Palme in ‘silenzio’ contro gli attacchi ai cristiani siriani. Mons. Mourad: 'clima di ingiustizia’
Le celebrazioni di inizio Settimana Santa in tono minore, in risposta alle recenti violenze. A Suqaylabiyah gruppi estremisti colpiscono attività cristiane e offendono ragazze che camminano per strada. Arcivescovo di Homs: la situazione “ora è tranquilla”, ma i problemi restano irrisolti. Errato affidare armi e sicurezza solo ai sunniti. Un “circolo vizioso di vendetta” che si consuma “nel silenzio”.
Milano (AsiaNews) - “Adesso la situazione è tranquilla, ma non è ancora risolta” perché “gli animi non si sono ancora calmati” e permane un clima di “tremenda” tensione con “attacchi e violenze verbali” alla cui radice, soprattutto “nella zona di Homs” vi è il desiderio di “vendetta”. È quanto riferisce ad AsiaNews mons. Jacques Mourad, arcivescovo siro-cattolico di Homs, Hama e Dabek, commentando le violenze dei giorni scorsi in alcune zone della Siria, che hanno spinto ieri i vertici ecclesiastici di Damasco a celebrare una domenica delle Palme silenziosa e in tono minore. Assalti e abusi contro la comunità cristiana, prosegue il prelato, “avvengono in diverse aree del Paese” e sono “il frutto di una ingiustizia” legata alla decisione presa dai nuovi leader di “togliere le armi” ai gruppi minoritari, affidandole “ai sunniti” oggi responsabili della sicurezza. “Da qui - avverte - il desiderio di vendetta” di altre componenti, che finisce per alimentare le tensioni.
Tensioni confessionali, attacchi contro le minoranze (dal massacro degli alawiti nel marzo dello scorso anno alle violenze contro i cristiani, fra cui l’attacco suicida alla chiesa di Mar Elias a Damasco) e violenze diffuse segnano il faticoso cammino di rinascita della “nuova” Siria. Da oltre un anno il potere è nelle mani di Ahmed al-Sharaa e delle milizie di Hayat Tahrir al-Sham (Comitato per la liberazione del Levante, Hts), che in poche settimane a cavallo fra fine novembre e dicembre 2024 hanno abbattuto il decennale regime di Bashar al-Assad.
L’ex dittatore è fuggito in esilio a Mosca, mentre il Paese arabo ha iniziato un lento e faticoso percorso di ritorno nel panorama politico, diplomatico ed economico internazionale. Tuttavia, la cancellazioni delle sanzioni occidentali e l’accoglienza riservata alla Casa Bianca da Donald Trump all’attuale presidente ad interim (che non ha mai rinnegato l’islamismo radicale) non sono bastate per garantire stabilità e sicurezza all’interno dei confini nazionali. Dagli alawiti ai curdi, passando per i cristiani e i drusi i fronti di scontro sono molteplici, e irrisolti, mentre bande legate alle milizie al potere commettono abusi e crimini spesso nella completa impunità.
L’ultimo episodio è avvenuto la scorsa settimana a Suqaylabiyah, centro nella valle dell’Oronte nel governatorato di Hama in cui vivono circa 250mila persone a maggioranza musulmana sunnita, ad eccezione della cittadina teatro delle violenze abitata in prevalenza da cristiani greco-ortodossi. Ad innescare lo scontro una disputa in un negozio di alcolici gestito da cristiani, in una nazione in cui di recente ne è stata vietata la vendita nella capitale (ad eccezione di aree ristrette). Del resto il tema delle bevande alcoliche - vietate dall’islam - oltre a rappresentare uno dei fronti di scontro è anche indice di quanto la componente musulmana radicale intenda dettare legge.
Tornando ai fatti, il diverbio nel negozio di alcolici ha attirato gruppi di giovani radicalizzati da altri villaggi della zona che, al loro passaggio, hanno compiuto devastazioni arrivando anche ad abbattere una statua della Madonna in una piazza (nella foto). Una parte degli assalitori, provenienti dalla vicina località di Qalaat al-Madiq, ha anche tentato di aggredire un gruppo di ragazze cristiane, minacciando gli abitanti di nuovi - e ancor più gravi - raid. La mattina seguente, il 28 marzo, giovani cristiani sono scesi in piazza protestando contro i raid e invocando giustizia.
Questo episodio conferma quanto hanno più volte denunciato attivisti cristiani ed esperti, secondo i quali la Siria sia ancora lontana dal garantire parità e giustizia a tutte le sue componenti e di come il presidente ad interim al-Sharaa non abbia (quantomeno) il pieno controllo delle milizie. Il sistema legato alla giustizia, spiega mons. Mourad, “non funziona per niente” perché non vi è una chiara divisione dei poteri e quanti commettono crimini difficilmente vengono giudicati secondo diritto. A questo si aggiungono tensioni confessionali mai sopite, se non alimentate dalla nuova leadership incapace di tradurre in fatti le promesse di parità e diritti. “Non è la prima volta - ricorda il prelato - che giovani musulmani [a Suqaylabiyah] attaccano o usano parole offensive nei confronti delle ragazze che camminano liberamente per la strada, innescando la reazione dei loro coetanei cristiani, a volte anche violenta”.
Questa volta, prosegue il vescovo, gli assalitori “si sono presentati in gran numero, a bordo di motociclette e armati, iniziando a distruggere macchie e negozi, sparando colpi in aria e generando un clima di paura e terrore”. “I responsabili della sicurezza - racconta - non sono arrivati subito. Oltretutto, fra gli stessi assalitori vi erano membri della sicurezza e poliziotti, che hanno partecipato attivamente a questa persecuzione. Adesso la situazione è calma, ma non è ancora risolta”. “A Homs - conclude - quasi ogni giorno vi sono uccisioni” soprattutto fra gli alawiti, ma “nessuno dice nulla, nessuno sente il grido di sofferenza delle madri o fa nulla per fermare questo circolo di vendetta, pochi hanno il coraggio di denunciare. Questa è un’ingiustizia”.
In risposta alle tensioni dei giorni scorsi, nel fine settimana le chiese di Damasco di rito occidentale che hanno iniziato la Settimana Santa hanno deciso di tenere funzioni “limitate” e in tono minore, senza riti solenni o eventi all’esterno per motivi di sicurezza. In una nota il patriarca greco-melkita Joseph Absi ha spiegato che “date le attuali circostanze scoraggianti, abbiamo deciso, in coordinamento e accordo con tutte le chiese, che le celebrazioni pasquali saranno limitate alle sole preghiere all’interno delle chiese”. Il provvedimento è una conferma ulteriore del clima di tensione che si respira nella capitale, dove da giorni monta il malumore fra la minoranza cristiana per alcuni provvedimenti controversi e discriminatori presi dalle autorità, non ultimo il bando all’alcol in nome della fede islamica.
Una fonte cattolica di AsiaNews, attiva in ambito ecclesiastico, racconta dietro anonimato: “Quando una persona crede, nel silenzio o apertamente, di essere l’unico custode della verità, di avere il diritto di giudicare gli altri, classificarli, escluderli o addirittura imporre loro uno stile di vita che ritiene giusto, il tema della fede si sposta da elemento di luce a questione di potere. Da fonte spirituale, a strumento di controllo” e questo “lo vediamo chiaramente intorno a noi oggi, nelle prese col pretesto di ‘organizzare la società’ ma che, in realtà, celano il tentativo di imporre un’unica immagine di Dio a tutti”. Questo, avverte, vale per gli alcolici e, nella “direzione opposta”, quando “la decisione di indossare il niqab è vista come ‘retrograda’. In entrambi i casi, vi è chi crede di possedere la verità e altri devono seguirla. Eppure, nonostante tutte le diverse immagini che abbiamo di Dio, la verità rimane semplice e più profonda: Dio ci ha creati diversi, non rivendicare la proprietà di Dio e - conclude - non parlare in suo nome”.
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