormente: a Skardu è stato imposto il coprifuoco dopo che manifestanti hanno incendiato edifici, tra cui uffici dell’Onu. L’esercito è stato dispiegato per ristabilire l’ordine, mentre diverse strade e attività commerciali sono rimaste chiuse. In altre aree, come Dera Ismail Khan e altre città del Khyber Pakhtunkhwa, si sono svolte manifestazioni di solidarietà con l’Iran, in gran parte pacifiche.

In questo contesto oggi, parlando al parlamento federale, il presidente Asif Ali Zardari ha ammonito che il Pakistan non “permetterà a nessuna entità, nazionale o straniera, di utilizzare il territorio di un Paese vicino per destabilizzare la nostra pace”. Un messaggio rivolto primariamente ai talebani afghani, che Islamabad accusa di sostenere “il terrorismo” dei loro omologhi pachistani in combutta con i servizi segreti indiani. Ma che denota la preoccupazione delle autorità anche per le manifestazioni degli sciiti.

Proteste che peraltro stanno toccando anche l’India, Paese dove gli sciiti rappresentano circa il 20% dei 180 milioni di musulmani indiani. A Lucknow, capitale dell’Uttar Pradesh e importante centro della comunità sciita, i leader religiosi hanno annunciato tre giorni di lutto per quello che hanno definito il “martirio” di Khamenei. Il religioso Maulana Kalbe Jawad ha invitato l’intera comunità musulmana e le organizzazioni umanitarie a chiudere negozi e attività commerciali in segno di protesta. È stata organizzata una riunione di cordoglio presso il Chota Imambara, seguita da una fiaccolata, mentre il segretario generale dello Shia Personal Law Board, Maulana Yasoob Abbas, ha annunciato una “forte protesta” contro Stati Uniti e Israele.

Proteste di massa si sono verificate anche nella valle del Kashmir, dove grandi folle di sciiti, tra cui donne e bambini, sono scese in strada scandendo slogan contro Washington e Tel Aviv. A Srinagar, i manifestanti si sono radunati nel centro cittadino di Lal Chowk, mentre le autorità hanno dispiegato un imponente contingente di polizia per prevenire disordini. Il leader separatista Mirwaiz Umar Farooq ha condannato gli attacchi e proclamato uno sciopero generale nella regione, esprimendo solidarietà al popolo iraniano.

Anche nello Stato del Karnataka si sono registrate manifestazioni e iniziative di lutto, in particolare ad Alipur, una cittadina del distretto di Chikkaballapur dove gli sciiti sono il 99% della popolazione e Khamenei stesso aveva visitato nel 1986 per inaugurare un ospedale costruito con il sostegno del governo iraniano. L’intera comunità di Alipur ha partecipato a proteste e i negozi resteranno chiusi per tre giorni. Anche a Bengaluru è stata pianificata una protesta silenziosa presso una moschea: nonostante l’indignazione i leader comunitari hanno ribadito che tutte le iniziative si svolgeranno in modo pacifico e nel rispetto della legge vigente.

(ha collaborato Nirmala Carvalho)

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