07/05/2022, 10.59
GIAPPONE
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Nucleare: Kishida vuole riaccendere le centrali giapponesi

di Guido Alberto Casanova

La crisi energetica accentuata dalle sanzioni a Mosca sta imprimendo una spinta decisiva per il ritorno di Tokyo all'atomo. E per la prima volta dal disastro di Fukushima l'opinione pubblica è in maggioranza favorevole. Oggi in GIappone tre quarti dell'energia è prodotta da combustibili fossili importati. Il nodo della sicurezza per le comunità più vicine agli impianti.

Tokyo (AsiaNews) - Durante la visita a Londra di questa settimana, il primo ministro Fumio Kishida è tornato a parlare di uno degli argomenti più scottanti nella politica giapponese dell’ultimo decennio. Inserendo la questione nel quadro delle sanzioni contro la Russia, Kishida ha espresso di nuovo il proprio sostegno per la riapertura delle centrali nucleari. “Utilizzeremo i reattori nucleari con garanzie di sicurezza per contribuire alla riduzione globale della dipendenza dall’energia russa” ha detto il primo ministro giapponese.

Il tema della riattivazione delle centrali nucleari è emerso sempre più di frequente negli ultimi mesi a Tokyo e non è difficile capirne il perché. Da quanto il Paese ha chiuso tutte le centrali nucleari dopo il disastro di Fukushima nel 2011, la dipendenza energetica del Giappone dalle importazioni si è aggravata notevolmente. Oggi infatti oltre tre quarti dell’energia prodotta in Giappone deriva da combustibili fossili di cui il Paese è quasi del tutto sprovvisto, mentre il 18% è di origine rinnovabile. Solo il 3,9% dell’energia è generata dalle poche centrali nucleari che sono state riattivate in anni recenti.

La guerra in Ucraina però ha fatto schizzare i prezzi delle materie prime, tra cui anche quelli del gas naturale liquefatto di cui il Giappone è il secondo importatore al mondo. L’aumento dei prezzi si è dunque riflesso sui prezzi dell’elettricità e, come riportato dal quotidiano Asahi Shimbun, a marzo il costo dell’elettricità sul mercato all’ingrosso è stato quattro volte più alto dell’anno precedente. Allo stesso tempo, la caduta del valore dello yen nei confronti del dollaro ha contribuito a rendere ancora più care le importazioni di energia.

Oltre ai problemi del costo di approvvigionamento, che stanno forzando diverse società dell’elettricità a rifiutare nuovi contratti di fornitura, il Giappone sta vivendo una fase di crisi di capacità produttiva. A marzo le interruzioni forzate di corrente e le richieste di riduzione dei consumi da parte del governo hanno posto l’accento sulle limitate capacità di produzione elettrica del Paese. Dopo la liberalizzazione del mercato dell’energia del 2016, il Giappone ha visto le grosse società dell’elettricità chiudere gli impianti meno efficienti ma necessari per assicurarsi una produzione di riserva in caso di bisogno. Questa riduzione di capacità è stata messa a nudo a marzo, quando la chiusura di alcuni impianti per via di un terremoto e l’improvviso aumento dei consumi dovuto al peggioramento del meteo hanno rischiato di spingere una parte del Paese verso il blackout.

Da qualche settimana Kishida sta cercando di convincere l’opinione pubblica giapponese della necessità di tornare al nucleare. Il primo ministro ha spiegato che il Paese deve puntare sull’uso di energia affidabile, sicura e pulita, identificando le rinnovabili e il nucleare come la soluzione. Oltretutto, il piano energetico approvato lo scorso ottobre per combattere le emissioni prevede che il 20% dell’energia prodotta nel 2030 sia di origine nucleare. La settimana scorsa, durante un’intervista tv, ha anche assicurato “non faremo compromessi sulla sicurezza [delle centrali]”.

Con un’elezione alle porte, il governo giapponese intende risolvere il problema dell’aumento delle bollette quanto prima. Oltretutto il momento è favorevole, visto che per la prima volta da un decennio i sondaggi riportano che la maggioranza dell’opinione pubblica sostiene la riattivazione delle centrali nucleari. Resta però un ostacolo burocratico. L’agenzia pubblica che sovrintende e approva la riapertura delle centrali è un organo indipendente, legato a criteri di sicurezza più che a considerazioni politiche. L’ente è stato criticato per la propria cautela ma la responsabilità politica di velocizzare la rimessa in funzione delle centrali è una questione ancora estremamente sensibile, che tira in ballo il tema della sicurezza delle comunità adiacenti alle centrali alla quale il governo forse non è ancora pronto a dare risposte.

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