03/04/2026, 00.02
FILIPPINE - MEDIO ORIENTE
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L’altro costo della guerra: 20mila marittimi bloccati sulle navi senza tutele

Le migliaia di persone impiegate nelle grandi navi, soprattutto filippini, indiani e indonesiani, non possono sbarcare o essere rimpatriate, mentre chi doveva partire è improvvisamente rimasto senza lavoro. Tra gli equipaggi cresce la pressione psicologica e l’incertezza spiega ad AsiaNews p. Paulo Prigol, missionario scalabriniano: “Il costo umano viene ignorato, il business resta la priorità”.

Manila (AsiaNews) - Bloccati nel loro Paese di origine senza possibilità di guadagno o su navi che si sono improvvisamente trovate nel bel mezzo di una guerra. Il conflitto in Medio Oriente e in particolare il blocco dello Stretto di Hormuz non sta avendo ripercussioni solo sul commercio globale e i mercati energetici, ma anche sulla vita di migliaia di marittimi, intrappolati tra l’incertezza lavorativa e una crescente pressione psicologica.

“Penso che le notizie che parlano di numeri, problemi, petrolio, guerra, navi… chiariscano bene il lato economico e i suoi effetti. Forse quello che manca è il costo umano e psicologico di tutto questo”, denuncia ad AsiaNews p. Paulo Prigol, missionario scalabriniano impegnato da anni accanto ai marittimi filippini, che rappresentano circa il 27% del personale assunto sulle grandi navi di tutto il mondo.

Secondo l’Organizzazione marittima internazionale, oggi almeno 20mila marittimi su migliaia di navi si trovano bloccati o in situazione a rischio a causa degli attacchi missilistici e della crescente instabilità nella regione. E così gli equipaggi - formati oltre che da filippini, anche da indiani e indonesiani e altri cittadini asiatici finora tra le principali vittime del conflitto - si trovano esposti alla guerra senza adeguate tutele. Dall’inzio del conflitto si sono contati più di 20 attacchi a navi commerciali con almeno 10 morti, nonostante per lo Stretto passino solo 4-5 navi al giorno contro le 150 prima della guerra. In un mese, alle organizzazioni internazionali sono arrivate oltre mille richieste di aiuto. Le circa 2mila navi presenti nel Golfo Persico vengono almeno rifornite di cibo, acqua e carburante da compagnie con sede in Arabia Saudita e Oman.

Le Nazioni unite hanno infatti sottolineato che molti marittimi non hanno possibilità di lasciare le navi o essere rimpatriati, mentre altri si sono visti cancellare o ritardare le partenze. A ciò si aggiungono le difficoltà nei pagamenti a causa dei mancati guadagni e una crescente pressione sulle compagnie di navigazione che non riescono a portare a termine i trasporti. Una situazione che l’Onu ha paragonato alla seconda guerra mondiale.

Oltre ai numeri e all'impatto economico, emerge con forza il costo umano della crisi. Allo scoppio del conflitto, molti lavoratori erano già pronti a partire, spiega p. Prigol, responsabile di diversi centri Stella Maris dove viene dato sostegno ai naviganti e alle loro famiglie. “Lo stesso giorno in cui è iniziata la guerra, in tutti i nostri centri c’erano marittimi già in aeroporto che sono dovuti tornare indietro”, spiega il sacerdote. “Il sogno di provvedere a se stessi e alle proprie famiglie è stato rimandato, generando incertezza, ansia e difficoltà mentali: un lavoro che era così vicino è diventato improvvisamente lontano e incerto”.

Negli ultimi giorni, nei centri di accoglienza e nelle cappelle di Manila frequentate dai marittimi, il disagio psicologico è diventato evidente. “Due settimane fa, durante le nostre messe e nei dormitori, abbiamo chiesto a più di 300 marittimi: siete ansiosi? La grande maggioranza ha risposto di sì”, riferisce il missionario di origine brasiliana.

Alla domanda sulla disponibilità a essere inviati in una zona di guerra, le risposte sono state ambivalenti: “In linea di principio dicono di sì, ma in pratica esprimono un forte conflitto interiore: restare significa non avere lavoro; partire è rischioso. E poi c’è la domanda: come spiego questa situazione alla mia famiglia, quando ci si aspetta che io sia il principale sostegno economico?”.

La paura è un elemento costante: “Alla domanda se hanno paura di andare in quell’area, tutti hanno risposto di sì. Questo crea una forte tensione mentale e personale”.

La crisi nello Stretto di Hormuz ha riacceso il dibattito sul ruolo cruciale del personale invisibile ma essenziale per far funzionare il sistema economico globale. Lo slogan “no shipping, no shopping” viene spesso utilizzato per sottolineare l’importanza dei marittimi.

Ma secondo p. Prigol, i lavoratori sono frustrati perché percepiscono la distanza tra le dichiarazioni e la realtà: “Le autorità mondiali sono molto preoccupate per il business, mentre i marittimi sono una seconda o addirittura una terza priorità. È vero che senza trasporto marittimo non ci sono merci, ma in questo momento questa è solo retorica per mantenere il business come sempre. Il business è più importante dell’elemento umano”.

Le Nazioni Unite hanno chiesto di garantire maggiore protezione agli equipaggi fornendo corridoi sicuri, supporto psicologico e il rispetto dei diritti fondamentali. Tuttavia, sul campo, la percezione resta quella di un sistema che continua a funzionare nonostante i rischi, scaricando ancora una volta sui lavoratori asiatici il peso della crisi.

 

Nella foto: un seminario sui diritti dei marittimi in tempo di guerra in un centro Stella Maris di Manila

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