04/05/2026, 10.34
ISRAELE
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Ortodossi, leva e donne: il punto di rottura dei religiosi ebrei israeliani

di Giuseppe Caffulli

Servizio militare specchio delle fratture della società e campo di battaglia politica. L’universo rosa rappresenta oltre il 21% delle truppe combattenti, leader religiosi temono che l’integrazione di genere possa allontanare gli osservanti da unità combattenti. Al vaglio soluzioni “intermedie” che evitino la promiscuità. Il nodo irrisolto degli haredim e il "riposizionamento" di Neftali Bennett.

Milano (AsiaNews) - “Semplicemente vietato, come mangiare cibo non kosher”. La formula usata dal rabbino Shmuel HaBar per descrivere il servizio militare in unità miste (composte cioè da uomini e donne) rende bene il punto di rottura che attraversa oggi una parte rilevante del mondo religioso israeliano. La prospettiva di integrare stabilmente le donne nei reparti combattenti - negli scorsi giorni il dibattito, al calor bianco, è ruotato in particolare attorno all’inserimento di figure femminili nel corpo dei carristi - viene percepita da molti rabbini non come un aggiustamento organizzativo, ma come una violazione halachica (relativa cioè alle norme ebraiche) non negoziabile.

Le regole della halakhah costituiscono il quadro normativo che guida la vita degli ebrei osservanti, basato sulla Torah e sul Talmud. Nel contesto del servizio militare israeliano, queste norme assumono un rilievo particolare e contribuiscono a spiegare le tensioni attuali. Uno dei principi più rilevanti è quello della modestia (tzniut), che prescrive la separazione tra uomini e donne, soprattutto in contesti di convivenza stretta. Per questo molti rabbini considerano problematico il servizio in unità combattenti miste, dove i soldati condividono spazi ristretti (come all’interno di un mezzo blindato o di un carrarmato) e condizioni operative intense. A ciò si aggiungono restrizioni sul contatto fisico e sulla vita quotidiana condivisa, difficili da conciliare con la realtà di un esercito moderno.

Il tema era esploso all’inizio del 2025, dopo una sentenza della Corte Suprema che aveva imposto alle Forze di difesa israeliane (Idf) di aprire ulteriormente i ruoli di combattimento alle donne, comprese le unità corazzate. La decisione degli ultimi mesi, da parte dell’esercito israeliano, di accelerare il processo di integrazione, facendo seguito alla sentenza, ha provocato una riunione straordinaria, durata oltre quattro ore, in un luogo simbolico del sionismo religioso, la casa del rabbino Haim Druckman, figura di riferimento del sionismo religioso, scomparso nel 2022. Da quell’incontro era emersa una posizione di compromesso: non opposizione al servizio femminile in sé, ma netto rifiuto di “contesti operativi misti”. Il rabbino Yaakov Medan, veterano della guerra del 1973, era stato esplicito: “Non presteremo servizio in un’unità sul campo dove vi sia mescolanza”. Sulla stessa linea Yehuda Gilad, che ha parlato di “estrema problematicità halachica”. Il nodo, tuttavia, non è solo teologico: diversi leader religiosi temono che l’integrazione di genere possa allontanare i giovani osservanti dalle unità combattenti, riducendo il contributo del sionismo religioso (che oggi si gioca su base volontaria) proprio nei reparti più esposti e impegnati sui vari fronti di guerra.

Eppure, proprio all’interno del mondo religioso si sta sviluppando una dinamica più complessa. Dopo il 7 ottobre 2023 è cresciuto in modo significativo anche il numero di donne religiose che scelgono di arruolarsi, rompendo un tabù che per decenni aveva confinato molte di loro al servizio civile alternativo. Nel 2025, dati ufficiali, circa 3.500 giovani osservanti si sono arruolate, e una quota crescente (intorno al 10) ha optato per ruoli combattenti. Complessivamente, le donne rappresentano oggi oltre il 21% delle truppe combattenti delle forze di difesa israeliane, con un aumento del 240% in un decennio.

Questa trasformazione ha spinto esercito e establishment religioso a cercare soluzioni che potremmo chiamare “intermedie”. Tra queste, la creazione di unità interamente femminili pensate per soldatesse religiose, con supporto halachico dedicato e condizioni che evitino la promiscuità. L’obiettivo è conciliare partecipazione e osservanza, ma il modello resta limitato e non risolve il nodo centrale: l’integrazione nelle unità operative principali, dove la distinzione di genere è impraticabile, soprattutto in condizioni di guerra.

La guerra in corso (dalla Striscia di Gaza al Libano) ha infatti accentuato le contraddizioni. Il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha chiarito che l’esercito non può permettersi esclusioni: “Le donne sono parte integrante della forza operativa”. Il fabbisogno di combattenti al fronte è tale che ogni categoria sociale, inclusi gli ultra-ortodossi, uomini o donne che siano, diventa strategica.

La questione, a questo punto, si intreccia con un altro grande tema: l’arruolamento obbligatorio degli haredim. Nel giugno 2024 la Corte Suprema ha stabilito che, senza una legge specifica, lo Stato non può continuare a esentare dalla leva militare obbligatoria gli studenti delle yeshiva. Nel febbraio 2026, davanti all’Alta Corte, il governo ha indicato la capacità di arruolare alcune migliaia di ultra-ortodossi l’anno, cifre però molto lontane rispetto agli circa 80 mila giovani in età di leva.

La questione è esplosiva, nel contesto della società israeliana. Da un lato, cresce la pressione dei settori laici e dei riservisti dell’esercito (coinvolti pesantemente nei conflitti in corso, a danno di imprese e interi settori produttivi del Paese) che chiedono una distribuzione più equa del servizio militare. Dall’altro, i partiti ultra-ortodossi, centrali per la tenuta del governo in carica, che difendono le esenzioni come pilastro identitario. L’esercito, stretto tra esigenze operative e vincoli politici, segnala apertamente che l’arruolamento degli haredim è ormai “una chiara esigenza di sicurezza”.

A complicare ulteriormente il quadro è la radicalizzazione di una parte della destra religiosa. Alcuni esponenti politici, come Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, rappresentano un’area che difende a spada tratta l’autonomia del mondo religioso, Questo contesto contribuisce a polarizzare ulteriormente il dibattito interno: da un lato l’esigenza di sicurezza, dall’altro il rischio di una deriva identitaria e conflittuale.

In questo scenario, il servizio militare insomma diventa uno specchio delle fratture della società israeliana: tra laici e religiosi, tra inclusione e separazione, tra esigenze operative e vincoli ideologici. La questione di genere si intreccia con quella dell’obbligo di leva, producendo una tensione che attraversa tanto le caserme quanto il sistema politico.

Israele si avvicina intanto a possibili elezioni anticipate entro sei mesi. Il primo ministro Benjamin Netanyahu, forte anche dell’alleanza con i partiti religiosi e nazionalisti, potrebbe giocare questa carta per cercare di restare ancora una volta in sella, in un contesto che vede Israele in guerra contro Hamas, Hezbollah, Iran e l’annessa galassia delle milizie filo-Teheran. In vista di questa possibilità, ritenuta dagli osservatori tutt'altro che remota, l’opposizione prova a riorganizzarsi: l’ex premier Naftali Bennett (che ha fondato un suo movimento) ha avviato un riavvicinamento con il leader centrista e liberale Yair Lapid, nel tentativo di ricostruire un fronte capace di contendere il potere alle destre.

Bennett, espressione del sionismo religioso ma con un profilo moderno e pragmatico, si trova oggi a dover bilanciare due spinte: da un lato la richiesta, sempre più forte, di ampliare la base del servizio militare includendo anche gli ultra-ortodossi; dall’altro la necessità di non alienarsi un elettorato sensibile alle istanze rabbiniche, inclusa l’opposizione alle unità miste. Il suo riposizionamento riflette una realtà mutata: la guerra ha riportato al centro la sicurezza, ma anche la sostenibilità del modello di “esercito del popolo”.

In definitiva, il nodo dell’arruolamento (chi serve, in quali condizioni e con quali limiti) è oggi più che mai uno dei principali “campi di battaglia” della politica israeliana. Non riguarda più solo l’organizzazione delle Forze di difesa israeliane, ma la definizione stessa del patto sociale. Sarà inevitabilmente uno dei temi decisivi nella prossima campagna elettorale, in un Paese dove guerra, religione e politica appaiono oggi più intrecciate che mai.

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