05/07/2022, 10.26
INDIA
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P. Swamy un anno dopo: 'Fino all'ultimo ha pensato ai poveri'

di sr. Beena

Nel primo anniversario della morte del gesuita prostrato da quasi 9 mesi di ingiusta detenzione per il suo impegno in difesa dei tribali del Jharkhand, il ricordo di sr. Beena che l'ha assistito in ospedale nelle ultime settimane prima della morte: "C'era un senso di gioia nella sua lotta. Mi ha incoraggiato a rinnovare il mio impegno quotidiano come medico per le persone delle periferie e gli emarginati".

Mumbai (AsiaNews) - In India ricorre oggi il primo anniversario della morte di p. Stan Swamy, il gesuita del Jharkhand morto il 5 luglio 2021 per le conseguenze di quasi nove mesi di detenzione, subiti 84 anni nel carcere di Taloja a Mumbai per “terrorismo” semplicemente a causa del suo impegno per la difesa dei diritti delle popolazioni tribali. Accusa mai provate e basate su file ritrovati su un suo computer che p. Swamy che non riconosceva come propri e sosteneva fossero stati inseriti da altri con un’operazione di hackeraggio per incastrarlo. Di fatto la lunga prigionia e l’accesso a lungo negato a cure mediche adeguate nonostante fosse risaputo che soffriva del morbo di Parkinson, lo hanno portato alla morte. Ma anche nel suo Calvario p. Stan non ha mai smesso di testimoniare il suo amore per gli ultimi. Lo testimonia il ricordo che pubblichiamo qui sotto, scritto per AsiaNews da sr. Beena, religiosa delle Orsoline di Maria Immacolata e medico, segretaria per la salute dell'arcidiocesi di Mumbai. Sr. Beena - che è direttore esecutivo dell’Ospedale della Sacra Famiglia dove p. Stan venne ricoverato il 27 maggio 2021, ormai sfiancato dal Covid-19 e dalla lunga detenzione - racconta: “Mi ha insegnato a non mollare mai nell’impegno per i poveri e gli emarginati”.

In occasione del primo anniversario della morte di p. Stan Swamy, ricordo con affetto la mia breve frequentazione di quest'uomo santo.

È stato davvero un onore curare p. Stan Swamy, sacerdote gesuita, all'Holy Family Hospital di Mumbai.   Ricordo chiaramente il giorno in cui fu portato all'ospedale, alcune delle nostre suore insieme al gesuita p. Frazer Mascarenhas - che il tribunale aveva nominato custode - lo accolsero nell'ospedale. Sebbene fosse malato e fragile, ci accolse con un sorriso e disse: "Ora sono in mani sicure".

Era molto umile, con i piedi per terra, molto sereno e a volte spiritoso. Anche quando soffriva, aveva il sorriso sulle labbra. Era un piacere interagire con una personalità del genere, che aveva una vasta esperienza nel campo della vita sociale e mi raccontava le sue esperienze. Viveva davvero all'altezza dei valori del Vangelo, nonostante le molte sfide e difficoltà. Aspettavo con ansia i momenti con lui, perché alla fine avrei ottenuto la sua benedizione. Ogni incontro con quest’uomo umile era arricchente, illuminante e veramente emozionante. Era una persona convinta e c'era un senso di gioia nella sua lotta. Non c'è dubbio che ci fosse un'aura speciale che lo circondava.

Dopo aver lasciato il reparto di terapia intensiva per i malati di Covid-10, p. Stan mi ha detto di aver apprezzato le cure e le premure di tutto il personale dell'ospedale, compreso il cibo. Mi ha incoraggiato a rinnovare il mio impegno quotidiano, come medico, nel mio lavoro missionario con i poveri, le persone delle periferie e gli emarginati. P. Stan mi ha ispirato a usare le mie conoscenze mediche e la mia posizione come una responsabilità per amare e servire i poveri, per trattarli con dignità e offrire loro le migliori cure disponibili.  Attraverso le sue parole, ho potuto comprendere chiaramente la visione e l'impegno di p. Stan per la giustizia, soprattutto per i poveri e quanti sono ridotti all’impotenza. Nella sua vita e nella sua missione aveva un atteggiamento da 'Non mollare mai', che mi ispira a portare avanti il mio lavoro come suora e come medico.

(ha collaborato Nirmala Carvalho)

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