18/04/2026, 12.14
MYANMAR
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Myanmar: amnistia di facciata tra bombe sui civili e prigionieri dimenticati

di Gregory

In occasione del capodanno, Min Aung Hlaing concede la grazia a oltre 4500 detenuti tra cui l’ex presidente Win Myint e la documentarista Shin Daewe. Solo un piccolo sconto di pena per Aung San Suu Kyi. Una messinscena politica per legittimare la giunta dopo le elezioni farsa. Mentre a Yangon si festeggia, l’esercito continua a colpire i civili con raid aerei.

Yangon (AsiaNews) - Ieri, mentre il Myanmar festeggiava il suo tradizionale Capodanno, il presidente Min Aung Hlaing, appena insediato, ha concesso un’ampia amnistia a oltre 4500 detenuti - una grazia concessa in concomitanza con la festa Thingyan, che gruppi per i diritti umani e analisti hanno prontamente condannato come una messinscena politica, piuttosto che un vero atto di clemenza. Sebbene la grazia includesse due detenuti politici di alto profilo, la stragrande maggioranza dei prigionieri politici rimane dietro le sbarre e le forze militari del regime hanno continuato a bombardare i civili in tutto il Paese durante il periodo festivo. 

Due casi di scarcerazione di alto profilo in un contesto di incarcerazione di massa

Il nome più importante tra le persone rilasciate è quello dell’ex presidente Win Myint (nella foto con la moglie dopo la scarcerazione ndr), fedele sostenitore della vincitrice di Aung San Suu Kyi, ancora detenuta. Arrestato la mattina stessa del colpo di Stato militare dell’1 febbraio 2021, Win Myint ha trascorso più di cinque anni in carcere sotto la giunta, con una decisione ampiamente condannata dalla comunità internazionale, in quanto motivata meramente da ragioni politiche. Dopo la detenzione nella prigione di Taungoo, si è ricongiunto ieri con la sua famiglia a Naypyitaw.

È stata liberata anche la pluripremiata documentarista Shin Daewe, il cui caso aveva suscitato la condanna internazionale in quanto emblematico della brutale repressione della libertà di stampa da parte della giunta militare. Era stata arrestata nel 2023 e, nel gennaio 2024, era stata condannata all’ergastolo in base alle leggi antiterrorismo: un’accusa fondata sul fatto che avesse ordinato online un drone video da utilizzare nel suo lavoro di documentarista. Reporters Without Borders ha descritto la sua condanna come la più severa inflitta a un giornalista dal colpo di Stato. La pena è stata successivamente commutata in 15 anni prima del suo rilascio di ieri dalla prigione di Insein a Yangon. 

Parlando con la stampa fuori dai cancelli della prigione, Shin Daewe ha condiviso il gusto agrodolce della sua libertà. “Anche se io sono stata fortunata, i miei amici sfortunati sono rimasti lì in lacrime. Anche se torno dalla mia famiglia, torno con le lacrime agli occhi”. Le sue parole hanno colto la contraddizione fondamentale dell’amnistia: i singoli rilasci sono stati festeggiati sullo sfondo di una detenzione di massa che continua senza sosta.

San Suu Kyi esclusa: riduzione di pena insignificante

A risaltare per la sua assenza dall’amnistia è l’80enne ex Consigliera di Stato Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la Pace, che rimane il simbolo per eccellenza della resistenza democratica in Myanmar. I media statali hanno annunciato che la sua pena - derivante da diverse condanne per accuse ampiamente ritenute politicamente inventate - è stata ridotta solo nominalmente, lasciandola con oltre 22 anni ancora da scontare. Secondo quanto riportato, dovrebbe essere trasferita dal carcere agli arresti domiciliari, una mossa che gli analisti considerano una concessione di facciata piuttosto che un passo significativo verso la libertà o una soluzione politica. L’amnistia arriva appena una settimana dopo che Min Aung Hlaing ha prestato giuramento come presidente a seguito di un’elezione che, secondo i critici, non è stata né libera né equa - interpretata come un’operazione volta a mantenere la morsa ferrea della giunta militare sul potere. 

Una mossa ben studiata, secondo le organizzazioni per i diritti umani

I media statali hanno annunciato la grazia concessa a 4.335 cittadini e cittadine birmani, e a 179 persone detenute straniere. Tuttavia, le organizzazioni di difesa dei diritti umani e gli analisti indipendenti si sono affrettati a contestualizzare tali cifre. L’Associazione di assistenza ai prigionieri politici (AAPP) ha sottolineato che l’amnistia ha toccato solo in minima parte i circa 14mila o più prigionieri politici che ancora languiscono nelle carceri della giunta. Un think tank, l’Institute for Strategy and Policy Myanmar, ha precedentemente documentato che meno del 14% delle persone rilasciate nelle successive ondate di amnistie post-colpo di Stato erano prigionieri politici e che molti di coloro che sono stati graziati stavano già per terminare la pena.

La tempistica dell’amnistia ha attirato particolare attenzione. Min Aung Hlaing ha prestato giuramento come presidente appena una settimana fa, a seguito di un processo elettorale orchestrato dai militari che si è svolto dalla fine del 2025 fino a gennaio 2026. La Lega Nazionale per la Democrazia di Aung San Suu Kyi è stata sciolta e le è stata vietata la partecipazione; le critiche alle elezioni sono state criminalizzate; e nelle zone controllate dalla resistenza non si è votato. Gli analisti descrivono ampiamente l’amnistia come uno sforzo calcolato per proiettare una facciata di normalità civile e assicurarsi un nuovo coinvolgimento internazionale, in vista di quella che la giunta spera sarà una riabilitazione diplomatica. 

Cadono le bombe mentre le famiglie fuggono

Mentre i media statali del regime trasmettevano immagini dei festeggiamenti del festival dell’acqua Thingyan a Naypyitaw e Yangon, in vaste zone del Paese si consumava una realtà diametralmente opposta. Nel comune di Yinmabin, regione di Sagaing, l’esercito ha impiegato elicotteri per sganciare bombe sui villaggi durante il periodo festivo. Almeno un civile è stato ucciso - una ragazza di 14 anni - e due membri della sua famiglia sono feriti. Secondo fonti locali citate da Myanmar Now, più di 10mila residenti sono stati sfollati mentre colonne militari avanzavano da nord e da sud, costringendo intere comunità ad abbandonare le loro case e a rifugiarsi nelle foreste e nei terreni agricoli circostanti.

L’assalto faceva parte di un’offensiva coordinata via aria e via terra a Yinmabin, dove i combattimenti si sono intensificati dal febbraio 2026, quando un comandante della resistenza locale avrebbe disertato per passare all’esercito. Da allora la giunta ha rafforzato la propria presenza nell'area con centinaia di soldati aggiuntivi, intensificando sia le operazioni di terra che i raid aerei, presumibilmente nel tentativo di tagliare le vie di rifornimento e di comunicazione della resistenza in tutto il Myanmar centrale.

Tra i luoghi colpiti figurano monasteri e scuole, tradizionali luoghi di rifugio durante il Capodanno buddista. Secondo quanto riportato da MoeMaKa News, nella township di Shwebo, nella regione di Sagaing, i raid aerei della vigilia del Thingyan avrebbero colpito un monastero nel villaggio di Seik Hkun, uccidendo due novizi e ferendone altri otto. Gli abitanti hanno riferito che nei villaggi presi di mira non erano presenti gruppi armati di resistenza.

Stato Karen, Bago, Mandalay: nessuna tregua dalla violenza

La violenza durante le festività si è estesa ben oltre Sagaing. Il 15 aprile, nel pieno del festival dell’acqua Thingyan, i raid aerei del regime hanno colpito il villaggio di Kae Bar nel comune di Lu Thaw, distretto di Papun, nello Stato Karen. L’attacco ha causato la morte di quattro abitanti del villaggio, ferendone più di una dozzina, e ha ridotto in cenere l’intero villaggio, secondo quanto riferito da fonti locali e gruppi di resistenza.

Nel comune di Nattalin, regione di Bago, le forze della giunta avrebbero raso al suolo un intero villaggio domenica 13 aprile, pochi giorni dopo che i raid aerei avevano ucciso almeno due persone nei villaggi vicini. Notizie di distruzioni simili sono giunte dalla regione di Mandalay, aggiungendosi a una serie di tattiche della terra bruciata che le organizzazioni per i diritti umani hanno documentato ripetutamente in tutto l’interno del Paese.

Un capodanno senza pace

Sullo sfondo delle offensive del regime, anche le forze di resistenza hanno approfittato del periodo del Thingyan per sfruttare i vantaggi militari. Secondo fonti della resistenza, durante il weekend festivo l’Unione Nazionale Karen (KNU) e i gruppi alleati hanno conquistato la base del regime di Lay Kay nello Stato Mon. Nello Stato Chin, il 14 aprile i combattenti hanno conquistato un avamposto dell'esercito birmano vicino alla città di Falam, sottolineando ulteriormente la portata del movimento armato su più teatri di conflitto. 

Per i comuni cittadini del Myanmar, questo Thingyan non ha offerto né festeggiamenti né tregua. Le famiglie che un tempo si riunivano presso pagode e monasteri per celebrare il Capodanno buddista sono invece dovute fuggire dai bombardamenti aerei, rifugiandosi nella boscaglia mentre i rumori degli aerei e dell’artiglieria sostituivano i tradizionali festeggiamenti con gli spruzzi d’acqua. Per le decine di migliaia di sfollati in tutta Sagaing, nello Stato Karen, a Bago e a Mandalay, l’amnistia annunciata a Naypyitaw ha avuto ben poco significato.

Mentre Min Aung Hlaing consolida la sua presa sul potere attraverso una facciata civile costruita ad arte, il divario tra la narrativa delle pubbliche relazioni della giunta e la realtà vissuta dal popolo del Myanmar non è mai stato così netto. Win Myint è libero, ma la guerra civile, giunta ormai al suo sesto anno, continua senza sosta.

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