P. Devadass: 'La sinodalità nelle Chiese dell'Asia oggi'
Il direttore del Catholic Research Center di Kuala Lumpur traccia un primo bilancio per l'Asia del percorso voluto da papa Francesco per le diocesi di tutto il mondo e che continua ora con Leone XIV: "La consapevolezza cresce, pur con velocità a diverse a seconda dei contesti. Ora la sfida è tradurre la vitalità delle nostre Chiese dell'Asia in uno stile in cui si cammina davvero insieme".
Milano (AsiaNews) - Come portare avanti il cammino della sinodalità dopo il percorso voluto in tutto il mondo da papa Francesco? All'inizio di questo mese ne hanno parlòato a Roma i cardinali riuniti da papa Leone XIV per il suo primo concistoro. Ma è un tema che tocca specificamente anche il cammino delle comunità cattoliche dell'Asia. Ne abbiamo parlato con p. Clarence Devadass, sacerdote e direttore del Catholic Research Center della diocesi di Kuala Lumpur in Malaysia, che da anni per conto della FABC, la Federazione delle Conference episcopali dell'Asia, segue questo cammino e ha partecipato a Roma a entrambe le Assemblee sinodali del 2023 e del 2024.
P. Devadass, come vede crescere la sinodalità nelle diverse Chiese del continente?
Guardando il quadro generale, credo sia in atto un cambiamento: c’è una domanda su come possiamo portare lo spirito della sinodalità nella vita ordinaria di una diocesi o di una parrocchia. C’è consapevolezza e questo penso sia importante. Ora stiamo guardando a come possiamo muoverci lentamente.
Per vari motivi, ogni nazione, ogni conferenza episcopale, si trova in una fase diversa, non tutti si muovono alla stessa velocità. Penso che Paesi come le Filippine e l’India siano molto più avanti rispetto ad altri che stanno compiendo piccoli passi, in modi diversi, per favorire una comprensione. Alcune realtà hanno risorse migliori, persone più preparate, che possono far avanzare questo processo più velocemente. In altri luoghi le risorse sono limitate.
Dobbiamo anche capire che, a causa delle diversità linguistiche dell’Asia, è molto difficile anche solo tradurre la parola “sinodalità” in così tante lingue diverse. È una delle sfide. In molte lingue, infatti, si ricorre a espressioni come “camminare insieme”.
Credo però che una delle cose che iniziamo a vedere è la diffusione del metodo della “conversazione nello Spirito”. Penso che stia mettendo radici in molte parti del continente. E lo abbiamo visto anche ai tavoli del recente "Pellegrinaggio della speranza" che le Chiese dell’Asia hanno tenuto a Penang nello scorso mese di novembre.
Pensa che sia un modo di camminare vicino alle culture asiatiche?
Penso che oggi ci sia più apertura rispetto al passato. In passato a una conferenza come quella di Penang, tutti sarebbero stati seduti come a teatro con qualcuno parlava. Ora invece vediamo quest’idea dei piccoli tavoli rotondi dove ci si confronta. E gli 800 delegati che hanno partecipato ora porteranno questa esperienza nelle loro parrocchie e diocesi. Sedersi insieme, discutere e parlare sta iniziando a mettere radici. Ma non possiamo essere soddisfatti solo di questo. Dobbiamo passare al livello successivo. Mentre conversiamo, dobbiamo anche chiederci: che cosa faremo con i frutti du questa conversazione? Altrimenti si continua a parlare in cerchio e non succede nulla. Il punto è domandarci: come possiamo avere più persone coinvolte nella vita della Chiesa e nelle sue decisioni?
In Asia sta crescendo il coinvolgimento dei laici?
È un processo che va in entrambe le direzioni. Non solo i laici: anche i ministri ordinati – vescovi, sacerdoti, diaconi – i consacrati e le consacrate, insieme ai laici, stanno lentamente iniziando a vedere che siamo il popolo di Dio. Come possiamo lavorare insieme? Come possiamo prendere decisioni insieme? Non stiamo mettendo in discussione la tradizione apostolica o il ministero ordinato. Ma pensiamo che ciascuno, con i propri carismi diversi, possa portare i propri doni per la crescita della Chiesa. È come un puzzle: ognuno ha una forma diversa, una dimensione diversa, un volto diverso. Ma tutti insieme dobbiamo incastrarci per poter vedere il quadro più grande, che è il bene della Chiesa, non quello dell’individuo, di una comunità o di una diocesi particolare.
Oggi più che mai la Chiesa è messa alla prova in tanti modi diversi. Ci sono ideologie diverse. Le persone ci pongono domande importanti. Non siamo più in una generazione in cui si può dire: ‘La Chiesa dice questo, quindi devi obbedire’.
E quali sono oggi queste domande?
Toccano molti ambiti. Guardiamo ad esempio all’amministrazione della Chiesa. Anche nel Sinodo abbiamo parlato di responsabilità e trasparenza. Non parliamo solo di questioni finanziarie, ma anche di questioni pastorali. Siamo tutti responsabili gli uni verso gli altri. Non è solo salire una scala verso l’alto, ma è un modo di essere Chiesa, la Chiesa come popolo di Dio di cui ci ha parlato il Concilio Vaticano II.
Si possono avere strutture bellissime, ma se non ci sono persone dentro, la Chiesa è vuota. La bellezza delle Chiese dell’Asia è proprio che sono comunità vibranti. Ma la sinodalità è una grande opportunità per rendere tutto questo ancora più reale, ancora più rilevante per la vita di più persone colmando il divario che forse è esistito nella Chiesa tra laici e sacerdoti, tra laici e vescovi, tra i vescovi tra di loro. Abbiamo riconosciuto che siamo tutti insieme, con ruoli diversi nella vita della Chiesa. Ed è proprio perché siamo diversi che dobbiamo comunicare e crescere insieme.
Lo Spirito Santo parla a tutti e a ciascuno. A volte pensiamo che con il sacramento della Confermazione si riceva il dono dello Spirito Santo, ma poi, di fatto, sembriamo dire: ‘Ok ricevi lo Spirito Santo, ma tu non parlare’. Non può essere così. Non posso darti un dono e poi silenziarti. Lo Spirito parla in modo diverso a persone diverse, ma alla fine nella sinodalità arriviamo insieme a un accordo: che cosa sta dicendo lo Spirito a tutti noi insieme? In modo semplice: io ho la mia idea, tu hai la tua idea, ma non si tratta di ciò che è buono per me o per te, bensì di ciò che è buono per la Chiesa, come lo Spirito ci ha parlato.
Significa imparare a fare un passo indietro rispetto alle mie preoccupazioni per dire: questo è più importante per la Chiesa. Ed è questo il senso vero della conversazione nello Spirito: discernere ciò che lo Spirito sta dicendo alla Chiesa e camminare insieme.
Come vede i prossimi passi del cammino sinodale in Asia?
Abbiamo organismi continentali come la FABC che ci aiutano in questo cammino. Non è la polizia che controlla chi fa cosa. Nella struttura della Chiesa, ogni diocesi è piuttosto indipendente. Ma il compito la FABC è mettere insieme i partner e avviare conversazioni. E si spera che una diocesi che è più avanti possa ispirarne un’altra o offrire risorse a una diocesi che sta affrontando difficoltà. Non parlo solo di risorse finanziarie, ma anche di competenze, materiali, esperienze. Possiamo aiutarci? Così, quando i vescovi si incontrano, si ispirano a vicenda.
Questo è il ruolo del livello continentale: ispirarci reciprocamente a camminare insieme. Ogni Paese è diverso, ogni parrocchia è diversa, con sfide e risorse diverse. Ma possiamo ispirarci l’un l’altro a muoverci insieme. Questo è ciò che speriamo: che lo Spirito parli attraverso le diverse nazioni, ispirando altri vescovi e partecipanti ad andare avanti.
Ed è importante perché ciò a cui guarda il cammino sinodale è a un’assemblea ecclesiale nel 2028: un’assemblea rappresentativa del popolo di Dio. Non saranno solo vescovi, ma vescovi, sacerdoti, consacrati e consacrate, laici, tutti insieme a discernere ciò che è buono per la Chiesa. Individueremo alcune grandi direzioni per l’Asia, ma l’attuazione resterà a livello delle conferenze locali, dei Paesi, delle regioni e delle realtà più piccole. La FABC non è una super-struttura, ma un contesto in cui ispirarci reciprocamente.
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