31/03/2009, 00.00
ISRAELE - VATICANO
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Netanyahu, i problemi della pace e la visita del papa

di Arieh Cohen
Il nuovo governo che si installa oggi suscita timori e paure ai cristiani per il problema dei visti, agli israeliani per il futuro con l’Iran e i palestinesi. L’epoca del “processo di pace” sembra ormai chiusa. A maggio la visita di Benedetto XVI in una Terra che sembra scivolare sempre più nella disperazione e nella guerra.

Tel Aviv (AsiaNews) – Per questo pomeriggio è atteso il varo del nuovo governo israeliano, capeggiato da Binyamin Netanyahu. Per la Chiesa balza agli occhi un fatto preoccupante: ancora una volta il partito fondamentalista Shas controllerà il ministero degli Interni. Circa 10 anni fa, quando un membro dello Shas è stato ministro degli Interni,è avvenuto un blocco completo dei visti, dei rinnovi e dei permessi di residenza al personale religioso ecclesiastico.

I visti per il personale eccesiastico

C’è voluta una grande pressione internazionale per indurre il ministero a ri-emettere i visti, e quando lo ha fatto, ciò è avvenuto in termini peggiori che nel passato. Intanto, dozzine di sacerdoti, religiosi e religiose erano ridotti allo stato di “immigrante illegale”; diversi di loro erano fermati dalla polizia e nessuno di essi, per qualunque ragione, rischiava di lasciare il Paese nel timore di non ricevere più il permesso di ritorno.

La questione dei visti, una catena di difficoltà e di ricorrenti “crisi”, finora non è stata ancora risolta in modo pieno e nei circoli ecclesiastici c’è preoccupazione che adesso ritorni ancora ad essere acuta. Si spera, ovviamente, che questo non accadrà, e che invece il problema verrà risolto da un accordo fra Santa Sede e Stato d’Israele. Tale accordo è rimasto sull’agenda dei negoziatori vaticani e israeliani fin dal 1993, con l’Accordo Fondamentale, ma altre questioni hanno preso sempre il primo posto.

Anche gli israeliani, soprattutto quelli più coltivati e più laici (le “élite”, come sono chiamati dai populisti della destra), danno il benvenuto al nuovo governo con qualche timore e con poche attese di un qualche progresso nella pace con i vicini, in particolare coi palestinesi.

È noto che il primo ministro in-fieri Netanyahu si è rifiutato di parlare di uno Stato palestinese, anche come uno scopo a lungo termine, ancor meno come un tema per gli attuali negoziati di pace con i palestinesi. Del resto, questo è il motivo per cui il Kadima, il più grande partito in Israele, capeggiato da Ehud Olmert e da Tzippi Livni - rispettivamente premier  e ministro degli esteri uscenti – hanno declinato l’invito a entrare nella nuova coalizione governativa. Olmert e Livni parlavano invece da tempo del bisogno di metter fine all’occupazione dei territori palestinesi, iniziata con il 1967.

Guerra o pace con l’Iran

A sorpresa, il partito Labour – una volta dominante e ora ridotto a solo 13 membri del parlamento su 120 – si è aggregato, nonostante tutto, alla coalizione di Netanyahu. Questa alleanza innaturale fra un partito social democratico e alcuni di destra, che formano il resto della coalizione governativa, è al centro di molti commenti, perplessità e perfino critiche.

Eppure, la presenza di ministri del Labour, affianco a quelli dell’estrema destra e ai fondamentalisti, è anche rassicurante. Ci si aspetta che siano loro a prevenire i peggiori eccessi di cui possono essere capaci gli elementi ultra-nazionalisti e fondamentalisti. Per molti in Israele da tranquillità soprattutto il fato che Ehud Barak, leader del Labour, rimarrà a capo del potente ministero della Difesa. E questo perché molti dicono che l’impegno più cruciale del nuovo governo dovrà essere quello di decidere cosa (e se) fare verso la minaccia che viene dall’Iran. Il capo dell’intelligence israeliana ha messo in guardia poco tempo fa che l’Iran sarà capace di costruire una bomba atomica entro un anno. Tutti gli israeliani, di destra e di sinistra, religiosi o laici, sono in profonda ansia riguardo a queste prospettive. Vi è un diffuso disprezzo verso l’insufficiente determinazione dell’occidente a prevenire con sanzioni efficaci la nuclearizzazione militare dell’Iran. In Israele si dice sempre di più che ormai non restano che 3 terribili scelte: rassegnarsi a vivere all’ombra di una minaccia nucleare da parte di una nazione che in modo esplicito è impegnata nella distruzione dello Stato ebraico, o decidere un’azione militare diretta per neutralizzare la capacità nucleare e bellica dell’Iran  con conseguenze imprevedibili per Israele, e con quasi certe violenze e ricatti.

I sostenitori dell’entrata del Labour nel governo – e per assicurare al generale Barak il posto come ministro della Difesa – hanno espresso molte volte l’idea che gli israeliani si sentiranno più sicuri con lui, che non con Netanyahu lasciato a se stesso. Gli israeliani ricordano molto bene e con paura il periodo in cui Netanyahu è stato capo del governo (1996-1999) e il modo in cui allora egli ha affrontato problemi di sicurezza nazionale. A un certo punto egli ha dato l’ordine di assassinare Khaled Mesh’al, leader di Hamas, nelle strade di Amman, la capitale di uno dei Paesi arabi amici (la Giordania). Poi, quando l’assassinio è stato sventato, Netanyahu ha temuto la reazione del re Hussein. Per calmare il re, egli ha inviato ad Amman l’antidoto al veleno iniettato nel corpo di Mesh’al dalle spie israeliane, salvando la vita di uno che continua a dirigere il terrorismo contro Israele. Poi ha liberato dalla prigione il fondatore e l’ideologo di Hamas, Ahmad Yassin, che ha usato la sua libertà per predicare  ancora più terrorismo contro i civili israeliani.

Un errore di giudizio sulla possibilità di attaccare (o non attaccare) l’Iran, potrebbe essere anche più grave e gli israeliano saranno meno nervosi se Barak rimane al ministero della Difesa.

Netanyahu è molto cosciente dei suoi problemi di immagine in patria e all’estero e ha lavorato sodo per venirne a capo. Far entrare il Labour nel suo governo è una parte importante di questo sforzo. Fanno parte di tale sforzo anche i suoi discorsi sul migliorare la vita quotidiana dei palestinesi nei territori occupati, sotto lo striscione della “pace economica” (senza libertà politica). In ciò egli non è certo aiutato dal ministro degli esteri da lui scelto: Avigdor Liebermann, leader di Israel Beitenu, partito fortemente laico e nazionalista, tristemente famoso per la sua pesante retorica contro la minoranza arabo-israeliana e per le dichiarazioni aggressive contro l’Egitto e Hosni Mubarak.

Non è sicuro per quanto tempo Liebermann potrà rimanere come ministro degli Esteri. Egli è al centro di numerose inchieste di polizia, sospettato di corruzione e riciclaggio di denaro, e potrebbe – a quanto dicono i media - dover rispondere a pesanti accuse criminali in poche settimane.

La visita di Benedetto XVI

Il sentimento che si respira in Israele è che il periodo della ricerca di pace, del “processo di pace”, inaugurato nel 1993 con gli accordi di Oslo è ormai finito. Questa percezione è rafforzata dai nuovi movimenti in campo palestinese, con la “riconciliazione” fra il presidente Abu Mazen di Fatah e Hamas, che rigetta gli accordi di Oslo e con essi, la possibilità o il desiderio di una pace definitiva con Israele.

In questo quadro, la Terra Santa attende in maggio l’arrivo di papa Benedetto XVI. Nel 2000 Giovanni Paolo II è giunto in una Terra che si pensava fosse sul punto di dire addio al conflitto sanguinoso fra le due Nazioni che la reclamano come loro patria. Allora era un tempo di rande speranza e di grandi attese. Di tutto ciò rimane oggi molto poco. Ma proprio in questo presente di timori e disillusione, la testimonianza del papa a Colui che è la nostra Pace, è senz’altro ancora più necessaria e più urgente che mai.

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