18/08/2004, 00.00
VATICANO - IRAQ
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Nunzio a Baghdad: "Per fermare la fuga di cristiani e musulmani, occorre lavoro e sicurezza"

Baghdad (AsiaNews) – "Non ho stime precise sull'esodo dei cristiani dall'Iraq, quindi non posso esprimere un giudizio in merito; certo è che 40 mila persone in fuga sono un numero davvero elevato. Bisogna ritrovare la sicurezza e ristabilire la convivenza civile per tutto il popolo irakeno, cristiano e musulmano". Mons. Fernando Filoni, nunzio apostolico in Iraq, non nasconde ad AsiaNews la sua preoccupazione per l'esodo massiccio che interessa cristiani e musulmani irakeni, ma chiede alla comunità internazionale e all'Onu un maggior impegno per l'Iraq.

Mons. Filoni si astiene dal commentare le cifre fornite dal ministero irakeno sulla fuga dei cristiani.  "Il numero è davvero elevato – dice il nunzio – quindi preferisco guardare con estrema cautela a queste cifre, non sapendo come sono stati conteggiate. Non posso avallarle né confutarle, però mi sembrano davvero elevate. Oltretutto qui le stime vengono calcolate sulle famiglie, piuttosto che sugli individui".

Ricevete segnali di gruppi familiari che abbandonano il paese?

Sappiamo di famiglie che partono e abbandonano la casa e l'attività lavorativa: è un fenomeno che si sta diffondendo e anche i parroci ci segnalano la partenza di interi gruppi familiari, però non sappiamo se la cifra corrisponde a verità. I bombardamenti alle chiese hanno aumentato la preoccupazione; prima la situazione era più tranquilla

Cosa si aspettano i cristiani irakeni?

Le attese sono comuni per tutta la popolazione irachena, non solo per i cristiani. La prima cosa che ci si aspetta è la possibilità di ritrovare una convivenza comune e una maggiore sicurezza per tutta la popolazione civile. Altro fattore non trascurabile è la necessità di un lavoro per poter provvedere al sostentamento della famiglia. Queste non sono esigenze specifiche dei cristiani, ma vanno garantite e assicurate a tutta la popolazione irachena!

Questa è un'ulteriore testimonianza  del sentimento comune che unisce la popolazione civile cristiana e musulmana, come è stato più volte ribadito negli ultimi tempi.

Certo! Noi abbiamo sempre parlato di irakeni, senza fare distinzioni fra cristiani o musulmani: questo è un aspetto secondario. Ciò che realmente conta è l'appartenenza alla comunità irakena e la necessità di ritrovare una convivenza pacifica.

E' auspicabile un intervento della comunità internazionale per risolvere la crisi irakena?

In teoria le Nazioni Unite lo hanno già fatto, ma per tradurre queste intenzioni in atti concreti è necessaria la volontà di tutte le parti. La chiave è tutta qui: se le parti hanno effettivamente interesse a riportare una situazione di stabilità e di tranquillità. Se c'è questa volontà iniziale, il resto sarà più facilmente raggiungibile. (DS)

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