28/02/2023, 12.18
SIRIA
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Marista di Aleppo: terremoto ‘tragedia per tutti’, siriani ‘discriminati’ negli aiuti

Nabil Antaki, medico di Aleppo, attacca le sanzioni occidentali che hanno determinato una risposta “diversa” fra Siria e Turchia all’emergenza. La gente “è disperata”, necessario restituire un tetto agli sfollati. Nelle prime fasi sono mancati macchinari e squadre che avrebbero salvato vite umane. Una “vergogna” per Europa e Stati Uniti. 

Aleppo (AsiaNews) - “Dopo la prima, devastante scossa, centinaia di migliaia di persone si sono rifugiate nelle chiese, nelle moschee, nelle scuole e nei giardini pubblici perché le loro case erano crollate o danneggiate, o solo per paura. Oggi, a distanza di tre settimane, la maggior parte dei rifugi e dei centri di accoglienza hanno chiuso”. È quanto racconta ad AsiaNews Nabil Antaki, medico cristiano specializzato in gastroenterologia, in prima fila nell’opera di soccorso alle vittime della guerra che per anni ha insanguinato il Paese prima e nella lotta alla pandemia poi, nell’ultimo triennio, e oggi alle prese col dramma terremoto.

“La gente di Aleppo è disperata” prosegue il dottore, fra i pochi rimasti in città a dispetto del conflitto e membro laico dell’ordine dei frati Maristi, perché “negli ultimi 12 anni hanno vissuto continue tragedie una dopo l‘altra: la guerra, la crisi economica, il Covid-19, l’epidemia di colera e ora il sisma”.

Nelle prime due settimane è stata una rincorsa a trovare cibo, coperte, materassi in un quadro “di emergenza assoluta”. Ora, spiega Antaki, “l’impegno primario è rivolto alla sistemazione degli edifici danneggiati, alla ricostruzione di quelli rasi al suolo e, in special modo, garantire un tetto alle migliaia di famiglie che hanno perduto la loro abitazione”. Un’opera immane, visto che nella sola Turchia i danni provocati dal sisma del 6 febbraio ammontano a oltre 34 miliardi di euro secondo stime della Banca mondiale e le vittime nei due Paesi toccano quota 51mila; si attendono in queste ore i primi bilanci per la Siria, dove il conteggio è complicato dalla frammentazione del territorio. 

Il nodo degli aiuti, e della ricostruzione, ruota attorno alle sanzioni internazionali alla Siria. “Già prima del sisma - spiega il medico di Aleppo - povertà e crisi economica erano conseguenza delle sanzioni, che bloccavano ogni investimento. L’82% della popolazione vive sotto la soglia della povertà, secondo stime Onu. Oggi non abbiamo macchinari per scavare o squadre di soccorso equipaggiate, per la ricerca sotto le macerie e molti sono morti perché non li abbiamo potuti cercare, e aiutare”. Ora si apre la partita della ricostruzione - che somma il terremoto ai danni della guerra - ma anche in questo caso “pesano” le misure punitive dell’Occidente contro Damasco. 

A mancare sono prodotti essenziali come pane, gas, carburante, energia elettrica che sono razionate come, ad esempio, 25 litri di benzina ogni 20 giorni, due ore di elettricità sulle 24 ore. “Le persone - prosegue Antaki - sono disperate, tanto che oggi si sente spesso dire che ‘si viveva meglio durante gli anni più pesanti del conflitto, sotto le bombe e i cecchini’ e ‘siamo pentiti di non essere migrati’ nel biennio 2015-2016 quando era più facile partire”. Oggi manca anche “la speranza, non si vede luce in fondo al tunnel e l’unica consolazione arriva dalla enorme generosità e solidarietà dei siriani della diaspora, il cui aiuto e sostegno è unico”. 

Fra quanti operano per portare aiuto e sostegno vi sono le ong cristiane che garantiscono alloggio, un riparo nelle chiese, cibo, vestiti, elettricità, partendo dai Maristi Blu di Aleppo che “si sono presi cura di centinaia di famiglie cristiane e musulmane” nella prima fase di emergenza. “Ora stiamo affittando appartamenti - prosegue - per quanti non possono tornare nelle loro case. Non vi era in passato e non c’è nemmeno oggi una discriminazione di natura confessionale negli aiuti, tutti stanno vivendo questa tragedia, come le precedenti, in uno spirito di completa solidarietà”. 

Da Aleppo, controllata dal governo siriano a Idlib, l’unica provincia ancora nelle mani di gruppi ribelli e jihadisti, fino a rifugiati siriani in Turchia (almeno 1,7 milioni nelle 11 province più colpite dal sisma) la “tragedia è uguale per tutti” afferma il medico. A fare la differenza, aggiunge, sono “le centinaia di aerei arrivati in Turchia con gli aiuti, mentre nessuno è stato mandato in Siria per ragioni politiche nelle prime ore successive al dramma. Questo è motivo di vergogna per l’Europa e gli Stati Uniti: la risposta alle sofferenze delle persone - conclude - avrebbe dovuto essere separata dalle questioni politiche e militari”.

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